di Paolo Becchi su Libero, 25/02/2018


Quella di nazione è stata considerata, almeno a partire dalla fine della prima guerra mondiale, un’idea sfruttata e rivendicata soprattutto da destra: le retoriche nazionaliste prima, fasciste poi. Eppure non comprenderemo nulla dell’idea di nazione, dell’importanza che questa idea può di nuovo avere – se non sapremo capirne, per dirla con Giambattista Vico, i suoi corsi e ricorsi. L’idea di nazione di oggi, non è la stessa di ieri. Ma che cosa era “ieri” la nazione?

Il richiamo alla nazione, all’identità nazionale, è stato nel corso del 19º secolo uno dei motivi ideologici fondamentali che hanno accompagnato il processo risorgimentale dell’unificazione e, successivamente ad esso, i tentativi di legittimazione del regime statutario. Fatta l’Italia, il mito della nazione doveva servire a fare gli italiani. Ma sono state molteplici e differenti le tradizioni che l’idea di nazione si è trovata, di volta in volta, a servire, dal Risorgimento all’avvento del fascismo. E oltre ancora. Già durante il Risorgimento si scontravano la concezione realistica e pragmatica di Cavour e quella ideale e utopica di Mazzini. Ed in fondo è proprio nell’opera di Mazzini che l’idea di nazione e quella di Stato centrale trovano la loro fusione concettuale. L’unità politica nacque dall’accordo tra il pragmatismo e l’utopismo nell’adozione di un modello statuale centralistico che eliminava i “patriottismi locali”. Il federalismo, e penso qui alla sua massima espressione, a Carlo Cattaneo, rimase marginale, di più non uscì sconfitto. Ma è falso pensare che il teorico per antonomasia del federalismo, Carlo Cattaneo appunto, non sentisse i valori della nazione e dello Stato nazionale, semplicemente li interpretava in un modo diverso rispetto a Giuseppe Mazzini. Per capire questa posizione bisogna ricordare che Cattaneo distingueva tra popoli, nazione e umanità.

POPOLI DIVERSI

Popoli diversi, vale a dire le diverse popolazioni che componevano l’Italia potevano decidere di unirsi e dar luogo ad una federazione nazionale. Ed è da questa che sarebbe scaturito lo Stato. Questa era una via. Ma ad imporsi fu quella mazziniana, che per favorire la patria, eliminava le “piccole patrie”: non solo una nazione ma un solo popolo doveva stare alla base dello Stato. Posizioni dunque contrapposte. Idee diverse sulla storia d’Italia e sul come giungere alla sua unità. A unità raggiunta e almeno da Crispi in avanti, la nazione indica le mire espansionistiche dello Stato, le sue politiche di potenza. Allo scoppio della prima guerra mondiale il richiamo all’unità nazionale è la parola d’ordine del nazionalismo interventista di Corradini, mentre l’interventismo democratico di Salvemini si riallaccia all’idea di nazione come autodeterminazione dei popoli. Dopo Versailles il richiamo alla nazione diventa uno dei temi centrali dell’irredentismo dannunziano, con la sua retorica della «vittoria mutilata». Ed è in questo humus che si vengono a formare le basi ideologiche del fascismo. Con il collasso dello Stato liberale e l’avvento del fascismo il mito della nazione diventa però totalizzante. Un mito, diremmo, che tuttavia ha determinato la crisi dell’idea di nazione nel nostro paese, facendo di esso un termine che – con il crollo del Regime – non era più passibile di utilizzazione per la nuova Repubblica dei partiti del cosiddetto «arco costituzionale». Così la parola ha conosciuto un lungo letargo, un corso di oblìo: meglio dimenticarla, meglio che gli italiani trovassero la loro identità in altre idee, come quella dell’antifascismo, posta alla base della nostra retorica costituzionale, o della democrazia nata dalla Resistenza. Così il mito della nazione fu sostituito da quello dell’antifascismo. Questo periodo è durato a lungo, almeno tanto quanto ha tenuto nel nostro paese quel sistema dei partiti sorto nell’immediato dopo guerra. Ma a ben vedere anche oltre. Tutti ricordano come fino a pochi anni fa, chi parlava di nazione fosse di fatto tacciato più o meno apertamente di fare discorsi fascisti, e comunque a parlarne erano gruppi politici «di destra» che nascevano da quel contesto. Ma qualcosa negli ultimi anni è cambiato. Anche se come sta accadendo in questi giorni il mito viene nuovamente ripescato a scopo elettorale da una sinistra priva di un programma serio da presentare agli elettori e che si illude di trovare, ancora una volta, nell’antifascismo l’unico possibile collante. Al corso, è succeduto il ricorso. Un nuovo inizio dell’idea nazionale. Da dove nasce questo ricorso? Non si può contestarlo, è in corrispondenza con la crisi sistemica dell’Unione europea che si è risvegliata, e non solo in Italia, l’idea di nazione. Gli Stati sono ritornati a rivendicare sovranità e i popoli a sentirsi di nuovo nazioni. È fallito il tentativo di integrare l’Europa disintegrando l’identità nazionale. Un fallimento epocale, per certi versi simile a quello dell’Unione Sovietica. Forse di questo non siamo ancora del tutto consapevoli.

SOVRANITÀ

Oggi nazione significa recupero della sovranità perduta, recupero di ciò che è stato impropriamente ceduto all’Unione europea, in cambio di continue sofferenze e umiliazioni. Quest’Europa ha fallito quando ha preteso di cancellare le singole identità nazionali sostituendole con un mostro transnazionale opprimente. Per quanto possa sembrare paradossale è proprio la costruzione europea, per come è andata configurandosi da Maastricht in poi, che ha posto le premesse per il riscatto degli Stati nazionali, e nel nostro paese ha creato i presupposti per un nuovo Risorgimento contro anni di dominazione straniera, un nuovo Risorgimento non oppressivo, non calato dall’alto ma che parta dal basso, dalle comunità locali e sappia trarre ispirazione da quel modello federale che nel primo Risorgimento risultò sconfitto. Dobbiamo anzitutto recuperare il senso della nostra appartenenza comunitaria: essere liguri, veneti, pugliesi, siciliani, ma sentirsi tutti italiani.

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