Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 05/01/2017


Il 1 gennaio 2017 è stato il compleanno dell’euro, la moneta unica entrata in vigore il 1° gennaio 2002 e che ha compiuto 15 anni. L’età adolescenziale della moneta unica fa dire ai suoi sostenitori più agguerriti, sempre meno a dire il vero, che la maturità dell’euro deve ancora giungere appieno e che nonostante tutto quello che ne dicano gli euroscettici, le opportunità offerta dall’eurozona sono state concrete e tangibili.

È quello che è accaduto nell’articolo dedicato nella ricostruzione della storia delle moneta unica fatta da Francesca Basso per il Corriere della Sera proprio pochi giorni fa. Nell’articolo in questione la Basso afferma che «l’economia italiana ha avuto più benefici che svantaggi dall’introduzione dell’euro. L’export ad esempio ha avuto un boom fra il 2005 e il 2008 per effetto della moneta unica». Ora nell’epoca della rete e dell’informazione libera sul web è sorto un fenomeno mutuato dal mondo anglosassone, noto come fact-checking, ovvero la verifica dei fatti e delle affermazioni fatte da un determinato personaggio in tempo reale su un determinato argomento. Se si prende spunto dal tweet dell’utente Fact Checker Elius, si vede facilmente un’applicazione pratica di questo fenomeno in relazione all’articolo della Basso. Nell’epoca della comunicazione digitale e di Twitter, qualunque persona può sbaragliare il potere del più grande giornale italiano. La Basso nell’articolo ci informa che l’export avrebbe conosciuto un vero e proprio boom, ma è bastato un tweet a smentirla.

Poi ci ha pensato Alberto Bagnai sul suo blog. Nel periodo citato dalla Basso – dal 2005 al 2008 – non c’è stato un boom delle esportazioni superiore alle medie del periodo precedente l’introduzione dell’euro. Dal 1980 al 1998, prima dell’euro, la crescita media del export italiano è stata del 4,4%, superiore a quella del periodo dal 1999 al 2015, dopo l’euro, in cui è stata del 2,8%. Dunque non c’è stato un boom o un’occasione perduta come sostiene il Corriere della sera, ma un calo medio considerevole della competitività delle nostre esportazioni. Le ragioni sono state spiegate diffusamente e riconducono sempre alla stessa motivazione: dopo aver riagganciato la lira al cambio fisso con lo Sme nel 1996 e aver perduto definitivamente la sovranità monetaria nel 2002, l’Italia ha perduto la possibilità di svalutare la sua moneta e le sue merci sono divenute più costose in virtù del tasso di cambio reale. Se più paesi costruiscono un’Unione monetaria, entrano in gioco quelli che nella scienza economica sono noti come differenziali di inflazione, ovvero le differenze tra i singoli livelli dei prezzi dei vari paesi che aderiscono all’unione monetaria. È ovvio che la Germania ha beneficiato di questa situazione, dal momento che la sua inflazione è più bassa dei paesi del Sud Europa, e di conseguenza le sue merci sono divenute meno care in relazione a quelle degli altri paesi dell’eurozona.

Nel decennio antecedente l’ingresso dell’Italia nella moneta unica, la produzione industriale del Belpaese era superiore sia a quella francese sia a quella tedesca. Dopo l’entrata nell’euro, la situazione si è capovolta: la produzione industriale tedesca supera quella italiana. La Basso non imputa la responsabilità di questo alla moneta unica, «ma alla mancanza di quelle riforme strutturali tanto invocate negli ultimi anni sia da Bruxelles sia dalla Banca centrale europea». Ma è proprio la fonte prescelta dal Corriere della sera, la Bce – in un contributo dal titolo In difesa della politica monetaria di Vítor Constâncio, vicepresidente dell’Istituto di Francoforte – a raccontare una storia diversa. Costancio scrive che «le riforme strutturali che gli economisti hanno spesso in mente (vale a dire la liberalizzazione e la deregolamentazione dei mercati) portano a una riduzione dei salari e dei prezzi nel breve termine, che non aiuta la normalizzazione dell’inflazione».

Non sappiamo se anche Constâncio faccia parte del “club dei populismi che stanno crescendo in Europa”, ma sembra chiara la sua idea al riguardo delle riforme strutturali. Se queste non funzionano e il problema è «una carenza della domanda globale», occorrerà aumentare i salari ma questo è in contrasto con la struttura stessa dell’eurozona che impone un loro calo per riguadagnare la competitività dell’export. La domanda in questo modo non aumenta e si entra nel classico gioco del cane che si morde la coda. Ora se non ci fosse stato il web e Twitter, e si fosse già istaurato l’orwelliano ministero della Verità governativo tanto agognato dalla Boldrini e da Gentiloni, saremmo rimasti con il solo punto di vista del Corriere della Sera.

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