Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 26/01/2017


La sentenza della Corte arriva nella serata di ieri e non tradisce il pronostico: l’Italicum è incostituzionale in due punti; il primo è la mancanza di una soglia minima per accedere al secondo turno; il secondo è la possibilità che un candidato possa presentarsi in più collegi elettorali e poi decidere in quale di essi essere eletto. Nessun profilo di incostituzionalità invece per quello che riguarda la soglia del 40% , con la quale si acquista alla Camera la maggioranza assoluta dei seggi. La Corte ha ritenuto tale soglia non incompatibile con il principio di rappresentanza.

A questo punto il quadro che emerge è quello di una legge elettorale proporzionale che assegna la vittoria alla forza politica che raggiunge quota 40%. Se i partiti non dovessero raggiungere nessun intesa sulla legge elettorale, si andrà a votare con ogni probabilità con la legge riscritta dalla Consulta nella tarda primavera o nel prossimo autunno. Allo stato attuale dell’arte, esistono delle trattative tra Pd e Lega sull’ipotesi di riportare in vita il Mattarellum, la legge elettorale che ripartisce i seggi per tre quarti con il sistema maggioritario e per un quarto con il proporzionale. Se invece tutto dovesse restare come deciso dalla Corte (il che al momento sembra l’ipotesi più plausibile) allora ci troveremmo di fronte ad un quadro estremamente frammentato, e le alleanze sarebbero una condizione necessaria per formare il governo.

Attualmente ci troviamo di fronte a tre grandi aree politiche di riferimento che si contendono la vittoria: Lega Nord, M5S e Pd. Per quello che riguarda l’ipotesi di una ricostruzione del centrodestra, la decisione di Salvini di annunciare le primarie ad aprile anche senza Berlusconi, sembra mettere una pietra tombale sulla possibilità di rivedere la vecchia alleanza Lega-Fi. Salvini sembra deciso a correre da solo con l’appoggio della Meloni, ma nel migliore dei casi potrebbe arrivare al 18-20%, ben lontano dalla soglia del 40% richiesta per conquistare la maggioranza assoluta alla Camera. Da scartare anche l’ipotesi di un’alleanza Lega-M5S. Se tutto resta immutato e non si raggiunge nessun accordo sulla riforma della legge elettorale, lo scenario più probabile è che al primo posto arrivino Pd o M5S, e che il capo dello Stato dia l’incarico al leader di uno dei due partiti per chiedere la fiducia in Parlamento. Com’è noto, il M5S ha sempre ribadito l’espressa volontà di andare da solo, ma più di una volta nell’attuale legislatura si è trovato a dialogare con il Pd e a raggiungere dei veri e propri accordi, come sulla nomina dei giudici alla Corte Costituzionale. Non sembra dunque così remota la soluzione che i due schieramenti si mettano insieme per governare, ovviamente dopo il voto. Prima, Grillo dirà di voler governare da solo. Poi, si alleerà col Pd, facendo ratificare dagli iscritti la decisione in rete.

I due partiti che si contendono il primo posto non hanno differenze sostanziali di programma: se si esclude il reddito di cittadinanza e il referendum sulla moneta unica, il M5S ha molti punti di contatto con il Pd. Sull’immigrazione i pentastellati hanno votato a favore dell’abolizione del reato di clandestinità, e di recente il M5S ha chiesto l’accesso nell’Europarlamento, poi respinto, al gruppo di Verhofstadt da sempre sostenitore degli Stati Uniti d’Europa. Un simile scenario vedrebbe salire le quotazioni di un accordo Pd-M5S con la possibilità che siano proprio i grillini a prendersi il premier, magari con Di Maio.

Se sarà questa la legge elettorale, a restare con il cerino in mano sarà Salvini privo di una coalizione in grado di raggiungere il 40%, e confinato alla dimensione regionale del suo partito. Il leader leghista aveva davanti a sé due strade: o fondare un partito nazionale; oppure tornare da Berlusconi. Se decide di andare da solo, appare scontata l’ipotesi che andrà all’opposizione e saranno Pd e M5S a giocarsi la partita. Uno scenario davvero fosco, se si pensa che solo ieri la May annunciava la necessità di tornare all’intervento statale nell’economia e Trump continua ad assestare colpi fatali alla globalizzazione. Mentre il mondo va nella direzione di un ritorno agli Stati nazionali, l’Italia resta priva di un soggetto politico all’altezza del cambiamento e resta a guardare.

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