Di Paolo Becchi su Il Secolo XIX, 22/02/2017. 

La versione integrale dell’intervento la trovate QUI.


Giovanni Battista Pittaluga, nel suo articolo apparso domenica su questo giornale, riporta l’attenzione sull’euro. Egli ci ricorda che la moneta unica fu introdotta sulla base di due presupposti: la stabilità dei prezzi e l’equilibrio di bilancio favoriscono la crescita economica, l’adozione dell’euro contribuisce alla convergenza della crescita e del reddito pro-capite all’interno dell’area che lo adotta. In primo luogo occorre osservare che non c’è necessariamente una correlazione positiva tra equilibrio di bilancio e crescita economica. L’idea che ridotti livelli di deficit sul Pil aiutino la crescita non è convalidata dall’analisi economica. In secondo luogo va registrato che il reddito procapite dal 1968-1998, con la lira, era cresciuto del 104%. Dal 1999 (anno in cui viene fissato il cambio irreversibile con l’euro di 1936,27 lire) al 2016 è calato dello 0,75%.

Dati incontrovertibili. Pittaluga stesso ammette che nessuno di questi due presupposti si è realizzato. È lecito chiedersi: perché quei principi dovevano essere giusti se in pratica sono stati così clamorosamente smentiti dai fatti? Sì, perché l’idea avanzata nell’articolo è che quei principi fossero buoni e che i cattivi siamo stati noi italiani, che non saremmo stati abbastanza bravi ad attuarli. Non credo sia così. Se un Paese con il cambio fisso rinuncia alla svalutazione, deve avere una contropartita in termini di redistribuzione fiscale. Se questa viene a mancare allora non c’è nulla che possa impedirgli in caso di crisi di collassare. Sono cose ben note agli economisti. Abbiamo condiviso la moneta, ma non il debito. E ora siamo in una via senza uscita, se non quella di uscire dall’euro.

Se noi ci troviamo oggi con un forte tasso di disoccupazione questo non sarebbe dovuto alla costruzione dell’euro, ma al fatto che non saremmo stati in grado di accettare le nuove sfide poste dai “rivolgimenti sui mercati mondiali”. Paroloni. Permettetemi di volare basso e di replicare mettendo a confronto la produzione industriale d’Italia e Germania. Prima dell’introduzione della moneta unica, l’Italia aveva una produzione industriale superiore a quella tedesca, cresciuta in particolare tra gli anni 1992-1995 proprio grazie alla svalutazione della lira. Dopo l’euro, dal 2002 in poi, inizia il sorpasso della Germania, e il meccanismo è dovuto ai differenziali di inflazione più bassi della Germania con i quali ha acquisito competitività rispetto alle nostre merci. L’Italia nei primi anni dell’euro aveva un’inflazione più alta della Germania, e impossibilitata ad operare una svalutazione del cambio che le avrebbe consentito di recuperare il terreno perduto nei confronti della produzione industriale tedesca, ha cominciato il suo declino.

Mi pare evidente: è la fissità del cambio ad aver prodotto i problemi che oggi abbiamo. Ritornando alla lira potremmo svalutare la nostra moneta, e dunque tornare ad essere competitivi, ma ecco che Pittaluga ci mette in guardia: svalutazione = inflazione. Lo spettro dell’inflazione: andremo a fare la spesa con le carriole di banconote. E qui si resta basiti. La svalutazione è un deprezzamento del tasso di cambio nominale verso un’altra valuta; l’inflazione è l’aumento annuale di un determinato paniere di beni scelto dall’Istat come riferimento. È una fake non più tanto news sostenere che il deprezzamento dell’uno (il cambio) porti all’incremento dell’altra (l’inflazione). Non c’è nessuna evidenza che dimostri che una svalutazione del cambio produrrebbe un aumento dell’inflazione. Basti ricordare la svalutazione della lira verso il marco del 1992, quando l’Italia uscì dallo Sme, l’accordo di cambi fissi dell’epoca. Prima del 1992 il cambio fisso era di 750 lire per marco; dal 1992 al 1995 la lira svaluta circa del 50% verso il marco, ma l’inflazione addirittura scende dal 5,2% del 1992 al 4,1% del 1994, per poi ritornare al 5,2% del 1995.

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