Di Paolo Becchi su Libero, 19/03/2017


C’è qualcosa di nuovo nell’ultimo libro di Lauretta Maganzani, L’arte racconta il diritto e la storia di Roma (Pacinni, pp. 424, euro 33), qualcosa che cattura, e che va al di lù del pubblico di specialisti a cui, per l’argomento e per la professione dell’autrice (ordinario di Diritto romano alla Cattolica di Milano), sembrerebbe rivolgersi. È la capacità di farci vedere il diritto ancor prima di spiegarcelo, come mostra l’itinerario iconografico proposto, in cui si ripercorrono, sino ai giorni nostri, le reinterpretazioni artistiche dei principali episodi della storia di Roma antica, dalle origini mitiche a Giustiniano. Non c’è che l’arte, talvolta, a farci sentire cosa sia il diritto, nelle nostre vite, nella sua profondità.

La scelta, poi, di quella grande esperienza giuridica che è stata la civiltà romana, consente di educare lo sguardo agli atti davvero primordiali del diritto, alla sua concretezza esistenziale: tracciare un confine, deporre o prendere le armi, dare le leggi, liberare gli schiavi. Ciascuno potrà soffermarsi sugli episodi e le opere che più lo colpiranno in un racconto di 115 reinterpretazioni artistiche dei principali eventi storico-giuridici. Personalmente, da filosofo del diritto, con un occhio però sempre attento alla storia, vorrei sottolineare tre passaggi essenziali, segno di qualcosa che ritorna costantemente nella storia. Esemplificati da tre figure simboliche: Romolo, Cesare e Giustiniano.

La fondazione di Roma ci insegna – attraverso uno splendido affresco attribuito ad  Annibale Carracci: Romolo determina il confine di Roma città – che la nscita di una comunità sta tutta in un gesto semplice e originario: il vomere di bronzo, attaccato all’aratro e tirato da un bue e una mucca aggiogati, traccia un solco profondo sulla terra, il sulcus primigenius. È la linea di confine, che separa lo spazio della città dall’esterno, gli amici dai nemici, la comunità dagli stranieri.

Segue la meravigliosa storia repubblicana fatta di virtù, sacrifici, difesa della patria, fino al passaggio all’Impero. Agli albori La pubblicazione della legge delle Dodici Tavole, prima fonte scritta del diritto romano, con un affresco di Cesare Maccari, e alla fine la res publica dipinta con il sangue: la testa di Pompeo offerta a Cesare (si veda il quadro di Giovanni Antonio Pellegrini, La testa di Pompeo presentata a Cesare), un Cesare mosso da umana pietas di fronte alla macabra fine del rivale. Inizia, ormai, l’Impero, col susseguirsi delle dinastie e la decadenza.

L’Occidente finisce. Ma ad Oriente il diritto romano rinasce per giungere sino a noi, con Giustiniano, a cui Triboniano consegna le Pandette, cioè la compliazione delle opere dei grandi giuristi romani. Di questo tratta uno degli ultimi dipinti commentati, quello di Lorenzo Lotto: Triboniano consegna le Pandette a Giustiniano. All’imperatore bizantino la Maganzani dedica un capitolo intero, e a ragione. Da Giustiniano infatti parte una lezione che va al di là della storia romana. Le nuove leggi sono anche una speranza, la speranza di una comunità che torna a costruirsi, a rivendicare la propria identità.

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