Di Paolo Becchi su Libero, 03/08/2017


Ieri alla stampa estera di Roma Davide Casaleggio ha presentato la Piattaforma Rousseau rinnovata. Un’eccellenza made in Italy, dice Casaleggio, e in effetti “Rousseau” è il prodotto di una piccola azienda, la Casaleggio & Associati, che oggi dirige il partito più grande in Italia. Questa piattaforma viene sbandierata come strumento di democrazia diretta, perché favorirebbe la partecipazione alla vita politica degli attivisti e ora anche di tutti i cittadini. Ma come stanno veramente le cose?

Una vera democrazia digitale (ammesso sia possibile) può operare solo con un software Liquid Feedback, come dicono gli informatici. Vale a dire un software a “codice aperto”, libero e disponibile (open source), pensato per dar vita a  una piattaforma (ossia ad un “ambiente” capace di accogliere e di mettere in contatto migliaia di utenti tramite Internet) per lo sviluppo di proposte e l’assunzione di decisioni. Una piattaforma come Liquid Feedback presenta in effetti due punti di forza per lo sviluppo della democrazia: a) l’apertura del codice (che permette uno scrutinio costante delle attività e di eventuali malfunzionamenti/alterazioni del sistema dal punto di vista tecnico) e b) la trasparenza/ricostruibilità di ogni attività, sia di creazione di proposte condivise, sia di votazione”. Insomma, ogni attività che viene effettuata sulla piattaforma è in questo modo tracciabile, conducendo a una trasparenza totale. I ritrovati tecnici alla base di Liquid Feedback sono pensati per impedire alcune distorsioni del sistema.

QUATTRO PUNTI

In particolare, vanno segnalati i seguenti quattro punti fondamentali:

1) la scalabilità delle attività attraverso la divisione del lavoro, creando un sistema democratico dove la maggior parte delle questioni sono decise con un «referendum diretto», ammettendo anche la possibilità di revocare il voto;

2) il sistema non richiede (e non vuole) una commissione centrale o un moderatore, ma basa il suo funzionamento sulla rappresentanza dei singoli; tutti i partecipanti hanno valore e potere nel gruppo e nel processo di discussione in base alla loro rappresentatività per cui, ad esempio, minoranze più chiassose o violente non possono danneggiare o condizionare le attività di altre durante il processo di discussione;

3) il sistema si auto-protegge da attività di lobbying o di condizionamento non trasparenti con regole predefinite sia di contenuti, sia di timing, e con la pubblicità di tutti i processi;

4) le decisioni si possono prendere solamente con voti che vengono registrati, e i registri delle votazioni e delle attività sono visibili a tutti, ma non solo: i registri sono tenuti con modalità/standard che possono anche essere letti e processati dalle macchine, e non solo dall’uomo. Ciò garantisce sia la trasparenza di ogni processo, sia la sua verificabilità anche in maniera automatizzata nel caso fosse necessario processare grandi quantitativi di dati e l’ausilio di un computer fosse indispensabile. Sono costantemente mantenuti dei “file dilog”,diari elettronici in grado di testimoniare in ogni momento le attività svolte.

Questo sistema garantisce il massimo di democrazia in termini di partecipazione alle decisioni politiche nell’epoca di Internet. Ma, ecco il punto, non è questo il sistema adoperato da “Rousseau”, che anzi adotta un sistema operativo esattamente opposto a quello descritto. La piattaforma del M5s è stata elaborata da un’associazione, l’Associazione Rousseau, inizialmente fondata da due persone: Gianroberto Casaleggio e suo figlio Davide, entrambi titolari, prima uno e poi l’altro, di una Società commerciale a responsabilità limitata, la Casaleggio & Associati. Pare difficile non pensare che questa Associazione che ha creato la piattaforma non sia altro che la copertura di una società commerciale.

Come che sia, il “sistema operativo” Rousseau, per il modo in cui è stato impostato, vale a dire a codice chiuso, è segreto. Altro che trasparenza! Nessuno, tranne il programmatore, può conoscere il suo reale funzionamento. Questa è la prima, essenziale differenza tra Liquid Feedback e Piattaforma Rousseau. Nel primo, il software (quell’insieme di istruzioni scritte da programmatori che permettono al computer di effettuare operazioni) è libero,visibile e disponibile per tutti. Nel secondo, no. Come sanno gli esperti, il passaggio dal software chiuso (o “proprietario”) a quello “aperto” è stato un momento essenziale nel mondo dell’informatica, soprattutto in un’ottica di libertà, sicurezza e democrazia.

Alla base dell’idea di libertà c’è il codice sorgente, ossia la possibilità di poter consultare in ogni momento la ricetta alla base delle funzionalità che vediamo attivate sui computer. I programmatori che scrivono il codice non solo lo traducono in una forma che la macchina è in grado di elaborare (codice oggetto), ma lasciano disponibile il “percorso” attraverso il quale si è arrivati a quel codice. Certo, si tratta di istruzioni che sono comprensibili solo ad altri programmatori, ma già il fatto che ci sia qualcuno che possa controllare, che possa verificare se non vi siano funzioni segrete, o nascoste, o la possibilità di alterarne il funzionamento, o la possibilità di migliorare o personalizzare il software, è esso stesso indice di trasparenza, di verificabilità delle funzioni, e di democrazia.

