Di Paolo Becchi su Libero, 13/05/2017


In una cornice grandiosa ha fatto il suo ingresso trionfante Macron, appena eletto Presidente: «sventolano» con orgoglio le bandiere blu dell’Europa, e su uno sfondo massonico (la piramide del Louvre, le braccia a «compasso» di Macron) risuona L’inno alla gioia, l’inno dell’Unione Europea. Non c’è dubbio: per chi sperava in una spallata contro quel sistema, si tratta di una sconfitta. Dobbiamo allora chiederci: perché non è riuscito a sfondare quello che in precedenti scritti, su questo giornale, ho definito «sovranismo»? È stato già travolto dalla globalizzazione vincente?

L’idea di sovranità è da sempre legata agli Stati: entrando in crisi questi, è stato inevitabile che anche la sovranità entrasse in crisi. Eppure bisognerebbe dire: un certo concetto di sovranità, la sovranità «statale», come attributo dello Stato è entrato in crisi, non l’idea sovranista in quanto tale. Estremizzando un po’ si potrebbe dire che oggi i nuovi soggetti politici sono i popoli, non più gli Stati: popoli che si battono contro le élites finanziarie globali, popoli con bisogni da soddisfare.

LA QUESTIONE

La questione sociale diventa allora centrale per i «sovranisti»: giovani alla ricerca di un lavoro, adulti che lo perdono e non lo avranno più, vecchi il cui unico destino che li attende è, come scriveva Attali, il maestro di Macron, un bel programma statale eutanasico. Povertà diffusa, crescente. Disagio sociale. Morte, sia pure dolce. Il «sovranismo» deve trasformarsi, diventare non solo rivendicazione di identità culturale, nazionale, ma anche strumento per la soddisfazione dei bisogni.

Il sovranismo delle identità, se non unisce al sovranismo dei bisogni, perde. Per questo il conflitto tra globalizzazione e sovranismo può anche essere spiegato filosoficamente come un conflitto tra desidero e bisogno.

La categoria dei globalisti è quella del desiderio: desiderio di ricchezza, di figli in provetta e matrimoni gay. Al centro sempre l’individuo, inteso come una sorta di monade leibniziana, come macchina desiderante e desiderio meccanizzato. In sintesi: desiderio di fottere, desiderio di fotterti. La categoria dei sovranisti è invece quella del bisogno, così come lo intendeva l’interpretazione marxista del «sistema dei bisogni» hegeliano: bisogno di poter svolgere un lavoro dignitoso e non marcire in un call center, di avere la possibilità di curarsi, di avere una casa, di avere una retribuzione che renda possibile realizzare una vita dignitosa per sé e per la propria famiglia.

IL DESIDERIO

Il desiderio è essenzialmente un prodotto della logica del «capitale», è indotto da essa: è desiderio di desiderare, rinvio infinito e perpetuo di soddisfarsi che si perde, avrebbe detto Hegel, in un«cattivo infinito». Il bisogno, invece, risponde alla logica dell’auto-realizzazione dell’essere umano, nella sua esistenza sociale, nel lavoro mediato attraverso quello degli altri, anziché, come il desiderio, nel continuo consumo. Insomma: il «sovranismo» delle identità non basta, per vincere deve unirsi a quello dei bisogni.

I bisogni umani per essere soddisfatti necessitano anche di un ambiente compatibile. Ecco perché oltre alla questione sociale si apre anche la questione ecologica: per soddisfare i propri bisogni, per avere una vita decente, occorre anche avere un ambiente decente. Su questo però il «sovranismo» può incidere solo relativamente. Perché la questione ecologia riguarda l’intero pianeta e solo la cooperazione tra i popoli, non certo la finanza globale, può offrire soluzioni adeguate. In Francia è stata persa una battaglia, non la guerra.

Un nuovo «sovranismo» capace di intercettare i bisogni dei popoli può ancora prendersi la rivincita.

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