Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 02/04/2017


Da diverse settimane la questione dei vitalizi parlamentari occupa in maniera preponderante la cronaca politica. Interminabili discussioni sono andate in onda sulle più importanti reti televisive italiane che hanno riservato la massima attenzione a questo «inaccettabile» privilegio. Ma di cosa si tratta esattamente?

Innanzitutto occorre dire che la disciplina in merito è stata riformata più volte recentemente. Se nelle precedenti legislature al deputato di turno bastavano brevissimi periodi di mandato parlamentare per adempiere ai requisiti necessari per maturare il diritto al vitalizio subito dopo la fine della legislatura, ora la disciplina è profondamente cambiata. Attualmente, in base all’ultima riforma del 2012, il metodo calcolato per la maturazione dei vitalizi non è più quello retributivo, ma quello contributivo con il quale i parlamentari incassano solo quanto effettivamente versato durante il loro mandato. Di fatto la parola «vitalizio» si può già considerare inappropriata per questa fattispecie, dal momento che sarebbe più corretto parlare di una «pensione da parlamentare».

Ma veniamo ai costi della casta: a quanto ammonta questa cattedrale di sprechi di cui tutti oggi scandalizzati parlano?

L’Inps stima che attualmente vengono erogati 2.600 vitalizi ai parlamentari eletti ai tempi delle vecchie normative, e il costo complessivo degli emolumenti versati si aggira intorno ai 190 milioni di euro. Perché si da tanta rilevanza a questi sprechi e nessuna a quelli che gravano sulle casse dello Stato a causa dell’Ue? Se si da uno sguardo all’analisi realizzata dal Centro Studi di Unimpresa, una fonte sicuramente attendibile, relativamente ai costi che l’Italia deve affrontare per gli impegni con l’Ue per il quinquennio dal 2015 al 2019, ci si renderà conto di come tutto il dibattito pubblico cerchi di dare importanza al dito, e non veda la luna.

Unimpresa stima che l’Italia dovrà versare complessivamente per il periodo preso in considerazione un totale di 290 miliardi di euro, per un versamento annuale di 58 miliardi di euro, suddivisi in questo modo: 44 miliardi al Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria e 14 miliardi al fondo salva-Stati (Mes).

Ad oggi abbiamo già versato nelle casse della Ue 116 miliardi di euro, senza dimenticare i 40 miliardi di euro versati nel 2012 al Mes per salvare le banche francesi e tedesche esposte con la Grecia. Mentre quindi i fondi dello Stato sono stati dilapidati precedentemente per tappare i buchi di banche straniere, il Consiglio Ue taglia ora i fondi europei per le ricostruzioni post-terremoto, una manovra che ha il sapore di una tremenda beffa nei confronti delle vittime dei terremoti del centro Italia. L’Europa dei nostri terremotati se ne frega.

Senza dimenticare i continui moniti della Ue sul nostro debito pubblico: se non ci fosse stato questo esborso per il Mes e per il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria, nel 2015 il debito pubblico piuttosto che arrivare a 2.172,6 miliardi di euro, si sarebbe attestato sulla soglia dei 2.114,4 miliardi. Se la preoccupazione di tutti coloro che si dicono allarmati per gli alti livelli del debito pubblico italiano è quella di «tagliare gli sprechi», perché non si parla di mettere fine a questa enorme massa di liquidità che esce tutti gli anni dalle casse dello Stato per gli impegni con l’Ue?

Se si fa un raffronto tra le due cifre, ci si renderà conto di quanto scandalizzarsi per il vitalizio sia funzionale all’oscuramento del vero scandalo dei costi dovuti agli accordi con Bruxelles: 193 milioni di euro per i vitalizi contro 290 miliardi di euro per la Ue. Ad oggi quello che lo Stato spende in vitalizi è pari allo 0,06% di quello che spende per l’Ue.

Per l’informazione conta solo lo 0,06%, mentre per il 99,94% nessuno grida allo spreco e a nessun partito politico passa per la mente di occupare il Parlamento per questo. Quando si parla di armi di distrazioni di massa, questo è senz’altro un perfetto esempio.

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