Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 23/02/2017


Contrordine grillini, lo stadio non si fa più. Anzi, «nessuno dice di No, diciamo di Sì ma in una parte che non sia quella di Tor di Valle. È meglio farlo in una zona che non esonda», dice Beppe Grillo intervistato dal Tg2.

La telenovela dello stadio della Roma si arricchisce di un altro capitolo e questa volta si tratta di un colpo di scena. Nella mattinata di ieri arriva la disdetta dell’incontro tra il sindaco Raggi e il dg della Roma, Mauro Baldissoni. L’argomento dell’incontro avrebbe dovuto essere lo stadio, ma il sindaco è stato costretto a disdire a causa delle laceranti divisioni interne del Movimento. A parlare per voce della frangia grillina è stato il capogruppo in consiglio comunale, Paolo Ferrara, che ha cercato di smorzare i toni sui contrasti interni alla giunta, parlando di «differenze di opinione» piuttosto che di una divisione. Resta il fatto che il consiglio comunale è spaccato numericamente a metà: 15 dei 29 consiglieri grillini sono contrari alla realizzazione dello stadio, e la corrente dei favorevoli al progetto a questo punto si trova in minoranza.

A nulla è valso l’intervento di Grillo fino a questo momento, che ha cercato di ricomporre la frattura tra le due ali della giunta. La posizione di Raggi e di Grillo è favorevole alla realizzazione dell’impianto, motivata anche dal presunto rischio di cause milionarie ai danni della giunta da parte della Roma in caso di rifiuto a rispettare la delibera di Marino. Tra l’altro il presidente della Roma James Pallotta rincara la dose: «Nel caso lo stadio non si facesse sarebbe una catastrofe per il futuro della società, del calcio italiano, della città di Roma e francamente per i futuri investimenti in Italia». In realtà, l’ostacolo giuridico è sembrato piuttosto flebile sin dalle prime battute, quando proprio lo studio Imposimato, vicino al M5S, aveva fatto sapere che si poteva rimuovere la pubblica utilità al progetto senza correre rischi legali di nessun tipo. A questo punto è caduta anche l’ultima foglia di fico dei danni legali, perché a quanto pare la Raggi sta per cedere su tutta la linea alla corrente dei lombardiani capitanati da De Vito, e lo stesso Grillo si è rivelato fino ad ora completamente impotente a imporre il proprio volere sul resto dei frondisti. Proprio la scorsa settimana sul blog del capo era apparso un post che invitava i deputati grillini a non pronunciarsi sullo stadio, materia di competenza della giunta comunale. In realtà era sembrato un goffo tentativo di mettere a tacere le voci discordanti, non in linea con la volontà di fare lo stadio. Questo doppio standard si è visto con Di Maio e con la Lombardi: il primo aveva dichiarato che lo stadio della Roma era un obbiettivo del M5S, ma non è giunto richiamo di consegna del silenzio nei confronti del vicepresidente della Camera; la seconda invece è stata invitata a tacere quando aveva espresso le proprie critiche su un impianto che ha tutte le caratteristiche di un’enorme speculazione immobiliare. La lezione che se ne può trarre è quella di un Grillo debole politicamente, non in grado di realizzare quella sintesi politica di cui Gianroberto Casaleggio era capace. Cercare di cavalcare il tema dello stadio della Roma era un modo per tirarsi fuori dal pantano delle difficoltà della giunta, ancora priva di un capo gabinetto e di un assessore all’urbanistica.

L’intero mese di febbraio è stato dedicato ad un tema di nessun interesse pubblico per la cittadinanza romana alle prese con i problemi quotidiani del dissesto del manto stradale o della spazzatura. Quando Grillo ha dichiarato che a Roma le cose non vanno tanto male e che bisogna cambiare la percezione, gli si dovrebbe ricordare che la sua valutazione si basa sul quartiere Monti vicino al Colosseo, dove alloggia durante le trasferte romane, ma da lì è piuttosto difficile farsi un’idea dello stato di abbandono delle periferie. Tolto lo stadio, l’attenzione torna tutta sulla precarietà di una giunta paralizzata, e con la spada di Damocle del rinvio a giudizio pendente sulla Raggi. Gli sconfitti in questa vicenda all’interno del partito sono Grillo e Raggi, i vincitori Lombardi e la corrente che non riconosce più in Grillo il garante del partito e in Di Maio il leader indiscusso.

Annunci