IL CODICE LIBERO

Il software libero implica la condivisione gratuita della conoscenza ed è immune, perlomeno in linea di principio, dai vincoli prodotti dall’economia di mercato. Se, poi, il codice circola libero e aperto, è modificabile e privo di un padrone. Se il codice non è di proprietà di qualcuno, ma di tutti coloro che l’adoperano, significa che non è di proprietà di nessuno (anche se, ovviamente, da un punto di vista giuridico il diritto d’autore può limitare, attraverso specifiche licenze, determinati utilizzi).

L’aspetto più degno di nota è, però, un altro: il software libero vede la sua funzione principe quando si è in presenza di servizi cosiddetti “critici”, ossia processi che vanno a toccare l’essenza stessa delle attività di un Paese o di una comunità. Negli Usa, ad esempio, da anni vi è un’accesa discussione circa la trasparenza dei sistemi per il voto elettronico, ossia una richiesta che i sistemi che processano il voto dei cittadini (in questo caso le macchine prodotte dalla società Diebold) siano, in ogni loro passaggio e attività, verificabili e trasparenti. Alcuni Stati, ad esempio, hanno respinto le modalità di svolgimento del voto elettronico proprio per questo: le macchine e il software per una funzione così vitale per la democrazia quale il voto politico non si sapeva come funzionassero. In pratica, a causa del codice segreto, ci si deve fidare, esattamente come ha scritto anche Grillo: «Fidatevi di me».

Un documentario pluripremiato negli Usa, «Hacking Democracy», ha descritto la facilità di fare hacking di questi sistemi, vale a dire di alterare i risultati senza che il sistema se ne accorga (e neppure gli elettori). Un grosso rischio, quindi, per la democrazia. L’evoluzione del codice dipende, nel codice aperto, dalla volontà dei suoi utilizzatori. Ecco: nel caso della Piattaforma Rousseau è del tutto evidente che si tratti di un codice chiuso, segreto, privo di qualsiasi trasparenza e controllo, il cui unico proprietario resta Davide Casaleggio. È lui, un piccolo imprenditore che ha ereditato la ditta dal padre e pure la carica politica, non votato né eletto da nessuno, che detiene le chiavi della forza politica che domani potrebbe, da sola, governare il Paese. Dice che ha regalato la piattaforma al MoVimento, ma il suo dono è velenoso. Offre il possesso della casa, ma si tiene ben strette le chiavi.

E ora è anche arrivato il colpo di grazia: la nuova funzione di Rousseau, chiamata call to action, mette definitivamente la museruola all’unico spazio di libertà che ancora esisteva nel MoVimento: vale a dire il meet up, il social network da cui era nato il MoVimento, uno spazio di libertà sino a oggi ancora privo di un controllo centralizzato. Da domani, grazie a call to action, niente più sfuggirà al Grande Fratello: qualsiasi iniziativa della “base” dovrà, infatti, passare attraverso questa piattaforma. È pazzesco. Stanno uccidendo quel poco di democratico che ancora esisteva all’interno del MoVimento, facendo passare la cosa come una forma di estensione della democrazia diretta. E tutti o quasi hanno abboccato. Ma torniamo al problema della gestione del voto online.

LE FUNZIONI

La Piattaforma Rousseau è usata in servizi critici quali consultazioni, referendum, voti, proposte di elezione, voti politici; essendo a codice chiuso, non permette la verificabilità di ciò che avviene dentro il sistema. Ci si deve, ripetiamolo ancora una volta, fidare ciecamente del Capo. Non si sa se alcune funzioni della piattaforma possano essere alterate da un cosiddetto “pannello di controllo” gestito dai proprietari, i quali potrebbero senza alcuna difficoltà, ad esempio, modificare gli esiti di votazioni online; non si sa, inoltre, se il software funziona bene o se ha dei malfunzionamenti, non si sa se durante il processo avvengono errori e come verificarli. Non si sa nulla, perché tutto è segreto.

L’unico modo per garantire la reale democraticità di una piattaforma per qualunque sua funzione è quella di renderla trasparente grazie al codice aperto. Non solo in un’ottica di trasparenza di “quello che succede”, ma anche di tracciabilità di “quello che è successo” e di verificabilità, in ogni momento, dei processi che sono avvenuti. Tutto questo è impossibile con la Piattaforma Rousseau. Tale piattaforma non amplia affatto la democrazia ma, anzi, la restringe fortemente. E ora con call to action anche tutte le attività degli iscritti saranno sottoposte a un controllo verticistico. L’idea che con questa piattaforma si realizzi la democrazia diretta e la partecipazione dei cittadini è, dunque, una mistificazione bella e buona: in realtà coloro che la utilizzano sono liberi solo di ubbidire inconsapevolmente alle decisioni di una società commerciale.

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