Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 24/01/2017


Il discorso del giuramento di Trump è stato uno dei più rivoluzionari della storia delle inaugurazioni presidenziali.

La nuova visione del mondo del presidente americano mette al primo posto dell’agenda gli interessi americani. Gli Usa smetteranno di ingerire negli affari esteri degli altri paesi, e inizieranno a guardare al nemico interno che si identifica nel «deep state», quell’intreccio di lobby e gruppi di potere che da tempo governano a Washington. Soprattutto quello che ha voluto sottolineare Trump è l’azzeramento della distanza tra il popolo e il presidente. Quando Trump annuncia che «non stiamo trasferendo il potere da un’amministrazione ad un’altra, o da un partito all’altro, ma da Washington per restituirlo al popolo americano», segna un cambiamento epocale rispetto ai suoi predecessori, più inclini a frequentare ristretti circoli di potere transnazionali, come il Forum di Davos.

RAPPORTO DIRETTO

La democrazia nel senso più nobile della parola, torna protagonista, e il presidente Usa torna ad avere un rapporto diretto con il suo popolo, senza alcun intermediario. Ed è questo che turba i sonni dell’élite globalista e della stampa mainstream, sua fedele portavoce. Se si legge il Financial Times, tra i più noti esponenti dell’establishment finanziario, si potranno vedere le accuse mosse a Trump colpevole di «avere avuto un piglio rancoroso, rivolto al passato se si pensa a ciò che ha detto riguardo alla solidarietà. E’ stato un commiato, piuttosto che un modesto inchino alla storia». Ma la storia non è fatta forse dagli uomini? Ed esattamente quale sarebbe questa meravigliosa storia alla quale il FT tiene tanto? Quella della globalizzazione che ha distrutto la vita di milioni di europei e americani, o quella dell’euro che ha portato i paesi del Sud Europa nelle condizioni di paesi del terzo mondo? È proprio per questo che Trump è stato eletto, per restituire dignità e voce a milioni di americani diseredati dalle istituzioni. «Le loro vittorie non state le vostre vittorie», grida Donald che pronuncia per la prima volta nella storia dei discorsi presidenziali la parola «solidarietà», impegnandosi a restituire la ricchezza perduta alla classe media.

ALLEATO ANTI-UE

È il discorso più sociale che un presidente Usa abbia mai fatto, e arriva a dire parole e concetti che sono stati dimenticati da tempo dalla sinistra italiana, la più spietata esecutrice della globalizzazione nel nostro Paese. Il lavoro è al primo posto del cambiamento economico di Trump, ed è da questo caposaldo che partirà la rinascita americana. La globalizzazione ha significato la chiusura di industrie e la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. Restituendo le occupazioni perdute, Trump in fin dei conti non fa che applicare ciò che è scritto nella Costituzione americana e recuperare quel diritto alla felicità, da tempo dimenticato dai cantori del nuovo ordine mondiale, troppo impegnati a perseguire la propria di felicità a discapito di quella altrui. Ma il sistema e i media non sembrano rassegnarsi e continuano a rinchiudersi nel bunker del mondo globalizzato, rifiutando il cambiamento che spazzerà via la più disastrosa dottrina politica che il mondo civilizzato ricordi. Non sarà facile, gli avversari sono ancora forti, ma Trump ora ha i mezzi per scardinare il sistema. Proprio in questi giorni il presidente ha visitato i quartier generali del simbolo del deep state, la CIA, che più di ogni altra ha provato a delegittimare la sua vittoria. Dai toni ascoltati sembra che Trump faccia sul serio. Un fatto è certo: chi vuole abbattere l’UE e uscire dall’euro ha oggi un alleato in più a Washington.

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