Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 09/05/2017


Il day after delle elezioni francesi porta ad alcune riflessioni sulla vittoria del candidato di En Marche, Emmanuel Macron. I sondaggi della vigilia non solo hanno indovinato pienamente il pronostico, ma hanno persino sottovalutato la portata del trionfo sottostimandolo di 4 punti percentuali. Cosa è accaduto? Se ci si sofferma a dare uno sguardo all’analisi dei flussi elettorali offerta dall’istituto di sondaggi Harris, si scopre che il 53% degli elettori di Mélenchon e il 48% di quelli di Fillon hanno assegnato la propria preferenza a Macron. Intervistati sulle ragioni della loro scelta, questi elettori hanno dichiarato di aver votato non in quanto convinti dal programma di Macron, ma per scongiurare l’ipotesi di vittoria di Marine Le Pen.

Nell’elettorato della sinistra radicale e in quello gollista dunque permane ancora una percezione negativa del Fronte Nazionale e della sua leader, considerata una espressione dell’estrema destra francese alla quale deve essere preclusa la salita all’Eliseo. Nonostante i recenti sforzi della Le Pen di dare una nuova immagine al partito arrivando addirittura al parricidio politico di Jean-Marie, espulso per le sue affermazioni sulla comunità ebraica, nell’opinione pubblica francese alberga ancora il pregiudizio nei confronti del FN.

Probabilmente la Le Pen si è ripiegata troppo sulla questione sicurezza e non ha insistito a sufficienza su quella dei diritti sociali, pregiudicandosi il consenso degli elettori di Mélenchon che hanno preferito dare la loro preferenza a Macron, pur di evitare la salita al potere della candidata «fascista». Non ha aiutato in questo senso nemmeno una efficace propaganda sull’uscita dall’euro, una eventualità che ancora spaventa l’opinione pubblica francese, nonostante i benefici siano maggiori dei rischi per la Francia. Continua a prevalere una narrazione catastrofista sull’abbandono della moneta unica, e la classe media francese ha preferito conservare quel residuo benessere rimastole piuttosto che fare un salto nel buio. In fin dei conti, l’economia francese è senz’altro una delle più penalizzate dall’euro, ma è altrettanto vero che in Europa sono stati concessi alla Francia più volte sforamenti del deficit e la struttura della sua economia resta prevalentemente statalista e interventista. Con la vittoria di Macron, tutto questo finirà perché il neo presidente nel suo programma ha la chiara intenzione di smantellare il welfare e sottomettere la Francia alla regola principale dell’euro, quella di svalutare i salari. Ma i francesi non hanno colto l’operazione di marketing e di ristrutturazione politica nata con Macron, il quale nel giro di appena un anno e grazie al contributo delle oligarchie finanziarie, ha costruito dalle ceneri di quello socialista un nuovo partito. Il programma e l’agenda di En Marche sono gli stessi del defunto partito socialista, ma talmente efficace è stata l’operazione pubblicitaria alla base del progetto che i francesi hanno votato convinti di aver scelto qualcosa di nuovo.

La leader del FN sembra aver appreso la lezione e all’indomani della sconfitta ha già annunciato che cambierà il nome del partito, per iniziare quell’operazione di restyling che dovrà portare il Fronte ad uscire dai confini dell’estrema destra e conquistare fette più ampie di elettorato. Ci sono margini di crescita in questo senso, e se il «sovranismo» vuole arrivare al potere in Europa è senz’altro un passo necessario. Occorre trasmettere una immagine più rassicurante e non cadere nel tranello delle etichette politiche (estrema destra, fascismo, razzismo) utilizzato dalle élite europee per mettere in quarantena quelle formazioni che in realtà minacciano lo status quo.

La lezione francese può essere un’occasione per quei partiti politici italiani che si ispirano al «sovranismo». In particolare, la Lega Nord per scrollarsi di dosso l’immagine di partito regionale e secessionista ha bisogno di lanciare l’operazione di partito nazionale adottando un nuovo nome e un programma economico più attento ai diritti sociali. L’Italia conserva ancora qualche residua speranza di cambiamento del sistema, ma deve partorire una nuova entità politica post-ideologica, oltre la destra e la sinistra, in grado di rompere gli schemi e di conquistare in maniera trasversale gli elettori.

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