Di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero, 23/07/2017


Angelino Alfano, ministro degli Esteri e leader di Alternativa Popolare, pochi giorni fa dichiarava espressamente che la collaborazione tra il suo partito ed il Partito Democratico è ormai conclusa. Ciononostante, confermava la fiducia del suo gruppo al Governo Gentiloni. Due giorni dopo si dimetteva il ministro per gli Affari Regionali Enrico Costa, anch’egli di Alternativa Popolare.

Al netto delle ragioni di natura politica che hanno indotto Alfano a fare quella dichiarazione e Costa a dimettersi, che in questa sede non ci interessano, vorremmo porre l’accento su una questione di natura costituzionale.

Non è scritto in Costituzione, ma la prassi costituzionale vigente dal dopoguerra ad oggi ha visto decine e decine di casi come questi, i quali si risolvevano o con una verifica parlamentare, oppure con le dimissioni da parte del Presidente del Consiglio dei ministri nelle mani del Capo dello Stato, che lo rinviava alle Camere per verificare la sussistenza o meno del rapporto fiduciario con il Parlamento. La nostra è infatti una Repubblica parlamentare, la quale si regge sul principio della continuità del rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo, tant’è che – venendo meno questo rapporto – il Presidente del Consiglio è obbligato a dimettersi.

LA CONCLUSIONE

Ogni qualvolta muta la maggioranza parlamentare che sostiene il Governo, oppure – come nel caso di specie – il leader di un gruppo parlamentare di maggioranza dichiara come conclusa l’esperienza di collaborazione politica con un altro gruppo parlamentare che sostiene l’Esecutivo, si apre la crisi di Governo pur senza passare da un voto di sfiducia del Parlamento nei confronti dell’Esecutivo. Si chiamano “crisi di Governo extraparlamentari”. In settant’anni di Repubblica questa prassi è sempre stata rispettata, fatta eccezione per le dimissioni del Governo Berlusconi IV nel novembre 2011. Ma quello fu un “Colpo di Stato”, quindi è un’altra storia.

ADDIO PRASSI

Nella situazione degli ultimi giorni, invece, la prassi costituzionale è stata letteralmente ignorata. Paolo Gentiloni non ha chiesto né una verifica parlamentare sul rapporto fiduciario Parlamento-Governo, anche per rendersi conto se tutta Alternativa Popolare è ancora in grado di sostenere il suo Esecutivo, né tantomeno gli è passato per la testa di recarsi dal Capo dello Stato.

Ciò denota non solo una mancanza di rispetto nei confronti della prassi costituzionale e della democrazia parlamentare, ma anche – e soprattutto – un bassissimo senso delle Istituzioni. Anche alla luce del fatto che la Legislatura in corso, per effetto della pronuncia di incostituzionalità della legge elettorale con la quale si sono formate entrambe le Camere, non rispecchia neppure lontanamente la volontà popolare.

Ma oramai non ci meravigliamo più di nulla. Governo e Parlamento – già da diversi anni – non rispondono più agli interessi del popolo. Rispondono soltanto ad indicibili interessi sovranazionali che con la sovranità popolare collidono aspramente. La democrazia parlamentare e la prassi costituzionale sono cose serie. Appartengono a quei delicati equilibri sui quali trova fondamento lo “stare insieme” di un’intera comunità. Se tali equilibri non vengono rispettati neppure dalle Istituzioni, il passo successivo è quello del totale scollamento tra popolo e Istituzioni stesse. Se ciò non è già avvenuto – come noi crediamo -, poco ci manca.

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