Di Paolo Becchi su Libero, 11/03/2017


La storia – Giambattista Vico lo aveva compreso perfettamente – non procede mai in maniera progressiva, secondo una successione lineare di eventi. Procede piuttosto per corsi, e poi arresti, fratture, discontinuità, cui seguono ricorsi, non la ripetizione identica dei corsi precedenti, ma il loro ritorno, come tale nuovo. Lo abbiamo già scritto in un precedente articolo, svolgendo alcune considerazioni sulla crisi della globalizzazione e il ritorno della voglia di nazione. Oggi vogliamo riprendere quel discorso adattandolo alla storia del nostro Paese.

Non capiremo nulla dell’idea di “nazione” nel nostro Paese – dell’importanza che questa idea può avere di nuovo oggi – se non sapremo capirne, anzitutto, i suoi corsi e ricorsi. L’idea di nazione, oggi, non è la stessa di ieri. Il richiamo alla nazione, all’identità nazionale, è stato, infatti, nel corso del XIX secolo, uno dei motivi ideologici fondamentali che hanno accompagnato il processo risorgimentale dell’unificazione e, successivamente a esso, i tentativi di legittimazione del regime statutario. Fatta l’Italia, il “mito” della nazione servì a fare gli italiani. Ma sono state molteplici e differenti le tradizioni che l’idea di nazione si è trovata, di volta in volta, a servire, dal Risorgimento all’avvento del fascismo.

Già durante il Risorgimento si scontravano la concezione liberale e pragmatica di Cavour e quella ideale e utopica di Mazzini e Garibaldi. A unità raggiunta e almeno da Crispi in avanti, la “nazione” indica le mire espansionistiche dello Stato, le sue politiche di potenza. Allo scoppio della Prima guerra mondiale il richiamo all’unità nazionale è la parola d’ordine del nazionalismo interventista di Corradini, mentre l’interventismo democratico di Salvemini si riallaccia all’idea di nazione come autodeterminazione dei popoli. Dopo Versailles il richiamo alla nazione diventa uno dei temi centrali dell’irredentismo dannunziano con la sua retorica della «vittoria mutilata». Ed è in questo humus che si vengono a formare le basi ideologiche del fascismo. Già da tali esempi risulta chiaro che il nazionalismo è soltanto una variante, una versione tra le altre, del mito della nazione.

Con il collasso dello Stato liberale e l’avvento del fascismo diventa centrale il mito nazionale. Un mito, diremmo, che ha tuttavia determinato la crisi del concetto di nazione del nostro Paese, facendo di esso un termine che – con il crollo del Regime – non sembrò più passibile di utilizzazione per la nuova Repubblica dei partiti del cosiddetto «arco costituzionale». Puzzava troppo di fascismo, era stato troppo compromesso con la retorica mussoliniana del richiamo a Roma, dell’Impero, se non addirittura della “razza” italiana. Era, insomma, divenuto inservibile.

Così la parola ha conosciuto un lungo corso di oblio: meglio dimenticarla, meglio che gli italiani trovassero la loro identità in altre idee, come quella dell’anti-fascismo, posta alla base della nostra retorica costituzionale, o della democrazia nata dalla Resistenza. Cosi il mito della nazione fu sostituito da quello della Resistenza.

Questo periodo è durato a lungo, almeno tanto quanto ha tenuto nel nostro Paese quel sistema dei partiti sorto nel primo dopoguerra. Ma a ben vedere anche oltre. Tutti ricordano come, fino a pochi anni fa, chi parlava di nazione fosse, di fatto, tacciato più o meno apertamente di fare discorsi fascisti o quantomeno reazionari, e comunque a parlarne erano gruppi politici di destra che nascevano da quel contesto. Ma qualcosa, negli ultimi anni, è cambiato: al corso è succeduto il ricorso, un nuovo inizio dell’idea nazionale. È in corrispondenza con la crisi sistemica della Ue che si è risvegliata l’idea di nazione. Gli Stati sono tornati a rivendicare sovranità e i popoli a sentirsi nazioni. È fallito il tentativo di integrare l’Europa disintegrando le identità nazionali. Un fallimento epocale per certi versi simile a quello dell’Urss.

Anche in Italia cominciamo a sentire soffiare il vento del cambiamento. La svolta “sovranista” che Salvini ha impresso alla Lega è un segno importante nel panorama politico italiano. E non è un caso che questa svolta provenga dal partito che, storicamente, è stato contro l’unità nazionale, contro il centralismo romano e al contempo del tutto estraneo alla retorica fascista. Non è un caso, proprio perché ciò dimostra come nazione, oggi, significhi qualcosa di diverso dal passato. Il suo è un ritorno nuovo, che apre a un ripensamento del senso della nostra identità.

Oggi nazione significa, infatti, recupero della sovranità perduta, recupero di ciò che è stato impropriamente ceduto all’Ue, in cambio di continue sofferenze. Non significa centralismo, quello fa male tanto al Nord quanto al Sud, ma aprire alla possibilità di conciliare le istanze proprie del federalismo con l’idea di una forza politica radicata non più soltanto in alcune Regioni del Nord ma su tutto il territorio italiano. Da questo punto di vista oggi forse non abbiamo bisogno di più Regioni a statuto speciale, ma di una vera riforma in senso federale dello Stato. Questa Europa ha fallito quando ha preteso di cancellare le singole identità nazionali, sostituendole con un mostro transnazionale opprimente e oggi nel nostro Paese solo una forza politica che sappia dare voce all’interesse nazionale da Nord a Sud ha la possibilità di crescere e svilupparsi in un quadro politico peraltro nuovamente in totale disgregazione.

Decisiva non è più la questione settentrionale, e neppure quella meridionale, ma la questione nazionale, perché l’Unione europea e la sua moneta, da a Palermo, ci sta distruggendo tutti. O ci salviamo insieme o diventeremo, come la Grecia, con il M5S al posto di Syriza, una colonia del IV Reich. Per questo, se vogliamo tornare grandi dobbiamo anzitutto recuperare il senso della nostra appartenenza comunitaria. Ma anche questo da solo non basta. C’è bisogno, in vista delle prossime elezioni, di un programma politico articolato, capace di aggregare anche forze diverse, che abbia come obbiettivo la ricostruzione di un Paese ridotto in macerie, e c’è il tempo per prepararlo. Per tornare grandi dobbiamo ritornare a pensare (politicamente) in grande.

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