di Paolo Becchi su Libero, 10/08/2017


La cronaca di questi giorni riporta una serie impressionante di episodi che ci restituiscono un’immagine preoccupante di come ci siamo ridotti a vivere.

A Roma, un ragazzo africano – ma avrebbe potuto benissimo essere inglese, o italiano – si è spogliato nudo in mezzo ai turisti e ai romani e, con secchio in mano, è entrato nel «Fontanone» del Gianicolo per darsi una lavata. A Torino, un giudice ha ritenuto, dopo minuziosa interpretazione della legge, che non costituisse violenza sessuale il comportamento di un rumeno che, sull’autobus, si è tirato giù i pantaloni, si è masturbato e poi ha eiaculato sulla gamba di una ragazza. Nessuna protesta da parte delle femministe nostrane, che invece attaccano di maschilismo un giorno si e l’altro anche Libero. A Venezia, due turisti sono stati sorpresi a dormire nudi sul pontile di un albergo a cinque stelle. A Firenze, un uomo si è aggirato in mutande per la strada tirando sassi ai clienti di un locale. I casi di rapporti sessuali consumati in pubblico si moltiplicano: tutto questo in pochi giorni. Episodi di quotidiana indecenza, da nord a sud.

Sarà per il gran caldo? O non sarà, piuttosto, perché ormai abbiamo perso, oltre il senso del diritto e della morale, anche il più elementare senso del decoro? Le nostre società occidentali moderne si sono per secoli fondate su quei doveri che Christian Thomasius rispettivamente distingueva come riguardanti la giustizia, l’onestà e il decoro. Il diritto riflette i doveri di giustizia (non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te), la morale individuale il dovere dell’onestà, e la morale «sociale» quello del decorum, espresso dalla regola generale che dice di fare agli altri ciò che vorresti che gli altri facciano a te.

Decoro indica, insomma, una virtù «sociale», una serie di «valori» che consentono di tenere insieme, di «mediare» tra la morale privata e il diritto di una società. Ora, è vero che il senso del «decoro», storicamente, assume forme diverse, e che a volte è sinonimo di «ipocrisia», o di mera «apparenza», etc.. Ma il decoro indica anche quel minimo riferimento comune – in termini di rispetto di sé e degli altri, di decenza, di ciò che in pubblico si ritiene sia conveniente o non conveniente fare – senza il quale una società cessa di essere «civile». Il decoro è questo: è il sentire, indipendentemente e ancor «prima» che intervenga o meno la le e, che non tutto ciò che trovo normale per me, che vorrei fare, può essere espresso e manifestato pubblicamente. Senza il decoro, la società diventa indecente ed è tenuta insieme a stento dalla sola legge. Quando le persone ritengono normale manifestare pubblicamente senza alcun pudore i propri appetiti, istinti sessuali, perché non vedono cosa vi sia di male, vuol dire che abbiamo superato il limite. Ci siamo ridotti ad una «bestialità» che non conosce più nulla al di fuori dei propri immediati impulsi, istinti e voglie da soddisfare su un bus o su una strada.

Abbiamo perso il senso del decoro – e non lo dico come lo potrebbe dire un’anziana signora che rimpiange i «bei» tempi andati -, ma per indicare il senso della perdita di una «dimensione» che aveva costituito, insieme alla morale e al diritto, uno dei pilastri della della società moderna.

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