di Paolo Becchi su Libero, 20/11/2017


Pubblichiamo qui un passaggio della lectio magistralis che terrà oggi il prof. Paolo Becchi presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale.

Parlare oggi di «nazione» e di «Stati sovrani» sembrerebbe, a prima vista, avere poco senso. Siamo nell’epoca della fine degli Stati nazionali, della «globalizzazione» o, per dirla con Carl Schmitt, «dell’unità del mondo». L’epoca della statualità – scriveva Schmitt nel 1963 – sta «giungendo alla fine. […] Lo Stato, come modello dell’unità politica, lo Stato come titolare del più straordinario di tutti i monopoli, cioè il monopolio della decisione politica, sta per essere detronizzato». E se Schmitt affermava tutto ciò con nostalgia e pessimismo, Karl Marx, un secolo prima, lo aveva invece annunciato come «il sogno di una cosa»: lo Stato, il dio terreno, il «razionale in sé e per sé» (da Hobbes a Hegel), sarebbe stato prossimo a tirare le cuoia, grazie alla rivoluzione proletaria. Dobbiamo oggi dare ragione a Marx e Schmitt, che, sia pure da angolature diverse, avevano previsto la fine dell’epoca della statualità?

C’è qualcosa che non convince del tutto in questa narrazione, e non solo per il fatto che quella rivoluzione comunista, che avrebbe dovuto realizzare l’emancipazione umana (non più solo politica), non c’è stata, ma anche perché gli Stati nazionali, malgrado siano sempre più fragili, stanno opponendo un’accanita e sorprendente resistenza al loro superamento, come dimostra la profonda crisi che sta attraversando l’Ue. E, al contrario di quello che pensava Marx, sono ora proprio gli Stati nazionali ad opporsi allo strapotere del capitalismo finanziario globale che li vuole annientare. Ciò che allora è finito, non è lo Stato in quanto tale, la forma-Stato, ma quello Stato che si limitava a fare gli interessi della borghesia nazionale, lo Stato come «comitato d’affari della borghesia», di cui parlava Marx nel primo capitolo del suo Manifesto. Ciò che allora forse è tramontato, non è la «nazione» in sé e per sé, ma quel concetto di nazione che è stato identificato con l’idea di sovranità ispirata da Bodin e da Hobbes, un’idea che, a sua volta, non poteva fare a meno di quella dello Stato centralista, tanto è vero che le sue origini storiche vanno ricercate nella formazione e nel consolidamento delle grandi monarchie assolute.

Oggi però ci si comincia a rendere conto del fatto che quella linea di un «sovranismo forte», «leviatanico», lascia insoddisfatto un bisogno che la società medievale invece soddisfaceva: la polarizzazione moderna tra individuo e Stato lascia infatti fuori la società e il popolo che in essa si manifesta con i suoi bisogni, la «società civile» quale sfera della Vermittlung, della «mediazione sociale» (Hegel). Stiamo allora forse tornando indietro verso una nuova «società per ceti», come pensava Gianfranco Miglio, che dissolverà gli Stati? Oppure sperimenteremo nuove forme di convivenza politica diverse da quelle statuali?

Al momento nello spazio europeo sembrerebbe presentarsi una terza alternativa, quella di un sistema formato da Stati più piccoli con i quali i cittadini possano meglio identificarsi e di grandi Stati ma organizzati in modo da lasciare spazio alle autonomie locali. L’epoca dei grandi Stati organizzati in modo centralistico è finita con la fine degli ordinamenti totalitari. Anche se alcuni grandi Stati continuano a comportarsi in modo violento contro le spinte autonomistiche. E tuttavia, proprio da parte di chi rivendica maggiore autonomia, e nel caso estremo indipendenza, c’è la volontà di costituirsi nuovamente in Stato. Mi riferisco alle recenti richieste di autonomia da parte di Lombardia e Veneto e di indipendenza da parte del popolo catalano. Ma anche questo ultimo caso dimostra che non siamo in grado di pensare un modello di convivenza politica che consenta ad un popolo di vivere in un territorio senza far riferimento ad una organizzazione statuale. Non ci può però essere Stato senza sovranità, e la sovranità di cui oggi abbiamo bisogno è una sovranità «debole», «reticolare», che non si impone sulle autonomie ma le lascia liberamente agire al suo interno. Lo Stato del futuro non potrà che essere federale.

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