Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 01/05/2017


Il primo giorno di Trump come presidente è iniziato sotto i migliori auspici per gli americani e l’opinione pubblica internazionale che vedevano in lui l’uomo eletto per porre fine alla globalizzazione e aprire la via al ritorno degli Stati nazionali. Oggi si compiono i primi 100 giorni, e da questo primo traguardo temporale è possibile tirare le prime somme di un’amministrazione che ad oggi ha incontrato molte difficoltà a realizzare il suo programma.

Su Libero in occasione del discorso inaugurale di Trump, abbiamo proposto la composizione della squadra della sua amministrazione e già da un primo sguardo ai nomi prescelti per ricoprire le posizioni di governo, spiccavano delle figure a tutta prima incompatibili con i propositi di Trump. Ad esempio, Steven Mnuchin, uomo di Goldman Sachs, una delle istituzioni finanziarie più importanti del pianeta e sostenitrice della globalizzazione finanziaria, nominato al ministero del Tesoro, sembra una scelta incompatibile con gli obiettivi di porre fine al libero scambio senza regole appoggiato dall’Organizzazione Mondiale del Commercio. Lo stesso può dirsi per James Mattis, segretario alla Difesa, che in passato più volte ha parlato apertamente del “pericolo russo” per la sicurezza americana, mentre Trump nel corso della sua campagna elettorale aveva più volte espresso il desiderio di ricomporre le relazioni diplomatiche con il Cremlino e avviare una mutua collaborazione con Mosca per sconfiggere l’Isis in Siria senza passare dall’uscita di scena di Assad.

Durante il cammino di Trump in questi 100 giorni, alcune di queste promesse sono state disattese clamorosamente. L’attacco alla base siriana di Al Shayrat è stato probabilmente l’inizio del drammatico cambio di rotta in politica estera dell’amministrazione Trump. Eletto per portare fuori gli Usa dai conflitti armati nel mondo e della politiche degli attacchi preventivi, Trump si è ritrovato a sferrare un tipo di attacco militare che nemmeno i falchi neocon delle precedenti amministrazioni avevano mai realizzato. I motivi di questo tradimento delle promesse iniziali risiedono probabilmente nel fatto che Trump si trova a fare i conti con un apparato di potere, il cosiddetto “Deep State”, che nei fatti si sta rivelando al momento più forte di lui. Quando il 13 febbraio scorso Trump ha dovuto sacrificare senza battere ciglio la testa del generale Flynn, capo del consiglio di sicurezza nazionale, è stato un chiaro segnale di come questi poteri tuttora riescano a condizionare fortemente l’operato del presidente americano.

SEGNALE DI DEBOLEZZA

La storia del generale Flynn, accusato di intelligenza con il nemico per aver avuto contatti non autorizzati con i russi prima dell’investitura ufficiale come consigliere alla sicurezza nazionale, è stata un segnale di debolezza di Trump che ha accettato immediatamente le dimissioni del generale, nonostante poi è emerso in seguito che Flynn ha parlato con il Cremlino, non per discutere la rimozione delle sanzioni a Mosca ma riguardo alle espulsioni dei 35 diplomatici russi decretata da Obama a fine dicembre dello scorso anno. Piuttosto che difendere il suo uomo chiave per ricostruire i ponti con Mosca, Trump ha di fatto avallato la montatura dei media che hanno dato vita ad una campagna stampa per delegittimare Flynn. Questi gli errori del presidente che probabilmente non è stato abbastanza risoluto di fronte agli attacchi di un sistema mediatico contro di lui da prima dell’inizio del suo mandato.

Altre evidenti difficoltà di applicazione del suo programma elettorale sono scaturite dall’ostruzionismo della magistratura. Ogni volta che Trump ha firmato un decreto esecutivo per limitare l’immigrazione da determinati paesi a maggioranza islamica, diversi giudici di diversi stati federali hanno accolto ricorsi presentati ad hoc da associazioni americane favorevoli all’immigrazione e in questo modo la macchina dell’amministrazione presidenziale è stata di fatto paralizzata. Quindi, da un lato Trump si trova a fare i conti con un sistema che abbraccia la magistratura, i media, le lobby di affari militari e finanziarie di Wall Street, ma dall’altro accoglie nella sua amministrazione personaggi che esprimono interessi di quei mondi che lui ha giurato di distruggere.

