Francia, Gran Bretagna o Polonia mostrano come gli europei non abbiano intenzione di rinunciare alle loro identità. Soltanto i tedeschi coltivano il sogno di un’Europa neoliberale priva di confini


Articolo di Wolfgang Streeck, direttore emerito dell’Istituto Max Planck per la ricerca sociale di Colonia, uscito sul numero 18/2017 del settimanale tedesco Die Zeit

Traduzione dal tedesco di Anna Patrucco Becchi, pubblicata sul quotidiano Libero il 05/05/2017 in versione ridotta.


Le nazioni e i loro Stati, ci viene assicurato, sono „costruzioni sociali“. Ciò non significa tuttavia che non possano anche venire decostruite. Anche le famiglie, le burocrazie, le società per azioni sono costruzioni sociali, ma esse non possono essere abolite. Se deve esistere una casa europea comune, allora in essa deve esserci spazio per le nazioni europee.  Bypassandole non si arriverà ad alcun ordine politico europeo, perché questo potrà esistere soltanto insieme e grazie ad esse e sulla loro base.

In realtà è risaputo, a parte in Germania e – forse – a Bruxelles. Qui si ama infatti pensare che il prossimo passo verso un’“Europa unita“ debba essere fatto da „cittadini europei“ che, stanchi dei propri Stati nazionali,  decidano in un’assemblea convocata in qualche modo autonomamente di denazionalizzare l’Europa. Ma questa è per me la via più putschista che ci sia per giungere all’unificazione europea. È un’illusione pensare di poterla percorrere, ma le illusioni, e in particolare quelle di tipo idealistico-tedesco, possono avere conseguenze catastrofiche, in quanto fanno deviare da ciò che è necessario e praticabile. Tra l’altro a chi propone il „patriottismo costituzionale“ come alternativa al nazionalismo e allo sciovinismo, non dovrebbe neanche venire in mente di trovare scuse per sottrarsi a referendum britannici e olandesi.

Non c’è niente da fare: non soltanto la natura, ma anche le società possono svilupparsi unicamente dal materiale che esse stesse hanno creato prima. I sociologi la chiamano path dependency, cioè la dipendenza dal percorso di sviluppo seguito. In politica si hanno atti di creazione tutt’al più dopo sconfitte totali in guerre totali. La storia politica dell’Europa ha prodotto una varietà complessa di identità e sovranità, che al di fuori della Germania nessuno intende distruggere, non da ultimo per via dei tedeschi. „Posso capire“, mi confidò un paio d’anni fa un politologo greco che insegnava a New York, „che voi tedeschi vogliate disfarvi della vostra nazionalità, ma non potete pretendere che per aiutarvi in questo lo facciamo anche noi.“

Di fatto la maggior parte degli Stati non fa parte dell’Unione Europea per rinunciare alla propria sovranità, bensì semmai per difenderla il più possibile e proprio nei confronti di altri Stati membri oppure per realizzarla pienamente – vedi l’Irlanda, la Danimarca, i Paesi Bassi e il Lussemburgo, le Repubbliche baltiche, la Finlandia, la Polonia ecc. Per quanto concerne poi le due potenze atomiche europee, in Francia e in Gran Bretagna la discussione sull’Europa verte soprattutto sul fatto se si sia più sovrani – in altre parole meno dipendenti dalla Germania – all’interno o al di fuori dell’Unione Europea o addirittura dell’Unione monetaria. Quanto più profonda diviene l’integrazione, tanto più si propende per la seconda opzione. Basta vedere la Brexit e il successo di Le Pen e Mélenchon, i quali al primo turno elettorale per la Presidenza sono riusciti a ottenere insieme più del 40 % dei voti. Il „discorso“ tedesco sull’Europa dà in qualche modo per scontato che alla fine dell’unificazione europea vi sarà non soltanto la fine dello Stato nazionale tedesco, ma di tutti gli Stati nazionali e questo fa suonare campanelli d’allarme nei paesi extraeuropei. In tale contesto va visto anche il fatto che la Francia negli anni Novanta negò a Kohl quell’“unione politica“, che la Germania vedeva giustamente come presupposto di un’unione monetaria funzionante.

