Di Paolo Becchi su Libero, 16/07/2017


La nostra vita è legata al tempo, ma non possiamo fare a meno dello spazio. Ci sono luoghi che non si dimenticano mai. E neppure le persone legate a quei luoghi si dimenticano. Ti restano dentro insieme alla nostalgia del passato. Tra questi luoghi ci sono naturalmente, primi fra tutti, quelli delle vacanze estive fatte da bambini. Ricordarli è ritornare alle proprie origini.

Le mie vacanze le trascorrevo poco lontano dalla periferia urbana genovese in cui sono cresciuto. Solo una dozzina di chilometri e quasi senza accorgersene si passava dalla città alla campagna. La casa dei nonni materni era nel paesino di Torrazza, una frazione di Sant’Olcese (quest’ultima località nota a dire il vero più per il salame locale che non per il Santo). Pochi i residenti stabili, in gran parte contadini, tanti invece i villeggianti estivi, i quali – pur amando il mare da buoni genovesi – apprezzavano il fresco rigenerante delle colline dell’entroterra.

Lì i miei nonni materni hanno sempre vissuto in una casetta a ridosso di una collina attraversata dalla vecchia ferrovia che da Genova porta a Casella, con il suo trenino che ancor oggi si affanna a salire dalla città sino al cuore verde delle valli genovesi. Per la verità la casa dei nonni non era proprio in paese. Lì iniziava infatti via alla Costa di Pino, ai tempi una mulattiera che permetteva appunto ai muli di rifornire il paese di generi alimentari come farina, olio, salumi e formaggi. Proseguendo si arrivava in una bellissima pineta, di cui ahimè non sono restati che pochi pini malandati. Del resto oggi non ci sono neppure più i muli e quella via ha cambiato addirittura nome. Qualche “progressista” comunale ha deciso infatti alcuni anni or sono di intitolarla a Galileo Galilei.

Le giornate trascorrevano lente e serene, fuori dai rumori della città. Il ritmo era scandito dal campanile della chiesa che batteva le ore, le quali stancamente si trascinavano fino a sera. Si sentivano i pro-fumi degli alberi da frutta, la brezza leggera che ti carezzava il viso, si respirava l’aria pura. La mia giornata cominciava con la colazione che nonna Luigina mi portava a letto nella mia cameretta: caffelatte bollente e zuccherato e focaccia dal bordo croccante tagliata a dadini da inzupparvi dentro, una cosa che solo i genovesi sanno apprezzare. Poi si andava nel pollaio a prendere le uova fresche, mentre le galline uscivano a razzolare felici nell’aia. Mio nonno Ezio mi portava nell’orto – di cui andava molto fiero – a raccogliere le verdure per il minestrone, le bietole per la frittata, il basilico per il pesto o i pomodori sugosi. Un contadino vicino portava la frutta appena raccolta. L’aria buona metteva appetito e così a mezzogiorno in punto tutti avevamo i piedi sotto la tavola e io riuscivo persino a farmi bagnare le labbra con un goccio di vino rosso, l’unica cosa non a chilometro zero: un buon barbera piemontese.

I pomeriggi erano un po’ noiosi perché non c’erano molti bambini con cui giocare. Mi sentivo come quelle lucertole attaccate ai muri, immobili ma pronte a scattare e a infilarsi in un buco al minimo sentore di un pericolo. Finché un’estate, quando ero già un po’ cresciutello, ebbi una crisi mistica e mi venne voglia di fare il chierichetto alla messa quotidiana, tenuta allora ancora rigorosamente in latino. Non ci capivo quasi nulla, anzi, senza quasi, proprio nulla, ma l’odore dell’incenso e delle candele accese m’inebriava. Il vecchio curato si sentiva un po’ meno solo e mi portava anche per le campagne a benedire le case. E come potete immaginare, dopo aver bevuto i bicchierini di vino e i liquorini che di volta in volta gli venivano offerti, alla fine era un po’ brillo e io me ne accorgevo perché borbottava parole incomprensibili e camminavo tutto storto tra i campi. Ma io mi divertivo a portare l’acqua santa nelle case e mi sembrava di svolgere una funzione importante.

Alla sera i vecchi si riunivano sotto il pergolato per una partita a scopa o briscola e per raccontare di fronte a un bicchiere di vino genuino qualche vecchia storia di caccia. Finché la notte arrivava e con essa anche le mille lucciole a illuminare i volti scavati dagli anni e dal lavoro nei campi. Era ora di andare a dormire.

Trascorsa la notte il giorno ricominciava seguendo il ritmo di quello precedente. Il tempo non sembrava passare mai e invece passava. Passavano gli anni e il luogo cambiava. Prima fu costruita la strada carrabile proprio attaccata alla casa, poi arrivarono ovviamente le macchine a intaccare inesorabilmente l’equilibrio naturale del luogo. Le galline non si adattarono alla trasformazione e il pollaio, che era praticamente sulla strada, venne adibito a dispensa. Addio uova fresche.

L’unica cosa a non mutare era la mia cameretta: appena lo spazio per un lettino, un armadietto e un tavolino minuscolo, ma con due finestre. Una dava su un prato di fiori, l’altra sulla valle, da cui in fondo spiccava maestoso il Santuario della Madonna della Guardia. Io crescevo e smisi di fare il chierichetto, con grande dispiacere soprattutto di mia nonna e del prete. In compenso divoravo qualsiasi cosa trovassi da leggere. Il fatto è che trovavo ben poco da leggere in quella casa di campagna, a parte il giornale. Contadini e operai non avevano molti soldi per comprare libri. E allora prendevo in prestito i libri alla biblioteca parrocchiale del mio quartiere per leggerli d’estate. E non vi dico che mondo mi si aprì: scoprii persino la teologia della liberazione, accanto ai libri degli esistenzialisti francesi. Cominciai a scrivere appunti su quel piccolo tavolino, riflessioni, pensieri. Persi allora l’idea dell’ozio e il tempo delle vacanze finì per inaugurare quello della vita. Oggi quella casa c’è ancora, anche quella stanza minuscola, ma non ci sono più i nonni e nella loro abitazione vivono degli estranei. E quando adesso passo sotto quelle finestre per andare a trovare mia sorella che sta lì vicino non posso trattenere una di quelle lacrime che dormono in ciascuno di noi e che solo i ricordi profondi sanno risvegliare.

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