Di Paolo Becchi su Libero, 27/02/2017


Il declino di una nazione non è un’idea astratta, ma qualcosa di concreto, di esistenziale, qualcosa che colpisce e infesta le strade, le facciate dei palazzi, i volti delle persone. E Genova, in particolare, le sue vicende, le sue atmosfere, è una delle città in cui più si riflette la storia di tutto il Paese, le sue speranze, i suoi entusiasmi, e con loro i momenti più bui. La storia italiana – la sua storia politica, culturale, industriale, sociale – ha sempre trovato nella storia della città le sue immagini più vive, le sue lotte più profonde. Città rossa e insieme, in stridente contrasto, cattolica, la Genova degli anni Sessanta: capace di far saltare un Governo, quello Tambroni, con la forza dei suoi portuali con la maglietta a strisce, ed insieme devota al suo Cardinale Siri, ad un tradizionalismo che non vuol morire.

Genova, città di Giano, città dai due volti: città dagli spazi infiniti che si aprono sul mare, il porto e le sue navi, e città di spazi chiusi e invisibili, di carruggi e prostitute. La città della “gatta” di Paoli – la collina di Nervi, la sua “soffitta vicino al mare” – e la città dagli occhi “grigi come la strada” di De André – via del Campo, “dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi”. Genova garibaldina e socialista, d’annunziana nel 1915, terrorista negli anni Settanta. Per molti anni comunque viva, sempre all’avanguardia: nella canzone, nella poesia, nella pittura. Ma oggi sempre più vecchia, sempre più stanca, con il suo smantellamento industriale, e con i suoi ricordi. I genovesi vivono del loro passato e sembra non abbiano più un futuro. Metafora di un’Italia che langue.

Ancora oggi, in questi giorni, questa città è la metafora della politica italiana. La scelta dei candidati sindaco è lo specchio della decadenza a livello nazionale dei partiti: un M5S che ormai si è trasformato in partito in cui si può discutere il problema delle massaggiatrici cinesi nel centro storico, ma non il candidato sindaco, un professore d’orchestra, di fatto già designato e con lista bloccata, un Pd sull’orlo di una crisi di nervi.

Vuoi vedere che alla fine Genova finirà col diventare il canto del cigno di Berlusconi? O diventerà sindaco un orchestrale? Lo scopriremo solo vivendo. Mi ritorna in mente Prova d’orchestra di Fellini, una musica tra polvere e macerie.

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