 Ciò non significa tuttavia che gli Stati nazionali e le nazioni siano delle strutture prive di problemi. Le nazioni tendono a presentarsi come comunità basate su un’origine comune, ma in verità sono composte da tantissimi elementi diversi. Esse coincidono solo raramente con gli Satti nazionali nei quali sono organizzate. Quasi ovunque vi sono residui non identici dal punto di vista linguistico, etnico o culturale. Le distinzioni verso l’esterno sono spesso arbitrarie e i passaggi fluidi. „Comunità“ che si percepiscono come nazioni – pensiamo ai catalani e agli scozzesi – possono ritrovarsi a vivere in uno Stato nazionale che appare loro sbagliato e voler fondare il proprio Stato per entrare poi nell’Unione Europea e questo non certo per rinunciare di nuovo alla sovranità appena conquistata. Normalmente gli Stati costruiscono nazioni e non viceversa e possono avere più (Francia) o meno (Jugoslavia) successo. Guerre esterne e interne sono utili a tale riguardo, così come gli schiaffi agli allievi che durante le lezioni si ostinano a parlare nel proprio idioma regionale. Fortunamente i patrioti costituzionali europei di Bruxelles non dispongono di nessuno di questi srumenti.

 Con le nazioni – per parafrasare Bismarck – è come con il sanguinaccio e con le leggi: non ci teniamo particolarmente a sapere in che modo vengano fatti. Ma una volta che sono fatti, ci sono e hanno delle conseguenze. I Romani, i Franchi e i Baiuvari all’inizio non erano che delle bande eterogenee di briganti, ma quel che ci hanno lasciato è identificabile in modo unico.

Di fatto il moderno Stato nazionale – o il semi Stato nazionale –  come stato territoriale sovrano è tutt’altro che obsoleto anche nell’epoca della „globalizzazione“. Nel 2010 le Nazioni Unite contavano 202 Stati sovrani, di cui 192 erano Stati membri. Nel 1950 erano ancora 91, di cui 60 nelle Nazioni Unite. Nel 1980 il numero complessivo di Stati era salito a 177 ed è ulteriormente aumentato nei seguenti trent’anni di „globalizzazione“ accelerata. La sovranità statale è evidentemente ancora un’ambita risorsa istituzionale e la piccolezza,  presupposto di maggiore omogeneità, è ricercata. La metà degli Stati esistenti nel 2010 avevano meno di 7,1 milioni di abitanti. E se è pur vero che nel 1980 la media di 4,9 milioni era ancora inferiore, a causa del maggior numero di Stati la crescita del numero medio di abitanti non è andata di pari passo con quella della popolazione mondiale. Divorzi ce ne sono stati tantissimi: sanguinosi come in Sudan e in Jugoslavia, pacifici come in Cecoslovacchia. Mentre non si ha invece notizia di unioni spontanee. Poniamo di Italia, Spagna e Portogallo in una Latino-Mediterrania, di Norvegia, Svezia, Danimarca e Finlandia in una Gran Scandinavia, di Estonia, Lettonia e Lituania in un Baltistan orientale.

 È questo che filosofi come Habermas definiscono negativamente il format dei piccoli Stati, ricorrendo alla retorica dei grandi Stati nazionalistici? Trascuriamo per il momento gli sforzi degli Stati Uniti di razionalizzare il mondo statale producendo in serie dei failed states per mezzo di interventi umanitari, ma qui abbiamo a che fare con un problema fondamentale di autoorganizzazione sociale nell’epoca della divisione globale del lavoro. È meglio che uno Stato sia piccolo o grande? E se piccolo, come va integrato? Se grande, come va costituito? Nell’Unione Europea i paesi piccoli al di fuori dell’Unione monetaria (Danimarca, Svezia) stanno meglio di quelli piccoli all’interno di essa (Finlandia, Portogallo, Grecia, Irlanda) e i paesi piccoli che non fanno parte dell’Unione Europea (Norvegia, Svizzera, Islanda) non stanno comunque peggio di quelli che vi fanno invece parte, persino nel caso in cui dispongono ancora di una propria moneta. Può essere che i paesi piccoli sappiano usare meglio gli strumenti della sovranità nazionale per cercarsi una nicchia strategica e gestire le risorse in modo sostenibile. Come ad esempio la Norvegia che invece di consumare quanto guadagna dal petrolio, lo mette da parte per il futuro. D’altronde la specializzazione comporta sempre dei rischi. Si veda la Finlandia, che in pochi anni si è trasformata da esportatrice di materie prime a esportatrice di alta tecnologia, ma che ora per via della crisi della Nokia si trova come intero paese in crisi. I grandi paesi possono bilanciare i rischi e ridistribuire i guadagni dai vincitori ai perdenti – sempre ammesso che la concorrenza internazionale e la struttura statale di potere lo permettano. Ad ogni modo questa situazione non è data nell’Unione Europea, ma forse neanche negli Stati Uniti o in Cina, o lì lo è sempre meno.