L’esempio più evidente di questa contraddizione è data dalla nomina di suo genero al consiglio di sicurezza nazionale, Ashton Kushner, democratico di lungo corso e figlio di un noto costruttore di New York, già arrestato per reati di corruzione, e dall’uomo scelto per sostituire il generale Flynn, il generale McMaster, espressione dell’ala neocon militare più aggressiva. Sono state queste nomine a portare a far pendere la bilancia dell’amministrazione di Trump verso il Deep State, e a isolare Steve Bannon, rimasto consigliere anziano di Trump, ma uscito dal consiglio di sicurezza nazionale. I contrasti tra Bannon e il genero di Kushner sono noti da tempo, e i due più volti si sono scambiati accuse reciproche.

L’escalation militare in Siria e quella in Corea del Nord dimostrano come Trump stia cedendo su uno degli impegni fondamentali del suo programma, e la responsabilità di questo è da attribuirsi proprio al generale McMaster, come rivelato dal giornalista Mike Cernovich che ha svelato il ruolo di McMaster per spingere verso un conflitto bellico in Siria e rovesciare Assad. Tutto è nato dal presunto attacco chimico contro la città di Khan Shaykhun, sul quale sussistono molti dubbi e ancora ad oggi non è stato provato il coinvolgimento di Assad nella vicenda. La posizione della Russia è stata quella fin dal principio di chiedere un’indagine internazionale per appurare le responsabilità dell’accaduto, ma Trump è caduto nella trappola dei media e dell’establishment che ha subito attribuito il fatto ad Assad, così da portare Trump e Tillerson a rimangiarsi la promessa fatta una settimana prima dell’attacco chimico, ovvero quella di non essere interessati alla sostituzione del presidente siriano.

Così di fatto Trump si è ritrovato ad applicare la dottrina dell’attacco preventivo degli anni passati della presidenza Bush che ha dato il via alla guerra in Iraq senza alcuna prova circostanziale delle responsabilità di Saddam negli attentati dell’11 settembre. Il presidente che doveva porre fine al ruolo di poliziotto del mondo degli Stati Uniti, si ritrova paradossalmente a spingere ancora più in là il militarismo americano come sta accadendo anche in Corea del Nord, quando il ministro degli esteri cinese Wang Yi ha messo in guardia dagli esiti di una crisi che potrebbe portare allo scoppio di una guerra nucleare. Nessuno a nemmeno 100 giorni dell’amministrazione di Trump, si sarebbe immaginato di vedere il presidente americano coinvolto in crisi che rischiano di deflagrare in conflitti su scala mondiale.

Anche l’attitudine verso l’Ue e l’euro, altro architrave della globalizzazione, si è ammorbidita. Se in un primo momento le dichiarazioni del suo consigliere economico, Peter Navarro, criticavano la Germania per sfruttare una valuta, l’euro, pesantemente svalutata a discapito degli altri Paesi europei, ora quel piglio contro Bruxelles sembra attenuato, quando parla della “necessità di un’Europa forte”. Stupisce anche il suo silenzio di fronte allo scontro Macron-Le Pen, fondamentale per decidere i destini dell’Ue: tutti i governi europei si sono schierati praticamente con Macron, ma Trump non ha mostrato lo stesso sostegno per la Le Pen.

PROBLEMA CINESE

Lo stesso stallo e dietrofront si è avuto su un altro importante punto del suo programma: ridurre il deficit commerciale con la Cina e iniziare a imporre tariffe sui prodotti commerciali cinesi. Piuttosto che portare avanti una guerra commerciale con la Cina, si è ritrovato ad intraprenderne una con il Canada con i dazi del 20% imposti sul legname importato. La ragione è che Trump ora ha bisogno di Pechino per risolvere la questione della Corea del Nord, e almeno per il momento la questione delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti è stata messa da parte. La presentazione del piano delle riduzioni delle imposte va incontro alle promesse iniziali di abbattimento della pressione fiscale e pare una strategia efficace per recuperare il consenso interno degli elettori della classe media che lo hanno eletto alla Casa Bianca. Ma il cammino al riguardo è ancora lungo.

A questo punto è piuttosto difficile dire se Trump sta perdendo la guerra contro l’establishment, oppure se si tratti solo degli incidenti di percorso. Una cosa però è chiara: al momento il presidente degli Stati Uniti non ha avuto la forza di fare ciò per cui è stato eletto, perché i poteri di Washington, sono ancora tutti lì, forti come prima. Uno degli slogan di Trump nella sua campagna elettorale è stato “drain the swamp”, bonificare la palude. La palude purtroppo è ancora lì.

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