Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 12/01/2017


La decisione arriva nel primo pomeriggio e ricalca il pronostico della vigilia: la Corte Costituzionale dichiara inammissibile il referendum sul ripristino dell’art.18, mentre si pronuncia per l’ammissibilità degli altri due referendum sull’utilizzo dei voucher per pagare prestazioni lavorative entro un limite di 7000euro annui, e il ripristino della responsabilità solidale in tema di appalti. La stessa Cgil ha ammesso che il referendum sull’art. 18 aveva un carattere espansivo e non solamente abrogativo. Quindi perché ha presentato un quesito scritto in modo da rendere scontata la decisione della Corte Costituzionale? I maligni avranno gioco facile a pensare che la Cgil abbia fatto in questo modo un grosso favore al governo sulla questione più importante di tutta l’esperienza dell’esecutivo Renzi, che ha puntato tutto sulla riforma del mercato del lavoro. Votare a marzo sulla riforma simbolo di Renzi, avrebbe avuto un significato ben diverso e probabilmente avrebbe segnato per sempre la possibilità dell’ex rottamatore di restare in sella alla guida del partito. Tuttavia la portata degli altri due quesiti non è da sottovalutare, in particolare quello sull’utilizzo dei voucher, i buoni per il lavoro accessorio, che hanno conosciuto un vero e proprio boom nel loro utilizzo sotto l’era Renzi.

Solamente nell’anno passato, rileva l’Inps, sono stati erogati voucher per 121 milioni e mezzo di euro, un aumento esponenziale verificatosi negli ultimi anni e che ha fatto parlare a molti esperti del settore di un abuso di questo strumento. L’altro quesito invece vuole riportare in vita il principio della responsabilità solidale in tema di appalti; questa situazione aveva generato una perdita di responsabilità del datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti, grazie alle procedure di esternalizzazione con le quali le imprese producono un sistema di appalti e subappalti che non tutela adeguatamente gli interessi dei lavoratori. Cosa accadrà ora per il governo? Gli effetti del referendum sono sicuramente stati depotenziati, ma resta il fatto che il prossimo marzo gli italiani avranno la possibilità di esprimersi parzialmente su un punto cruciale, l’utilizzo dei voucher, sul quale il governo si è speso non poco in passato. Il rischio è che si ricrei per l’ex premier esattamente lo stesso clima che ha fatto maturare il 60% di no alla sua riforma costituzionale, con la differenza che questa volta per abrogare la legge si dovrà votare SI e servirà raggiungere il quorum del 50%. Proprio sul mercato del lavoro, il governo ha il fianco scoperto. Gli ultimi dati Istat hanno rilevato un aumento della disoccupazione nell’ultimo trimestre del 2016, giunta ora all’11,9%. Non è difficile prevedere un afflusso in massa alle urne degli elettori scontenti e delusi, considerato che il messaggio mandato dal popolo alle istituzioni lo scorso novembre è stato completamente ignorato, dando vita sostanzialmente ad un Renzi bis senza Renzi.

A questo punto il governo potrebbe essere costretto ad intervenire con un decreto ad hoc per rivedere la norma sui voucher, e scongiurare così la prossima consultazione. Ma il pallino in mano al Senato è in mano ai bersaniani, dai quali dipende il destino del governo. Se Bersani vuole disfarsi una volta per tutte di Renzi, non ha occasione migliore che lasciare tutto così com’è e lasciare che il popolo voti in primavera. Le idi di marzo non sono di buon auspicio, e per Renzi potrebbero rivelarsi fatali.

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