 Molto probabilmentre si tratta qui di un dilemma che può essere risolto solo caso per caso e temporaneamente. Ai sogni economico-volontaristici di un fiorire dell’economia si contrappone l’elevata resilienza delle organizzazioni nazionali ereditate. Questa ha due facce, di cui una, l’unica ad essere di solito presente nella discussione pubblica, risulta dal carattere delle nazioni odierne come comunità storiche di esperienza e comunicazione. Ricordi collettivi raccolti in una lingua comune fondano identità colletive, costituite come Stati nazionali o che tendono a una costituzione nazionale. La Nation-Building – sia in senso buono che in senso cattivo – trasferisce dei legami emotivi con paesaggio, musica, cucina ecc., nati precocemente e per ogni individuo inevitabilmente „monoculturali“, a un’organizzazione statale e trasformano l’amore per il proprio paese natale, privato di ogni kantiana reductio ad abstractum, in amore della patria. Le identità politico-collettive che nascono in tal modo non sono statiche, già per il fatto che sono costellate da „conflitti di valori“ (Weber). Tuttavia esse vogliono decidere da sole in selettività sovrana cosa acquisire, soprattutto da fuori, cioè a quanta patria debbano rinunciare e quanta ne debbano riacquistare. Nel linguaggio internazionalista ciò viene definito in senso spregiativo una „frammentazione“.

La verità è che integrazione significa sempre anche differenziazione: ogni dentro presuppone anche un fuori. Per questo per le comunità d’intesa nazionale è difficile capirsi. Un politologo comparatista mediamente dotato ha bisogno come minimo di un decennio per giungere a una „comprensione“ approssimativa persino di un paese vicino. È soprattutto per questo che non esiste una “opinione pubblica europea“, sulla quale si potrebbe fondare una democrazia popolare europea. Oppure esiste soltanto nella forma sintetica delle dichiarazioni pubbliche di Bruxelles che sono incomprensibili, perchè „aculturali“. Persino uno come Habermas ancora nel 1990 poteva immaginarsi l’Europa unita soltanto come „Europa delle patrie“, citando De Gaulle. Una finalité che i suoi seguaci condannano oggi duramente come atavismo nazionalistico. Al posto di questa posizione essi condividono l’idea più recente di Habermas, che ricorda la fatale giustificazione di Max Weber di uno „Stato potente“ tedesco, per cui per difendere il modo di vivere (moralmente superiore?) ci sarebbe bisogno di una grande Europa unita, che possa in caso di  necessità affrontare sul ring  i pesi massimi USA e Cina. Difficile immaginare però come ciò sia possibile.

