di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero, 29/03/2018


La Costituzione non parla di consultazioni. Si tratta di una prassi costituzionale ormai consolidata e sinora mai disattesa. In teoria, infatti, il Capo dello Stato è libero di conferire l’incarico a chi vuole, ma, stante nei decenni della Prima Repubblica un sistema elettorale puramente proporzionale, si resero necessarie al fine di individuare – di volta in volta – una maggioranza parlamentare idonea a sostenere il governo.

Tale prassi è stata mantenuta anche quando non ce n’era bisogno, cioè quando – dal 1994 al 2006 – si conosceva già la notte delle elezioni sia la coalizione che aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, sia il leader della stessa, tant’è che il presidente emerito Francesco Cossiga – in quegli anni senatore a vita – si chiedeva perché i suoi successori mantenessero la prassi delle consultazioni a fronte di leggi elettorali maggioritarie come il Mattarellum e il Porcellum. A seguito delle elezioni del 4 marzo si rendono comunque necessarie, visto che nessuna delle forze politiche in campo ha la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento.

Il Presidente della Repubblica dovrebbe fungere da “notaio”, cioè prendere atto delle indicazioni di ciascun gruppo parlamentare e tirare le somme. Qualora dalle indicazioni non emergesse alcun nome in grado di ottenere la fiducia da entrambi i rami del Parlamento, il Capo dello Stato può invece procedere di sua iniziativa conferendo quello che viene definito «incarico istituzionale», cioè nei confronti di una persona gradita al Presidente e che, secondo le sue valutazioni, potrebbe farcela. Questo in teoria, in pratica i poteri del capo dello Stato sono senza limiti, a fisarmonica come si suol dire, tanto ampi quanto più la situazione è incerta.

COMANDA LA PRASSI

Il 3 aprile inizieranno le consultazioni al Colle per la formazione del nuovo governo. Dopo aver ascoltato i Presidenti dei due rami del Parlamento, il presidente emerito Napolitano e i senatori a vita, Mattarella riceverà tutti i gruppi parlamentari nelle persone dei presidenti di ciascuno sia per la Camera che per il Senato. Ma pure questa è solo una prassi, infatti a rappresentare ciascun gruppo ci può essere anche il leader di partito che non necessariamente ricopre la carica di presidente del rispettivo gruppo. Forza Italia, ad esempio, ha spesso visto partecipare – insieme ai capigruppo – anche Silvio Berlusconi. Idem il M5S nel 2013 (Grillo, come capo politico, salì al Colle insieme a Crimi e Lombardi) e il centrosinistra negli anni che vanno da Prodi a Renzi.

SERVE UN SEGNALE

L’aspetto interessante in queste consultazioni è vedere chi salirà al Quirinale per il centrodestra. Se fosse mantenuta una prassi da Prima Repubblica – ed è quello che al momento sembra previsto – dovrebbero parteciparvi soltanto i presidenti dei tre singoli gruppi bicamerali che compongono la coalizione. Questo però non darebbe un segnale di unità. Sarebbe quindi auspicabile che ciascun singolo capo-politico delle forze della coalizione desse un mandato unitario a Matteo Salvini quale referente dell’intero centrodestra, accompagnato ovviamente dai presidenti dei rispettivi gruppi parlamentari. Questo mostrerebbe l’unità e la compattezza della coalizione.

In questo modo il Capo dello Stato non potrà che valutare i numeri dei tre gruppi parlamentari del centrodestra nel loro insieme, cioè come espressione della totalità dei seggi ottenuti dall’intera coalizione, che sia alla Camera che al Senato ha la maggioranza relativa degli scranni. Presentarsi in modo diviso, cioè ognuno per i fatti suoi,  significherebbe esprimere al Capo dello Stato una dimensione numerica frammentata che avvantaggerebbe – nelle valutazioni di Mattarella -il primo partito, il M5S, arrivato secondo nei risultati elettorali ma, preso singolarmente, il gruppo parlamentare con più seggi di tutti.

Di fronte ai dati numerici dell’intera coalizione di centrodestra (265 seggi alla Camera e 137 al Senato) e di quelli del primo partito (i 5Stelle hanno 227 scranni a Montecitorio e 112 a Palazzo Madama), Mattarella non potrà fare altro che chiedere anzitutto a Salvini se è in grado di trovare una quadra risolutiva per la formazione del nuovo governo. E qui l’idea che abbiamo avanzato di una staffetta tra lui e Di Maio potrebbe essere decisiva. Perché se è vero che la coalizione guidata da Salvini è quella che ha il maggior numero di seggi, altrettanto vero è che senza un coinvolgimento del M5S non si potrà procedere alla formazione di nessun governo che sia rispettoso del risultato elettorale.

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