Di Paolo Becchi su Libero, 10/04/2017

« «Non mi pare che stiano giocando con lealtà» protestava Alice, «e poi battibeccano tutti con quanto fiato hanno in gola che uno non riesce neanche a sentire la propria voce… e le regole poi, così imprecise, ammesso che ce ne siano, non le rispetta nessuno… » »

Alice nel Paese delle Meraviglie

Mentre tutti i giornali hanno riportato con grande evidenza il convegno organizzato sabato ad Ivrea dal figlio di Gianroberto Casaleggio, in ricordo del padre ad un anno dalla morte, quello che sta succedendo a Genova in questi giorni con il candidato sindaco del M5s, appeso alle decisioni di un giudice, inevitabilmente passa in secondo piano. Eppure un punto di contatto c’è. L’operazione iniziata, bisogna riconoscerlo con successo (nonostante qualche illustre assenza tra gli invitati) a Ivrea – un luogo simbolico per Gianroberto Casaleggio che aveva in Adriano Olivetti una delle sue fonti e non solo per la sua critica dei partiti – è chiaramente rivolta a riacquistare credibilità presso coloro che dopo i risultati sinora non certo entusiasmanti a Roma erano rimasti delusi e al contempo a presentarsi come un partito aperto, che sta cercando di costruirsi una vasta platea di consenso all’interno della cosiddetta “società civile”. Anche ieri Beppe Grillo, sul suo blog, ha scritto che «non è più tempo di manifestazioni in piazza a carattere provocatorio, facili a sfogare nella violenza, è diventato il tempo di disegnare il nostro futuro, per questo siamo qui».

Per fare questo bisognava cambiare completamente strategia nei confronti di giornali e televisioni, come del resto già da tempo si è cominciato a fare. Poco importa se in questo si intravvede un “tradimento” del padre, che li considerava strumenti ormai obsoleti. Fa comunque un certo effetto vedere sul palco un giornalista che intervista il direttore di un telegiornale e vedere in platea Beppe Grillo ascoltare in silenzio.

Una cosa impensabile sino a pochi anni fa. Come impensabile sarebbe stato un invito al Presidente della Trilateral Italia. Lo scopo ormai è evidente: sostituire il Pd al governo del Paese e per questo, certo, si può anche parlare della visione del futuro della robotica con validi esperti e della moneta elettronica del futuro, dopo aver rinunciato nel presente alla battaglia contro l’euro, ma poi quello che conta è il consenso dei poteri forti, della carta stampata e delle televisioni. Grillo dimentica un piccolo particolare: i nove milioni di voti nel 2013 li ha ricevuti perché era contro i poteri forti, contro i giornali e contro le televisioni.

IL CASO GENOVA

Ammettiamo pure che i tempi siano cambiati e che il cambio di strategia possa avere successo (lo decideranno prossimamente gli elettori e se la Lega non si sveglia col congresso imminente la vittoria del M5s è assicurata), mi chiedo però: può funzionare questa “operazione credibilità” se si guarda a come concretamente funziona questo partito al suo interno? Il caso di Genova è, da questo punto di vista, esemplare. Qui, altro che visione del futuro, siamo persino al di qua del “centralismo democratico” del vecchio PCI, poiché all’ interno del M5s non c’è proprio niente di democratico.  Decide uno soltanto: il Capo, nel più totale arbitrio e senza neppure rispettare le regole che lui stesso ha voluto e fatto votare in rete agli iscritti. Insomma, una sorta di monarca assoluto legibus solutus, ma non siamo nel Seicento.

Una riprova è costituita dal blitz notturno con cui Beppe Grillo ha comunicato dal suo blog personale la sospensione della Cassimatis, alla vigilia dell’udienza in cui si doveva discutere l’istanza di sospensione del provvedimento che aveva annullato l’incoronazione della candidata Sindaco e al contempo della delibera con cui era stato ripescato Pirondini. Un tale espediente dimostra anzitutto una cosa: il Capo politico non era poi tanto sicuro della fondatezza dei motivi addotti per giustificare i provvedimenti che aveva adottato. Il blitz è stato certo un contropiede nei confronti dei difensori dei ricorrenti, ma a ben vedere può pure rivelarsi un boomerang. Ciò che infatti emerge dalla concatenazione di provvedimenti è che per Grillo la Cassimatis non deve comunque diventare il candidato sindaco, poco importa che per il dettato del regolamento le votazioni della rete in tema di scelta dei candidati siano vincolanti anche per lui. Può sempre decidere di cacciare un attivista o addirittura un candidato sindaco, che non gli piace, quando e come vuole.

STATUTI E CANDIDATI

È peraltro significativo che l’“ukaze” di Grillo sia stato pubblicato sul suo blog e non sul portale movimento5stelle.it: la decisione di annullare le votazioni del 14 marzo 2017 è stata infatti annunciata dal balcone personale del leader maximo e non dal canale comunicativo del M5s, il che giuridicamente non consentirebbe di ritenerlo come disposizione dettata dal Capo politico dell’Associazione, ma da Grillo in quanto tale. E qui diventa del tutto evidente il fatto già rilevato: al di là di Statuti e non statuti, regolamenti e non regolamenti la volontà di Grillo diventa per definizione atto normativo assoluto. È lui che nel totale arbitrio decide nello stato d’eccezione.

Come andrà a finire a Genova lo scopriremo probabilmente già oggi, data prevista per lo scioglimento della riserva da parte del giudice, ma oltre Genova la questione è: può un partito chiuso, restìo a qualsiasi regola di democrazia interna, presentarsi all’esterno come un partito aperto pronto a dialogare con tutti? È questa trasformazione credibile?


Aggiornamento: la Cassimatis ha vinto il ricorso contro Beppe Grillo, confermando la tesi di Paolo Becchi.

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