Certo, si può sempre sperare di togliere, senza coercizioni, il particolarismo nostalgico dalla testa non soltanto dei tedeschi, ma di tutti quanti, minacciando una scomunica morale o ricordando le catastrofi del Ventesimo secolo e la bella vita multiculturale nelle città globali. Ma questo non è ostacolato soltanto dalla longue durée dei ricordi identitari. Qui entra in gioco il secondo aspetto della capacità di resistenza delle nazioni e degli Stati nazionali, dovuto al fatto che essi non consistono unicamente di diverse configurazioni tra cittadini e Stato, bensì anche tra società e capitalismo. Nei paesi del capitalismo progredito due secoli di moderni conflitti di classe e culturali hanno provocato diversi „compromessi storici“ nel punto d’incontro tra realtà sociale e razionalizzazione capitalistica, a cui corrispondono diversi modi di vivere e tipi di economia. Nessuno di questi compromessi è perfetto o anche solo stabile e nessuno è di per sé moralmente superiore. Tutti sono a loro modo imperfetti e mai qualcosa di più di un temporaneo, sempre conteso equilibrio fra interessi in condizioni geostrategiche date, risorse materiali a disposizione, struttura di classe e statale faticosamente conquistata ecc. Il fatto che una società si assicuri la propria stabilità temporanea con del denaro stabile e dei mercati del lavoro flessibili o invece con l’inflazione, i debiti pubblici e la tutela dal licenziamento, non è una questione morale, bensì pratica.

Soluzioni ideali secondo economie teoriche dell’efficienza qui non esistono, anche se i tecnocrati dell’Unione Europea credono il contrario e pretendono di riformare le società europee con un regime economico e di vita neoliberale, convincendole che esso segnerebbe la fine della loro conflittuale storia capitalistica.

Anche per questo sono illusorie le speranze universalistiche di poter viaggiare attaccandosi alla gonnella di una „globalizzazione“ dell’economia sistematicamente autogestita in un futuro cosmopolitico liberato dalle identità particolaristiche. Nel caso dell’espansione globale del capitalismo non si tratta infatti, al contrario di quanto sostiene Habermas e l’economia imperante, di un progresso evolutivo di razionalizzazione, bensì di una trasformazione transnazionale della vita sociale per adeguarla alle „restrizioni“ dell’illimitata accumulazione di capitale – un processo che divora le società e necessita di un contenimento sociale, ma che a lungo termine può essere conseguito tutt’al più a livello locale e particolare. Poichè „globalizzazione“ e democrazia sono compatibili soltanto in un governo mondiale e quest’ultimo è ottenibile unicamente in forma di global governance, quindi soltanto come modello ideale e caricatura, occorre rompere il dogma per cui nel XXI secolo non vi è alternativa all’apertura di tutte le frontiere per chiunque. Un dogma caro sia ai teorici che godono di popolarità alla radio e in televisone, sia a tutti gli Zuckerberg di turno, nel cui agire gli universalisti internazionali sembrano riconoscere una sorta di astuzia della ragione.

Gli Stati nazionali europei non sono semplicemente musei della storia della propria emancipazione. Essi sono artefatti sociostorici che vogliono essere riconosciuti nella loro unicità. Traggono la loro legittimazione come democrazie non da ultimo dal loro contributo alla difesa e allo sviluppo di identità cresciute e possibilità di vita ottenute lottando. La loro convivenza pacifica in un continente come l’Europa necessita di un’organizzazione interstatale che sostenga i suoi Stati membri invece di renderli superflui omologandoli. L’Europa non verrà unita trasformando la politica estera tra i suoi Stati membri nella politica interna di un superstato europeo. Al contrario questo porterà alla sua disgregazione. I governi e le burocrazie internazionali che spiegheranno ai cittadini degli Stati nazionali democratici europei che da essi non potranno aspettarsi alcuna protezione dalla società e dal mercato globale, li indurranno a tentare di ottenere ciò allora attraverso Stati nazionali non democratici. Per fortuna il mantra della connessione inscindibile tra libero scambio e benessere per tutti, ripetuto per ovvi motivi fino alla nausea soprattutto in Germania, viene contraddetto sempre più anche dal cuore del mondo globale. Si veda come addirittura e proprio Larry Summers abbia invitato a trovare una forma di „responsible nationalism“. Il fatto che il commercio globale sia da qualche tempo stagnante, evidentemente per via di un crescente cosiddetto „protezionismo“, come è stato proclamato anche – troppo tardi – da Hillary Clinton nel suo programma elettorale, può voler dire che dei confini tracciati in modo intelligente e gestiti con competenza – sia dal punto di vista tecnico che sociale – tornino in auge. Da questo sarebbe bene trarre anche qualche insegnamento per il futuro dell’Europa.

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