Di Paolo Becchi su Libero, 19/02/2017


L’uscita dall’euro, va ribadito con chiarezza, come ci ha ricordato Nino Galloni su questo giornale in una bella intervista di qualche giorno fa, da sola non basta. Dovrebbe costituire il momento tattico di una strategia più ampia fondata sul recupero del lavoro, della lotta alla disoccupazione e alla diffusione crescente della povertà nel nostro Paese. La riconquista della sovranità monetaria, e qui sono certo di avere una posizione diversa da quella del giornale che mi ospita, dovrebbe essere la premessa per riportare al centro della politica economica e industriale, l’intervento attivo e diretto dello Stato nella sfera dell’economia. Insomma nel nostro paese esiste non solo una questione nazionale ma anche una questione sociale. E a tale riguardo i soggetti politici che oggi si dicono sovranisti dovrebbero, a mio avviso, chiarirsi le idee.

IL NEOLIBERISMO

Non è possibile continuare a riproporre gli ormai (almeno per me) vetusti paradigmi neo-liberisti del meno Stato più mercato e del meno tasse per tutti che hanno dimostrato di non funzionare, anzi di rappresentare assi portanti della crisi contemporanea. Da questo punto di vista, in particolare, la Lega di Matteo Salvini, che cerca di accreditarsi (non senza difficoltà dal momento che di fatto resta ancora una forza regionalista, la quale stando al suo statuto si batte ancora per l’indipendenza della Padania) come una forza identitaria, sovranista e nazionalpopolare, sembra mostrare qualche ambiguità. Vorrei soffermarmi qui solo su un punto, ma che ritengo decisivo: la flat tax.

È questa la proposta avanzata da Armando Siri anche in un suo recente libro, Flat tax. La rivoluzione fiscale in Italia è possibile e fatta propria dalla Lega, di cui Siri è consigliere economico, nonché ideatore della Scuola leghista di formazione politica. Ora non si può non contestare che la flat tax nasca nel solco di un progetto neoliberista. Del resto il primo a sostenerla è stato proprio Friedman nel 1956. Fa parte dunque del programma economico neoliberista ridurre a una le aliquote fiscali esistenti, abbassandole fortemente, come viene proposto oggi dalla Lega. Trascuro qui il profilo di incostituzionalità che la proposta può presentare, dal momento che la Costituzione informa il nostro sistema tributario «a criteri di progressività» (art. 53). Siri cerca di aggirare questo ostacolo, introducendo il principio che l’unica aliquota fiscale, fissata al 15%, verrà applicata a partire da un reddito di 50 mila euro lordi. Ho qualche dubblo che questo sia sufficiente a superare il dettato costituzionale. Ma non voglio insistere ora su questo punto. Mi chiedo piuttosto: risolve i problemi del nostro Paese? E come si concilia questa proposta con l’idea di un partito sovranista, che voglia restituire allo Stato la sua centralità democratica? Oggi se l’Italia vuole ripartire non può fare a meno di un forte intervento pubblico nell’economia, e non può certo farlo restando nella gabbia dell’euro, ma anche se riuscissimo a liberarcene come fa lo Stato ad intervenire se le sue risorse dovessero addirittura diminuire in modo consistente con il suo gettito fiscale?

Il saccheggio dell’industria pubblica italiana con le privatizzazioni si è accompagnato alla perdita della sovranità monetaria. Oggi prima ancora di studiare le aliquote fiscali, dobbiamo mettere lo Stato nelle condizioni di sostenere la domanda effettiva. Lo Stato deve incamerare equamente risorse e spenderle a vantaggio di tutti. Certo con un fisco meno bizantino e diminuendo gradualmente la pressione fiscale invece di aumentarla come è avvenuto in questi anni, ma senza giungere ad introdurre ora (e sottolineo ora) la flat tax.

LA LEZIONE DI KEYNES

O si permane in una visione economica ispirata alle politiche dell’offerta (e dunque si continuano a sostenere le pratiche neoliberiste) o ci si converte a quelle keynesiane di sostegno alla domanda, strumento indispensabile per contrastare le disuguaglianze sociali che frenano lo sviluppo. Non basta allora uscire dall’euro, ci vuole un piano lungimirante di investimenti pubblici, un piano per il lavoro. La flat tax, il forte calo del gettito dell’imposta sul reddito, non mi pare in questa direzione. Oggi avrebbe come conseguenza un aumento delle imposte indirette, e così si andrebbero a colpire proprio quei consumi che invece bisognerebbe stimolare. Insomma, siamo proprio sicuri che questa sia oggi la strada giusta?

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