Di Paolo Becchi su Libero, 24/03/2017


Come aveva intuito il grande Ortega y Gasset, esiste un profondo legame tra lo Stato e lo sport, una corrispondenza “segreta” e intima che consentì a questo autore di poter persino parlare di una “origine sportiva dello Stato”: lo Stato, per Ortega, non comincia che quando gruppi di giovani si associano tra loro, per rapire giovani ragazze estranee al loro gruppo consanguineo e compiere ogni tipo di “barbare” imprese. Più che «a un Parlamento o Governo di severi magistrati – egli osserva – tutto ciò assomiglia a un Atletic Club». La politica, lo Stato, insomma, hanno sempre qualcosa di agonistico, e insieme, se vogliamo, di incosciente: si rischia, si tenta un’impresa, si cerca una vittoria.

Forse tutto ciò si è ormai perduto, ma la somiglianza tra i fenomeni politici e quelli sportivi continua ad essere per certi versi illuminante. Partiti e calcio, entrambi mirano in fondo a vincere chi il campionato e chi le elezioni, e per farlo non bastano i migliori giocatori, ma serve anche un buon allenatore che sappia farli giocare insieme. Certo, a volte il risultato del gioco può essere falsato dall’arbitro, ma se fosse sempre così si smetterebbe di giocare, o no? Sono importanti insomma i giocatori gli arbitri e l’allenatore e anche i tifosi delle diverse squadre. L’arbitro non deve mai essere tifoso.

Ecco, per passare al piano politico, noi abbiamo avuto per molti anni un Presidente della Repubblica, un arbitro, che tifava per una squadra contro le altre. Il gioco era quindi truccato. Ma oggi vorrei soffermarmi sul ruolo dell’allenatore e su quello dei tifosi.

Di solito il tifoso è un po’ come l’elettore. Il tifoso difende strenuamente, anche a torto, la sua squadra. Ma quando questa comincia a perdere partite o a giocare male, iniziano le lamentele per il cambio sbagliato, lo schema sbagliato, l’incompetenza dell’allenatore, la contestazione del presidente. Fino a che si giunge a un punto critico, in cui si ha il crollo del consenso e molto spesso a quel punto si decide di cambiare allenatore. Se pensiamo a quello che sta succedendo all’interno del M5S, vi sono non poche analogie.

Il caso di Genova è da questo punto di vista eclatante: Grillo si rivolge ai suoi tifosi e chiede loro fiducia per aver fatto un cambio che a molti è parso inopportuno. Se commentiamo questo caso a quelli precedenti, si ha l’impressione che egli stia abusando della fiducia che gli è stata data. Pare quasi che per lui le gare politiche di Genova, e anche di Roma, non siano che quei tornei estivi, da agosto di Canale 5, buoni per portarsi a casa qualche coppetta senza valore, mentre il campionato che a Grillo pare interessare è, in fondo, solo uno: quello nazionale, per vincere lo scudetto. Ci riuscirà? Dipende tutto da quali squadre dovrà davvero affrontare.

Al momento, sembra che la perdita di qualche tifoso non lo danneggi più di tanto e, d’altronde, un altro allenatore disponibile non c’è. Ma se la tifoseria opposta si organizzasse, non c’è dubbio che qualche problema sorgerebbe.

Un Pd dilaniato, un M5s spaccato: in effetti, basterebbe una federazione che mettesse su una squadra decente per vincere il campionato.

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