Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 06/06/2017


L’ultima retromarcia del M5S in Commissione Affari Costituzionali sugli emendamenti per reintrodurre il voto di preferenza in lista e il voto disgiunto offrono lo spunto per fare un ragionamento più ampio sul processo di discussione della legge elettorale. Il M5S ha giustificato il voltafaccia parlando della necessità di tenere in dovuta considerazione i «motivi politici». È evidente che dietro questa motivazione, non ci sia altro che in realtà un mero calcolo di convenienza.

Chi ha buona memoria ricorderà sicuramente le reiterate accuse del M5S al sistema politico di aver dato vita ad un Parlamento di «nominati» scelti dentro le segreterie. Ora il Movimento entra a pieno titolo nel sistema dei «nominati» perché vuole salire a palazzo Chigi e poco importa se questo equivale a rimangiarsi tutti i propositi di rivoluzionare il sistema. È presto per dire se questa legge elettorale definita impropriamente «tedesca» vedrà la luce, ma si può già dire che il suo peccato originale è quello di essere stata scritta a beneficio esclusivo di alcuni partiti e a danno di altri. La soglia di sbarramento al 5% è una quota alta da raggiungere e inserirla di imperio definendola «inamovibile» come ha fatto Renzi, compromette già sul nascere la democraticità della legge elettorale. Lo sbarramento è legittimo nel sistema tedesco perché quel sistema fa perno sul voto disgiunto, ma è proprio questo elemento decisivo che è stato rifiutato in Commissione.

Beninteso, non si vuole fare qui un’apologia dei piccoli partiti oppure sperare in una rentrée di Alfano nel prossimo Parlamento. Probabilmente questa è anzi l’unica buona notizia che porta la legge elettorale. Ma è indubbio che la legge elettorale faccia parte delle cosiddette «regole del gioco» e la sua discussione e stesura dovrebbe essere condivisa dalla più ampia platea possibile. I due grandi partiti del sistema politico italiano attuale , M5S e Pd, si sono accordati per un modello che rispecchiasse al meglio i loro interessi e hanno messo davanti al fatto compiuto tutti gli altri. Berlusconi non si è neppure reso conto che accettando questo accordo ha fornito un aiuto insperato al M5S. Se il M5S vincerà le prossime elezioni dovrà ringraziare proprio Berlusconi.

L’iter della nuova legge elettorale non è troppo differente dalle due precedenti leggi elettorali approvate in questi ultimi anni. L’Italicum del 2015 fu frutto di un accordo tra Pd e Forza Italia, il famigerato patto del Nazareno, ripudiato poi dai forzisti, mentre il «porcellum» venne approvato a maggioranza nel 2005 dall’allora coalizione di centrodestra guidata da Berlusconi. Entrambe le leggi furono censurate dalla Corte Costituzionale che le considerò incostituzionali ed entrambe condividono lo stesso metodo: approvate a maggioranza senza un coinvolgimento dell’altra parte. L’attuale sistema politico italiano ha perso la capacità di coinvolgimento delle diverse realtà politiche nella discussione delle regole istituzionali, e il patto fondato sulla Costituzione si è spezzato, a ben vedere, nel 1992 quando la magistratura demolì i partiti portanti della Prima Repubblica.

L’anno successivo venne approvato il Mattarellum, legge scritta dall’attuale capo dello Stato, fondata sul principio maggioritario. Da allora si sono perse molte fondamentali prassi istituzionali in vigore nella Prima Repubblica: sparita la prassi sull’elezione del presidente della Repubblica, secondo la quale esisteva una turnazione tra i vari partiti per decidere chi dovesse andare al Quirinale. Sparita anche la consueta elezione di un esponente dell’opposizione al Senato. Tutto viene approvato a maggioranza da partiti che spesso non hanno nemmeno la metà dei voti che aveva il più grande partito dell’epoca, la Dc, capace di prendere il 35% con affluenze al voto del 90%. Ora partiti che conquistano il 26 o il 27% con affluenze del 70% hanno la pretesa di scrivere le regole del gioco facendo accordi di bottega.

Per interrompere il circolo vizioso di questa perenne crisi istituzionale sarebbe necessaria una nuova assemblea costituente che definisca una volta per tutte regole condivise che non cambino sulla base delle convenienze dei partiti maggiori, ad ogni legislatura. Sul fatto che ci si riesca, si nutrono forti dubbi visto che i partiti sembra che abbiano a cuore non gli interessi del Paese, ma i propri. C’è solo da augurarsi che la Lega, questa volta, si sfili e, marcando la differenza, almeno si astenga da questa nuova porcata.

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