Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 12/05/2017


La rivelazione contenuta nell’ultimo libro dell’ex direttore del Corriere, Ferruccio De Bortoli, riporta all’attenzione uno dei talloni d’Achille dell’attuale governo. Già in passato Maria Elena Boschi era finita nell’occhio del ciclone ai tempi del crack di Banca Etruria per il suo conflitto d’interessi su questa vicenda, dal momento che suo padre, vicepresidente dell’istituto bancario, ad oggi risulta ancora indagato per bancarotta fraudolenta dalla procura di Arezzo. Ora secondo la versione di De Bortoli emerge una nuova circostanza che, se provata, dimostrerebbe senza ombra di dubbio il conflitto d’interessi della Boschi, accusata di aver bussato alle porte di Unicredit per tentare un salvataggio della banca.

Non è ancora chiaro quali siamo gli elementi che l’ex direttore porta a sostegno della sua tesi, ma si può tentare di dare una lettura di questo episodio sotto una prospettiva più ampia. Perché proprio ora emerge un nuovo aspetto del conflitto d’interessi della Boschi mentre prima la vicenda era stata completamente dimenticata? In questo senso è possibile ipotizzare che ci sia una tremenda lotta ai vertici del potere su chi debba sedere sullo scranno di Palazzo Chigi? Un esempio più recente di questo scontro ci viene da quanto accaduto negli ultimi giorni. Non si faceva in tempo a commentare l’affaire Boschi che in casa dei grillini saliva agli onori delle cronache il caso della registrazione audio carpita in un ufficio parlamentare del M5s, dove alcuni deputati appartenenti ad una corrente opposta a quella dell’attuale candidato sindaco grillino, Salvatore Forello, si esprimevano in senso negativo sulla sua presenza all’interno del M5s siciliano.

I due partiti e i loro rispettivi referenti istituzionali si fanno la guerra da tempo e quello che vediamo non è altro che un riflesso di questo conflitto. Per soffiare il posto al Pd come rappresentante dell’Ue e della finanza anglosassone, il M5s ha dovuto portare a termine la sua metamorfosi istituzionale e per rendersene conto è sufficiente sfogliare il suo programma esteri: sono spariti difatti i propositi di un abbandono della moneta unica ed è venuta meno anche l’intenzione di lasciare l’Alleanza Atlantica. I mezzi di comunicazione prima considerati come nemici da abbattere, ora trattano con i guanti bianchi il Movimento e i suoi principali esponenti. In questo senso, l’evento di Ivrea al quale hanno partecipato importanti membri dell’establishment e dei media, come il presidente della Trilaterale Italia e il direttore del TgLa7 Enrico Mentana, ha segnato il battesimo del fuoco per i grillini, divenuti rispettabili e affidabili per i poteri forti.

Ma se un pezzo dell’establishment ha deciso che il M5s è maturo e pronto per il potere, un’altra parte di esso sembra avere un’opinione opposta. Il Pd in Europa gode ancora di appoggi forti e in diverse cancellerie europee viene considerato più affidabile del Movimento. Gli scandali delle firme false a Palermo, le quotidiane difficoltà del sindaco Raggi a Roma di fronte alla gestione dei rifiuti portano alla luce delle oggettive difficoltà sulle possibilità che il M5s abbia la struttura e i mezzi per andare al potere. Fino ad ora, si è dovuto servire di esterni o tecnici per governare, come accaduto nella Capitale e probabilmente dovrà fare lo stesso per una sua eventuale salita a Palazzo Chigi.

Gli esiti di questo scontro non cambieranno nulla per l’opinione pubblica italiana: l’esito più probabile è quello di un «inciucio» sulla legge elettorale e se non dovesse raggiungersi un’intesa in questo senso allora torna in discussione l’opzione di un accordo post-elettorale tra Pd e M5s per governare assieme e spartirsi le poltrone. Questa ipotesi è stata adombrata recentemente anche da Marco Travaglio, uno dei giornalisti più pro-M5s sulla scena, e non sembra essere un’opzione così remota.

La morale della favola è che qualsiasi sia l’esito di questo scontro, l’establishment europeo è vincitore. La regola che tra i due litiganti il terzo gode non vale in questo caso perché non esiste al momento un terzo contendente in grado di impensierire il Pd o il M5s.

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