Di Paolo Becchi sul Secolo XIX, 28/02/2017. Articolo lievemente rielaborato; qui la versione pubblicata dal giornale.


Un uomo ha deciso di morire ed è morto:  non ne poteva più di una vita per lui diventata insopportabile, impossibile. A causa di un incidente chiuso dentro un corpo completamente paralizzato e persino privo di luce, se non quella della coscienza ancora vigile,  Fabo ha deciso di morire e per farlo si è fatto portare in un paese che pur non ammettendo espressamente l’eutanasia concede il suicidio assistito.

Il pensiero unico ha già emesso tutte le sue sentenze contro “Stato etico” italiano. L’emigrazione per suicidarsi è un caso da prima pagina, quella di migliaia di giovani costretti ad emigrare dal nostro paese in cerca di un lavoro non fa invece notizia. È importante morire con dignità, una vita dignitosa invece è di secondaria importanza. A pensarci bene è pazzesco dove ci sta portando il “pensiero unico”: la libertà di morire sta diventando quasi  più importante  della libertà di vivere.

Beninteso, lo Stato ha certo le sue colpe. Progetti di leggi su testamento biologico e sul fine vita continuano a restare fermi in un parlamento incapace di farsi carico dei problemi dei cittadini e tra questi anche quelli cosiddetti eticamente sensibili, tanto che a volte  ci pensa la magistratura a levare le castagne dal fuoco. È ancora vivo il ricordo dei casi  laceranti di Welby e Englaro, la cui sorte è stata decisa dai giudici.

Detto questo però dobbiamo stare molto attenti ad arrivare a facili, troppo facili, conclusioni, spinti sull’ onda delle emozioni ad accettare l’idea del diritto di morire, come fosse il più normale dei diritti.

Il primo diritto su cui si fondano le società è il suo esatto contrario, vale a dire il diritto alla vita. Questo non implica certo la negazione del suicidio, se uno vuol togliersi la vita è libero di farlo. Ma casi come quello di Fabo ci pongono di fronte ad una situazione molto più tragica, quella di pazienti che pur coscienti di voler morire non sono in grado di darsi la morte da soli, e chiedono di essere aiutati a realizzare questo loro desiderio di morire.

Coloro che sostengono l’ eutanasia vogliono che sia il medico a realizzare questo desiderio e lo chiamano diritto. E se c’è un diritto, qualcuno pure lo deve soddisfare. E in questo caso sarebbe, ovviamente, il medico. Ecco, io credo che questo sarebbe un grave errore e vi spiego brevemente perché. L’ eutanasia snatura del tutto la professione del medico, il  quale deve curare e se non riesce a guarire alleviare le sofferenze, senza però spingersi a praticare un intervento diretto ed attivo volto ad uccidere il paziente.

Certo, le professioni possono in parte mutare col tempo, ma non  devono mai snaturarsi completamente. Nessuno andrebbe a comperare un pacchetto di sigarette dal farmacista. Il medico è al servizio della vita e  non deve mai essere percepito come il killer del suo paziente, ne va della sua professione e del suo ruolo nella società.

E allora che fare, in  casi così tragici come quello di Fabo? Bisogna chiedersi perché debba essere proprio il medico a svolgere quel ruolo di morte, come alcuni vorrebbero, utilizzando strumentalmente casi come quello di Fabo per proporre in Italia la legalizzazione dell’ eutanasia. Le competenze del medico possono certo spingersi sino a trovare il mezzo più adeguato per consentire al paziente di morire senza soffrire, ma tutto ciò che va oltre mette a repentaglio il senso più profondo della sua professione. L’eutanasia ad opera del medico è una risposta semplice ad un problema complesso. Più  in generale  bisogna osservare che la compassione, come  una volta aveva ricordato Hans Jonas, da sola non basta a fondare nessuna etica, tanto meno, aggiungo io, una legge sulla fine della vita.


A chi volesse approfondire l’argomento consiglio la lettura di questo libro insuperato di Hans Jonas: “Tecnica, medicina ed etica. Passi del principio responsabilità“. 

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