Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 22/02/2017


Dai cocci dell’ultima assemblea PD è possibile ricavare subito due dati: il primo è che Renzi ha deciso di resistere alla fronda della minoranza PD e di non cedere alle richieste dei bersaniani; il secondo è che la minoranza PD non accetta più il fatto che il loro partito sia diventato ormai una declinazione del partito di Renzi. Dal punto di vista politico, ha ragione la minoranza PD quando chiede a Renzi di non ricandidarsi e di passare la mano alle prossime primarie. In fondo non fa altro che chiedergli di rispettare la sua promessa di lasciare la politica in caso di sconfitta al referendum. Dal punto di vista regolamentare, ha ragione Renzi quando ribadisce che non c’è nessun obbligo formale o regolamentare che lo costringa a seguire tale posizione. La sostanza non cambia, comunque. Il divorzio più importante della politica italiana degli ultimi 15 anni sta per consumarsi, e tutti cercano pretesti per addossarne le responsabilità al campo altrui. Ma per capire perché mai il partito più grande della politica italiana stia per terminare la sua storia, occorre partire in primo luogo dal cambiamento degli scenari internazionali.

Questi raccontano di un cambiamento epocale a livello mondiale iniziato con la Brexit e proseguito con Trump. L’idea stessa che la globalizzazione e l’UE siano irreversibili sta sconquassando tutti gli assetti della politica internazionale. Il meccanismo che sta portando all’ascesa dei partiti nazionalisti contrari alla cessione di sovranità ad organizzazioni sovranazionali, si è messo in moto e sembra difficile da arrestare. E’ del tutto normale quindi vedere una crisi del PD, perché proprio questo è stato negli ultimi 25 anni il partito dell’euro, della globalizzazione e dell’UE.

Una scissione ad ogni modo indebolisce e come ha detto Del Rio nel fuori onda carpito recentemente “una volta che l’acqua esce non la contieni più”. Fanno perciò sorridere quei sondaggi che attribuiscono una perdita minima al PD renziano in caso di scissione, quando gli stessi esponenti più importanti della sinistra italiana e del partito, tra i quali Letta e Prodi, stanno praticamente implorando di non arrivare ad una simile conclusione. Se non ci fosse nessuna perdita, perché tanta preoccupazione? Quello da chiedersi a questo punto, è, una volta indebolito il PD, cosa potrà accedere nella politica italiana? Il primo pensiero corre al M5S, il partito che negli ultimi anni ha avanzato prepotentemente la sua candidatura per sostituire il partito del Nazareno. Lo ha fatto cercando un riconoscimento presso la finanza anglosassone della City, dove Di Maio si è recato in visita, per poi passare dai colloqui del vicepresidente della Camera con gli ambasciatori dell’UE, fino all’ultimo tentativo, respinto, di entrare nel gruppo dell’ALDE di Verhofstadt.

Il M5S vuole dimostrare di essere maturo e di poter continuare sulla via del PD, ma i suoi gravi problemi interni sembrano pregiudicarne la riuscita e lo stesso Financial Times, convinto della maturità del Movimento l’anno scorso, oggi scrive che i grillini non sono pronti per governare. Il caos romano è la vetrina della completa incapacità gestionale del Movimento, e allo stesso tempo fa emergere i problemi di legittimazione di Beppe Grillo come leader, dal momento che la corrente della Lombardi non sembra riconoscere il comico genovese come capo del M5stelle. Nell’immediato una divisione del Pd potrà probabilmente portare sollievo ai grillini, ma all’indomani di un probabile rinvio a giudizio della Raggi ancora sotto la lente investigativa della procura romana, sarà arduo non subire il contraccolpo e tenere la barra dritta. Siamo vicini a un grande smottamento della politica italiana, simile in certi aspetti a quello del 1992, ed è alquanto difficile dire in uno scenario di completo cambiamento cosa accadrà. Una cosa però è certa: ad essere premiati saranno coloro meglio ad interpretare questa nuova fase storica caratterizzata dal ritorno dello spirito nazionale.

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