Di Paolo Becchi su Libero*, 13/02/2017


Quanti si aspettavano dalle motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale indicazioni precise su come armonizzare la legge elettorale alla Camera e al Senato sono andati delusi. Anzi, come abbiamo già scritto in questo giornale,  almeno in un punto la Corte stessa “disarmonizza” e crea disomogeneità aggiuntiva. Lo ripetiamo qui perché nessuno sinora lo ha registrato nei commenti.

Con il “Consultellum”, infatti, la Corte ha confermato, per il Senato, la possibilità delle candidature multiple, senza alcuna limitazione. Per la Camera, invece, pur ammettendo tale possibilità, la Corte ora introduce la necessità del “sorteggio”. Insomma: i deputati sono vincolati al sorteggio, i senatori invece liberi di scegliersi il loro collegio. I giudici si sono ben guardati dal porsi  il problema lasciando che sia il legislatore a sbrigarsela: «il permanere del criterio del sorteggio – scrivono – restituisce pertanto, com’è indispensabile, una normativa elettorale di risulta anche per questa parte immediatamente applicabile all’esito della pronuncia, idonea a garantire il rinnovo, in ogni momento, dell’organo costituzionale elettivo. Ma appartiene con evidenza alla responsabilità del legislatore sostituire tale criterio con altra più adeguata regola, rispettosa della volontà degli elettori».

In questo caso la disomogeneità  viene creata dalla Corte stessa. Nel caso invece della premio di maggioranza,  il 40% viene considerata una soglia ragionevole. Mi chiedo però dove stia la “ragionevolezza”  di un premio alla Camera, quando al Senato non è previsto alcun premio. La Corte dice di armonizzare e a questo punto ha lasciato  intendere che un premio di maggioranza  non è di per sé  anticostituzionale. Il 40% va bene,  e il 35 % ad esempio, no? La Corte apre  sul punto una porta che forse era meglio tenere chiusa.

La sentenza lancia comunque  un messaggio molto chiaro: la legge elettorale la faccia il Parlamento, non è  questo il compito della Consulta.  Se il Parlamento non sarà in grado di farne una nuova, è evidente che basterebbero pochi correttivi per far funzionare quella che risulta dalle sentenza della Corte. Se si vuol favorire  la formazione di maggioranze parlamentari omogenee è necessario intervenire  essenzialmente su tre punti.

Il primo: modificare il “sorteggio”, ed attribuire all’eletto il seggio dove ha preso più voti. Si noti però che al Senato la distribuzione dei voti è su base regionale, e di questo si  dovrà pur in qualche modo tener conto: per fare un esempio,  la Lombardia è una cosa, l’ Umbria un’ altra per numero di elettori.

Il secondo: rendere le soglie di sbarramento omogenee, poiché al momento sono molto diverse tra Camera e Senato. Per la Camera, la soglia è al 3%, mentre per il Senato il “Consultellum” prevede una soglia dell’ 8% per i partiti fuori dalle coalizioni e del 3% per i partiti all’interno di una coalizione. Inserire una sana soglie di sbarramento al 4% ( o  addirittura al 5% come in Germania),  uguale per Camera e Senato,  permetterebbe di evitare il proliferare dei  piccoli partiti senza per questo far venire meno il principio della rappresentatività.

Il terzo: decidere se estendere il premio di maggioranza anche al Senato o toglierlo  anche  alla Camera.

Certo, c’è anche il capitolo dei capilista bloccati presenti solo alla Camera e non al Senato, e sui quali la Corte non è intervenuta. Si tratta di  un regalo fatto dalla Corte costituzionale ai partiti. Grillo vorrebbe toglierli:  dal momento che lui bloccherà tutta la lista e non solo il capo della lista,   in effetti,  per lui sono del tutto irrilevanti, ma per gli altri partiti le cose stanno diversamente.

Insomma, se c’è la volontà politica con pochi accorgimenti la legge elettorale potrebbe essere fatta in breve tempo. E andare a votare a giugno, in linea di principio, sarebbe anche possibile. Al momento però il voto fa solo gli interessi di  Grillo.  Questo si  scontra con le pensioni di molti parlamentari che scattano a partire da settembre, e si tratta anche di  parlamentari pentastellati che almeno a questa aspirano. Grillo utilizzando proprio questo argomento  sta cercando  di “stanare” Renzi e convincerlo ad andare al voto quanto prima. Così entrambi dimostrerebbero di essere contro la “casta”.  Non è detto che i due si mettano d’accordo sulla legge elettorale e poi tentino di  far cadere Gentiloni. È quello che spera Grillo, e Renzi non si rende conto di stare facendo oggettivamente  il suo gioco. Renzi non si rende conto che non avrà i numeri  per fare un governo con Berlusconi e che alla fine si troverà proprio nelle braccia di Grillo, il quale a giugno può ancora sperare di essere la prima forza politica del Paese.

Dopo l’impresa sarà molto difficile. Le forze “sovraniste”,  che spinte da Salvini potrebbero contrastarlo, sono ancora in fase organizzativa.  Nonostante le intenzioni  di voto restino ancora alte per il M5S (anche se qualche cedimento inizia a registrarsi), Grillo è in  difficoltà, sta cominciando a perdere credibilità, e la sua decisione di difendere a oltranza il Sindaco di Roma può funzionare solo in vista di elezioni politiche imminenti. Al momento Grillo  può infatti  ancora  presentare la Raggi come vittima di televisioni e giornali, ma se dovesse arrivare un avviso di garanzia e un rinvio a giudizio per abuso di ufficio e falso in atto pubblico gli italiani  capirebbero che nulla distingue il M5S  dagli altri partiti e che anzi in quanto a capacità di  governo sono anche peggio, e allora perché votarli ancora? Perché votarli se gli italiani  avessero una credibile alternativa “sovranista- identitaria” contro euro e Unione Europea?

Giugno, settembre o a scadenza naturale le elezioni politiche comunque si avvicinano. E allora che fare? Per chi crede che in un Paese diviso politicamente in tre (o addirittura in quattro)  ci vuole un sistema  proporzionale, la cosa migliore sarebbe lavorare sulle indicazioni della Corte  sciogliendo  i nodi lasciati irrisolti  dalla Corte medesima. Il sistema proporzionale  avrebbe almeno  il merito di fotografare la realtà multipolare del Paese. Qualcuno penserà che ritornare  alla Prima  Repubblica  senza i partiti della Prima  Repubblica sia una pura follia. Può essere,  ma non è compito di una legge elettorale  manipolare la fotografia per farci apparire più belli. Siamo quello che siamo.


*versione integrale dell’articolo pubblicato oggi su Libero

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