Di Paolo Becchi su Libero, 02/07/2017


Il caso del neonato affetto da sindromi gravissime ci pone di fronte agli interrogativi etici più angosciosi. Non sorprendono dunque le discussioni che anche nel nostro Paese sono in corso intorno a Charlie Gard, un bambino piccolo, che non ha neppure un anno di vita, affetto dalla nascita da una rara malattia genetica al momento inguaribile e che di recente, a seguito di una crisi epilettica, ha subìto un grave danno cerebrale irreversibile. Versa in condizioni gravissime. Non intendo qui analizzare nel dettaglio la vicenda giudiziaria che ha portato i giudici inglesi, e in diversi gradi di giudizio, ad autorizzare i medici a sospendere l’uso delle macchine che tengono in vita il piccolo, anche contro la volontà dei suoi genitori. Decisione confermata dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

In Italia sembra che tutti siano d’improvviso diventati sostenitori della “sacralità della vita”… ma come, non era in dirittura d’arrivo la legge sul fine vita e sul testamento biologico tutto centrato sulla “qualità della vita”, votata insieme da Renzi e da Grillo? Ora Renzi difende i genitori del «piccolo cucciolo», mentre Grillo se la prende persino con «i banchieri della Ue», che almeno in questo caso non c’entrano una beata mazza. Cosa si fa per raccattare voti, che spettacolo disgustoso.

Parto da una premessa. Secondo i medici che hanno in cura il piccolo paziente non esistono possibilità concrete di miglioramento delle sue condizioni cliniche, che in un tempo più o meno breve è destinato a morire. Insomma, non stiamo parlando di pazienti che pur affetti da malattie gravissime sarebbero comunque in grado di sopravvivere, ma di un bambino piccolo che è destinato comunque a morire. La terapia sperimentale americana non è stata appunto sperimentata e c’è il rischio che il bambino sottoposto ad essa faccia il ruolo della cavia. Lo vogliamo, solo perché i genitori si aggrappano a questa ultima speranza?

Le domande da porsi sono altre. Come dobbiamo comportarci di fronte ad un neonato le cui possibilità di sopravvivenza sono pressoché nulle e che tuttavia vive grazie ai supporti tecnologici di cui la medicina oggi dispone? Ha senso quella vita non per noi che assistiamo impotenti al suo scorrere, ma per quel piccolo essere che vive condannato a soffrire?

Cerchiamo di non essere ipocriti: la scelta più umana in questo sembrerebbe proprio quella di porre immediatamente fine alle sue sofferenze. Sarebbe tuttavia sbagliato farlo perché al medico non dovrebbe mai essere concesso di uccidere qualcuno, tanto più in questo caso in cui non solo non c’è il consenso dell’interessato, ma anzi la ferma volontà contraria dei suoi genitori.

Ma non è questo, non è l’eutanasia attiva che è stata autorizzata dai giudici, i quali hanno soltanto ammesso l’interruzione di tutti i trattamenti che tengono artificialmente in vita il bambino. I giudici hanno soltanto autorizzato a non differire ulteriormente la morte di un piccolo paziente. In fondo ci hanno fatto capire che non dobbiamo fare della vita un feticcio e che a volte anche la morte ha la sua dignità.

Consentitemi però una riflessione filosofica più generale. Mettendo al mondo un bambino gli regaliamo la vita, ma parimenti lo costringiamo ad accettare quel regalo. C’è una sorta di peccato di presunzione nell’evento della procreazione, dal momento che noi riteniamo di essere autorizzati a mettere al mondo qualcuno senza consultarlo prima della nascita, senza interpellarlo in precedenza su questa nostra scelta che lo riguarda in prima persona.

Certo, in generale quel bambino da adulto non potrà rimproverare i suoi genitori per la loro scelta, dal momento che essi non potevano prevedere che lui non avrebbe accettato il dono della vita che gli hanno fatto, e potrà rimproverarli non di averlo messo al mondo, ma soltanto di aver messo al mondo un bambino. D’altro canto è solo procreando che l’umanità può continuare ad esistere sulla terra. È l’ordine della natura che così richiede, che fa sì che unicamente a questa condizione esistano uomini: correndo il rischio di condannare qualcuno a vivere. In base alla nostra esperienza possiamo tuttavia presumere che il bambino da adulto vivendo mostrerà di aver gradito il nostro regalo. Ma sino a che punto possiamo ritenere di non fare del male costringendo qualcuno portare il peso della sua esistenza? Questo il problema.

Se in generale possiamo presumere che quel peso verrà accettato, o comunque avrà un senso portarlo, possiamo presumere ciò anche nel caso in cui quel peso ci appare a tal punto insopportabile dal farci ritenere che sia ingiusto farglielo portare? Il bambino accetterebbe quel dono di vita se esso implicasse soltanto un cumulo crescente di sofferenze? Mettendo al mondo un bambino lo condanniamo comunque a vivere, possiamo però condannarlo a quella vita, a quella catena di dolore sempre crescente che lo porterà in breve tempo soltanto alla morte?

No, non può essere che il nostro regalo sia stato così schifoso.

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