Di Paolo Becchi su Libero, 14/04/2017


Mentre il quadro internazionale è d’improvviso cambiato e venti di guerra si fanno sempre più forti dopo che Trump si è rivelato essere, come scrive Alexander Dugin, una Hillary mascherata, da noi la politica è di nuovo nelle mani di magistrati e giornalisti. Torna un incubo, insomma, da cui sembra non riusciremo mai a liberarci.

Passati, infatti, in secondo piano i processi per i «peccatucci» di Berlusconi, l’attenzione è ora quasi tutta puntata su Renzi e lo«scandalo » Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione, una intricata vicenda di accuse di corruzione che ha visto, tra gli accusati di «traffico di influenze», anche Tiziano Renzi, il padre dell’ex premier. Al conflitto politico si è sostituito il conflitto tra procure: i pm di Roma, che sostengono il falso ideologico del capitano del Noe Scalfato, e quelli di Napoli che gli ribadiscono piena fiducia. In ciò si innesta la battaglia, tutta personale, tra Travaglio, per il quale il renzismo è diventato il rimedio alla malattia terminale del berlusconismo, e la famiglia Renzi, la quale per mesi ha occupato e continua ad occupare la prima pagina del Fatto Quotidiano. Che le cose si siano, per Renzi, messe male, lo si capisce dal fatto che Luciano Violante si è preso la briga di denunciare, in un’intervista al Corriere Fiorentino, presunte «manipolazioni» e «indagini pilotate» al solo scopo di colpire Renzi. L’intervista è finita sulle pagine della cronaca locale: il direttore del giornale non ha ritenuto di metterlo sul Corriere della Sera nell’edizione nazionale. Molto più importante parlare di Grillo e delle varie Associazioni Casaleggio.

Di tutto ciò ad approfittarne è il M5S che continua a crescere nei sondaggi nonostante tutti i suoi guai interni. E anche in questo caso, ma in modo diverso, magistratura e giornali sono i protagonisti: la prima ha cominciato finalmente a capire che all’interno del Movimento c’è qualcosa che non quadra, i secondi invece fanno finta di nulla, relegando alla cronaca locale (nella fattispecie genovese) i nuovi scandali del M5s.

Il dato di fatto è che la politica si è trasferita di nuovo nelle aule dei tribunali, con querele e contro querele, mentre a nessuno pare più interessare la situazione politica di un Paese allo sbando tra immigrati clandestini che aumentano giorno dopo giorno, giovani costretti a emigrare, vecchi che rinunciano alle cure mediche perché troppo care e gente di mezza età che ormai un lavoro non lo cerca neppure più. Ad aprile il M5s ha tenuto il suo congresso sui generis a Ivrea ed ha parlato di robotica, medicina personalizzata, fine del lavoro, superamento delle lingue naturali: di tutto tranne che di politica e di cosa oggi interessa al popolo. A maggio giungerà, invece, un po’ inaspettato, il congresso della Lega, e Salvini farebbe bene a farlo non in Lombardia o in Veneto ma in Liguria, a Genova, dove per la Lega si presenta una occasione storica: vincere nella città, da sempre rossa, le prossime elezioni comunali.

A Salvini tocca un compito difficile, ma fondamentale: non solo quello di fare una volta per tutte chiarezza sulla linea del suo partito, ma altresì di far sì che in questo Paese si torni a parlare di politica, si torni a mettere al primo posto l’interesse nazionale, da Trento a Palermo, si cominci a discutere di un programma politico semplice ma articolato in vista delle elezioni politiche e di una strategia per l’uscita dall’Euro e dall’Unione Europa. Il futuro dell’Italia comincia da qui, dal recupero del senso di appartenenza, dal sentirci nuovamente nazione. Che lo debba fare un partito nato da una ispirazione regionalista non deve poi sorprendere: è una di quelle ironie della storia che, avrebbe detto Hegel, sono tutt’altro che infrequenti.

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