Di Paolo Becchi su Libero, 23/05/2017


La crisi delle grandi narrazioni, di cui aveva parlato Lyotard, ci ha lasciato politicamente con un pensiero debole, troppo debole e declinato al negativo: No euro, No Nato, No global, No immigrati. Ma agli elettori il No evidentemente non basta. Il pensiero alternativo, antisistema, non riesce ancora ad elaborare una propria teoria politica che sia all’altezza del tempo storico in cui viviamo. Forse solo l’idea di un nuovo sovranismo può costituire l’embrione di un pensiero alternativo, ma occorre ripensarlo a partire non più dalla logica contrattualista liberale, bensì da una nuova logica federativa, pattizia, in cui lo Stato non è altro che una tra le altre comunità territoriali in cui i cittadini esplicano la loro attività e libertà. Ad un sovranismo statalista va quindi opposto un sovranismo populista.

Per questo quanto accaduto al congresso della Lega non convince del tutto. È mancata la vera svolta, radicale, verso una nuova visione del mondo. Il congresso non ha fatto altro che confermare la leadership di Salvini. Il segretario ne esce, da un certo punto di vista, rafforzato, perché è riuscito a tenere insieme il partito. Ma per fare che cosa? E quale prezzo ha dovuto pagare?

Quello di non mettere in discussione, in fondo, la linea “tradizionale” della Lega, che resta ancora Lega Nord, anche se Salvini dichiara che, prima del Nord, ci sono gli italiani, c’è l’Italia intera. Eppure il nome del partito è rimasto quello, lo Statuto non è cambiato, la Lega non ha svoltato fino in fondo. Salvini non ha ancora pensato un federalismo alternativo a quello di Bossi, a quello che fu alla base dell’alleanza con il liberalismo di Berlusconi. Negli anni Novanta Berlusconi e Bossi avevano una visione politica complessiva: il liberalismo del primo poteva bene coniugarsi con la declinazione che Bossi aveva dato al federalismo. Ma il mondo è cambiato. Si può comprendere che entrambi non vogliano ammetterlo, meno che Salvini non abbia il coraggio di osare, di passare dalla propaganda ad un serio programma politico alternativo basato su una nuova visione politica imperniata sull’idea del sovranismo populista.

Quali ragioni abbiano spinto Salvini a questa scelta, a questa mediazione, è difficile dirlo: forse ragioni di opportunità politica, considerate le imminenti elezioni comunali. Ma questo non lo aiuterà certo al Sud. Come che sia, le elezioni politiche si avvicinano e per avere un buon risultato ci vuole un programma che ancora manca. Chi si aspettava un congresso programmatico è rimasto deluso. Salvini non ha sciolto il nodo decisivo. E Bossi, con la vecchia guardia, può ancora continuare a sognare la vecchia alleanza di centrodestra. Per fare che cosa?

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