Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 15/05/2017. Qui di seguito la versione integrale dell’articolo, ridotta su Libero per motivi di spazio


Il pronostico della vigilia non è stato disatteso: la larghissima affermazione di ieri di Matteo Salvini sullo sfidante Giovanni Fava, assessore all’agricoltura nella regione Lombardia, era ampiamente prevista. La base degli iscritti della Lega Nord legittima il percorso iniziato 3 anni fa dal segretario, e decide di rinnovargli la fiducia. Le primarie leghiste hanno posto dei requisiti minimi per partecipare al voto. Difatti l’accesso è stato limitato solamente i militanti della Lega che hanno maturato almeno un anno di ‘anzianità’ al 31 dicembre 2016, a differenza di quelle recenti del PD dove file migranti africani sono stati portati a votare per candidati che  probabilmente nemmeno conoscono. Questo elemento attribuisce già alla consultazione interna della Lega una maggiore serietà e legittimità rispetto ad altre primarie prive di requisiti minimi per partecipare al voto.

 Quale scenario di prospetta ora per il segretario del Carroccio? Innanzitutto va rilevato il fatto che la base della Lega non ha sconfessato il lavoro di Salvini, ma con il risultato di ieri lo autorizza in qualche modo a portare a termine l’opera. Prima del voto, sono arrivati gli strali di Maroni sul Corriere, pronto a liquidare l’esperienza lepenista per chiedere di tornare alla Lega settentrionalista delle origini. Sullo stesso giornale ad urne aperte è giunto il monito di Bossi  sulla necessità di tornare alla Lega delle origini senza risparmiare un’altra frecciata sulla vittoria di Salvini che a suo dire rappresenta “la fine della Lega”. Ma la Lega di marca bossiana aveva raggiunto i minimi storici, e se non ci fosse stato il deciso cambio di rotta degli ultimi 3 anni, probabilmente oggi non ci sarebbero state delle primarie da commentare, perché semplicemente non sarebbe esistito più un partito dove farle.

La linea antieuro e sovranista ribattezzata da Maroni “lepenista” ha permesso al partito di risalire la china nella quale era precipitato dopo gli scandali dei diamanti in Sudafrica, e ad oggi può senz’altro dirsi che la Lega Nord è diventata un punto di riferimento per diversi sovranisti. Se Maroni intende con l’espressione lepenismo la caratterizzazione sovranista si può certamente essere d’accordo, ma se invece intende il modello centralista di governo della Le Pen questa definizione appare inappropriata. La Lega Nord resta tutt’ora un partito di ispirazione federalista, radicato fortemente nel centronord ma ancora privo di una caratterizzazione nazionale. Salvini non ha ripudiato il federalismo ma allo stesso tempo ha riconosciuto che la battaglia oggi non può più combattersi a livello regionale, ma su base nazionale, da Nord a Sud.

Ecco perché al congresso di domenica prossima a Parma, il segretario della Lega potrà mettere al primo posto dell’agenda la trasformazione della lega in un partito su scala nazionale, una condizione che implica necessariamente la modifica dello statuto togliendo l’obbiettivo dell’indipendenza della Padania e la rimozione della parola “Nord” dal nome del partito. Una svolta epocale che porterebbe fratture e divisioni considerati gli interessi in gioco della lega maroniana nei feudi lombardi, ma senza la quale la Lega Nord resta relegata al ruolo di gregario nella politica italiana, lasciando completamente la scena al M5S e al PD.

E’ presto per dire se Salvini riuscirà a portare a compimento questa trasformazione, ma il risultato di ieri è senz’altro una ottima base dalla quale partire per provare a portare a termine l’opera. Per conquistare credibilità e consensi al Sud, servirà non solo un cambio di nome, ma soprattutto una rinnovata classe dirigente strutturata sul territorio e in grado di rappresentare al meglio le istanze del Mezzogiorno. In questo senso non va trascurato nemmeno l’esempio giunto dalla lezione francese: la battaglia contro la moneta unica è sacrosanta e non va abbandonata, ma occorre anche trovare delle forme di comunicazione più efficaci contro la incessante propaganda pro-euro dei media. In questo modo si rassicurano anche gli elettori più indecisi e si conquista il loro consenso.  A Parma, Salvini avrà l’occasione per diventare grande, ora resta da vedere se saprà sfruttarla.

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