Di Paolo Becchi su Libero, 25 /06/2017


C’è qualcosa che caratterizza la nostra epoca e la contraddistingue? Non penso alla politica e neppure all’economia. Certo, è vero, il tratto che accomuna la globalizzazione è l’esplosione dei mercati finanziari e la riduzione della politica ad un molo ancillare. E grandi migrazioni e terrorismo, per lo meno in Europa, fanno ormai parte della nostra quotidianità.

Ma c’è qualcosa che incide nella nostra vita di ogni giorno, quasi di nascosto, subdolamente, senza che neppure ce ne accorgiamo? Una sorta quasi di mutazione antropologica. Credo di sì: la velocità che domina dappertutto e coinvolge e sconvolge ogni relazione umana. Veloce deve essere lo spostamento da un luogo all’altro, meglio dunque l’aeroplano: conta solo il luogo di partenza e quello di arrivo e il viaggio deve avvenire il più rapidamente possibile. Ciò che sta in mezzo è tempo morto trascorso svogliatamente in quelli che Marc Augé ha definito «non luoghi». Voliamo da un luogo all’altro, molto spesso per lavoro, senza mai essere veramente, esistenzialmente, da nessuna parte. Anche il treno, per lo stesso motivo, deve viaggiare su linea veloce, con pochissime fermate, al meglio anche qui solo con un luogo di partenza e di arrivo. Anche la connessione intemet deve essere super veloce. Chi scrive più una lettera con la stilografica e su carta vergata? Una mail, con la pretesa di una risposta al massimo nelle ventiquattro ore. Povero Heidegger, con la sua Heimatlosigkeit («la mancanza di patria» che qualifica l’uomo moderno), che fissava i suoi appuntamenti inviando cartoline postali e riteneva alienante persino scrivere a macchina. Altri tempi, certo. Lui di tempo per passeggiare a passi lenti nello Schwarzwald ne aveva.

Oggi invece non abbiamo tempo da perdere, tutto deve essere fatto di corsa, persino il sesso. Alla sera c’è poco tempo per le effusioni tra un messaggio WhatsApp, un’occhiata a Twitter, Facebook, Telegram, Instagram, alle ultime notizie d’agenzia. E la posta elettronica… E la mattina tutto è ancora più veloce, tanto che negli Hotel hanno persino tolto la vasca da bagno perché nessuno più l’adoperava. Cappuccino al bar e via di corsa al lavoro (ammesso che tu l’abbia) e così tutti i giorni, finché arrivano le ferie e ti senti quasi a disagio, spaesato, perché dovrai programmare, pianificare ogni minuto del tempo libero. Ti fa quasi paura l’idea che per due settimane non dovrai correre. Nessuno trova più il tempo per camminare in campagna tra i filari dei vigneti, per «seguir con gli occhi un airone sopra il fiume», o semplicemente per passeggiare in città, incontrando volti conosciuti con cui ci si ferma a parlare e sorseggiare un caffè. Chi si ferma oggi è perduto. «Da dove venia-mo? », «Chi siamo?» e «Dove andiamo?» , le classiche domande filosofiche hanno perso importanza, le lasciamo tutt’al più a quel disperato di Paul Gaugin che ha avuto l’ardire di dipingerle. Importante non è il via “o lento della nostra vita, ma essere sempre in movimento, senza pause, senza soste, senza senso.

E poi ci sorprendiamo, e quasi scandalizziamo, se una povera donna dimentica il suo bambino in macchina per correre al lavoro.

woher_kommen_wir_wer_sind_wir_wohin_gehen_wir
Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?, dipinto del 1897 di Paul Gauguin
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