Di Paolo Becchi su Libero, 04/02/2017


Pochi giorni fa, da Milano, Salvini, in un convegno seguitissimo anche in streaming, ha indicato uno degli aspetti fondamentali della battaglia politica dei prossimi mesi: l’uscita dall’euro. È un messaggio chiaro, un obiettivo che egli ha indicato come prioritario per le sorti del Paese. Non vi è dubbio che sarà questo uno degli argomenti della prossima campagna elettorale. Prossima ma non imminente, dopo il ripensamento di Renzi, che certifica la sua attuale debolezza. Napolitano ha colpito ancora. Che Paese straordinario il nostro dove a dettare la linea è un ex Presidente della Repubblica golpista che avrebbe dovuto essere messo in stato di accusa per alto tradimento e attentato alla Costituzione. È bastata una sua parola per portare Renzi a più miti consigli e far fuori ancora una volta Grillo. Sono loro i veri perdenti di questa aggrovigliata fase politica. Che Grillo continui ad aumentare nei sondaggi truccati poco importa.

Grillo vuole estendere quanto previsto dalla Consulta alla Camera anche per il Senato. E poi al voto subito, già in primavera, rischiando anche il caos del dopo voto. Non c’è dubbio che la proposta di Grillo possa accelerare i tempi per avere una nuova legge elettorale, e quindi per andare al voto presto, ma Grillo ha posto una condizione, quella di togliere i capilista bloccati (tanto per il suo partito verranno «bloccati» tutti i candidati e non solo i capilista), che né Renzi né Berlusconi accetteranno mai. Inoltre perché mai i partiti dovrebbero accettare questa proposta e non «resuscitare» il Mattarellum, che metterebbe in seria difficoltà il M5S? Insomma, non è detto che la partita sulla legge elettorale si chiuda subito e facilmente.

Questo ritardo nella corsa al voto avrà effetti negativi per Renzi e Grillo, ma non per Salvini, anche se fa bene a chiedere elezioni subito, per dimostrare che non è certo lui a tirarsi indietro. Chi perde di più da un rinvio del voto anticipato è Renzi, che verrà cucinato a fuoco lento dal suo stesso partito. Se poi dovesse anche perdere il nuovo referendum sul Jobs Act proposto dalla Cgil si presenterebbe alle elezioni come un vecchio pugile suonato, sempre che non venga sostituito. Tutto ciò a che fare con la tattica.

Ma Salvini, a Milano, ha posto un obiettivo strategico, mettendo nell’agenda politica al primo posto la battaglia, che è anche la battaglia di questo giornale, per l’uscita dall’euro. In questo modo ha già mandato un messaggio che vale per tutta l’Italia: l’euro fa male tanto al Nord quanto al Sud. Un veneto quanto un siciliano oggi possono essere accomunati da uno scopo comune, perché l’euro uccide entrambi. Salvini ha capito che, oggi, la lotta per l’indipendenza della Padania si è trasformata nella lotta per l’indipendenza dell’Italia dai diktat dell’Unione Europea, che oramai come mostrano anche le ultime decisioni mirano soltanto a colonizzare l’Italia come già di fatto è avvenuto per la Grecia. Bossi non lo ha capito, ma non può dimenticare le condizioni in cui aveva lasciato il suo partito e la «resurrezione» che è avvenuta con Salvini, che sta tentando di trasformarlo in un partito sovranista-identitario, nazionale, senza peraltro rinunciare all’originario messaggio federalista. Per realizzare questo progetto ci vuole tempo, ecco perché un ritardo nelle elezioni può essere addirittura utile alla Lega.

Questa è oggi la grande paura di tutti, da Renzi a Grillo: che si formi nel Paese, oltre il centro-destra moderato che fa comodo ad entrambi, un nuovo schieramento «sovranista», in grado di strappare consensi al M5S e far tornare al voto molti astensionisti. Grillo, in particolare, teme che quel vento caldo che arriva dall’America e che sta già invadendo la Francia possa giungere anche in Italia. Una vittoria del Front National darebbe infatti una forza dirompente alla Lega. Inoltre, più il tempo passa e più gli italiani capiranno che una eventuale vittoria del M5S porterà in Italia quello stesso caos che già governa Roma. E poi diciamolo con franchezza: cosa hanno fatto in questa legislatura i parlamentari pentastellati? Del loro programma non sono riusciti a realizzare niente. Non sono neppure riusciti a portare a casa il reddito di cittadinanza: si presenteranno alle nuove elezioni politiche senza la verginità che avevano nel 2013 e a mani vuote, pur avendo avuto un grande numero di parlamentari. Ma ritorniamo alla Lega. Tattica, strategia, ma ci vuole anche un programma.

La Lega deve divenire «nazionale». C’è bisogno, in vista delle prossime elezioni, di una Lega Federale, una Lega che non sia soltanto Lega «Nord». E ora sappiamo che c’è anche il tempo per farlo. Basterebbe mettere al primo posto del proprio programma politico il conseguimento, attraverso metodi democratici, della perduta sovranità nazionale dell’Italia nei confronti dell’Unione Europea e la modifica dell’ordinamento dello Stato italiano in senso federale. C’è bisogno di un simbolo che sia uguale da Nord a Sud, che valga nelle roccaforti padane come in Campania o nelle isole. La Lega inoltre non ha più un giornale cartaceo, ma se vorrà veramente competere con la potenza di fuoco che sta già preparando il M5S dovrà almeno trasformare Radio Padania Libera in una tv di libera informazione che parli all’intero Paese: Italia Libera. E se alla fine si dovesse andare verso un sistema elettorale proporzionale non truccato la Lega farebbe bene a correre da sola, pura e dura come quella delle origini, ma disponibile dopo il voto ad alleanze politiche che abbiano quale condizione fondamentale la condivisione dell’uscita dall’Euro. Hic Rhodus, hic salta.

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