di Paolo Becchi su Libero, 01/06/2018


Il modo in cui il Quirinale sta gestendo, in questi giorni, la crisi è oggettivamente inspiegabile. Certo, in Italia ben conosciamo la politica dei “due forni”, tante volte praticata, e con successo, dai partiti politici. Persino Di Maio l’ha adottata. Ma che fosse un presidente della Repubblica a farla propria, questo non era mai accaduto.

Fino a ieri sera avevamo, da una parte, un presidente del Consiglio incaricato, tale Cottarelli, il quale, a rigore, doveva essere l’unico a proporre la lista dei ministri al presidente per poi presentarsi alle Camere. E invece Cottarelli non ha fatto che aspettare inutilmente perché, dall’altra parte, Mattarella ha ripreso a lavorare all’altro forno e ora è disponibile a lasciare che si formi lo stesso governo Conte su cui egli ha posto il veto, ma con una diversa posizione nel governo di Paolo Savona.

Il minimo che si possa dire, è che il Capo dello Stato non ha saputo davvero come risolvere il pasticcio che egli stesso ha contributo a creare, dando luogo per giorni a un teatro dell’assurdo che non ha precedenti nella storia repubblicana. Del fatto poi che l’Italia sia stata gettata nel caos più totale, non sembra che se ne sia accorto nessuno, se non i mercati che ci hanno speculato sopra.

Il governo dimissionario di Gentiloni, che avrebbe dovuto restare in carica fino alla nomina dei nuovi ministri, si è dileguato: tale nomina non c’è ancora stata, ma intanto è
passata una decina di giorni da quando Gentiloni e i suoi ministri si sono fatti fotografare con scatoloni e computer spenti nei loro uffici ormai vuoti. Chiedo: chi sta gestendo, in questi giorni, i cosiddetti “affari correnti”? La squadra delle pulizie dei vari uffici? Il governo dimissionario non dovrebbe provvedere ad assicurare l’uniformità e la piena operatività dell’azione amministrativa? E il Consiglio dei Ministri (ma esiste ancora?) non dovrebbe continuare a riunirsi in occasione di adempimenti conseguenti a impegni internazionali, comunitari, nonché in casi di necessità e urgenza? E se dovesse presentarsi una situazione tale da richiedere un intervento immediato attraverso un decreto legge (si pensi a un terremoto, o a una catastrofe naturale) chi potrebbe mai adottarlo? Insomma: abbiamo gli uffici vuoti e l’intero sistema amministrativo senza capi. Fossimo in un Paese del Sudamerica (o forse anche nell’Italietta degli anni ’50 e ’60), probabilmente ci sarebbe già stato l’intervento dell’Esercito. È una situazione scandalosa.

Resta, poi, il problema politico delle nuove trattative tra Di Maio e Salvini. Sembra chiaro: Di Maio si è accorto che solo formando un governo il M5S potrà non perdere l’occasione che gli è stata data, e che rischia di non ripresentarsi mai più, e vuole perciò chiudere l’accordo a tutti i costi, anche venendo incontro alle richieste di Mattarella. Salvini si è così trovato di fronte a questo dilemma: formando un governo senza Savona, dimostrerebbe di aver ceduto alle prepotenze del Capo dello Stato; rifiutandosi di farlo, farebbe la figura di chi ha fatto saltare tutto il banco per un nome, per una irragionevole petizione di principio. Dunque come uscire, da questa trappola ben congegnata?

Non è facile, ma pare che Di Maio e Salvini ci stiano riuscendo. Una domanda al presidente della Repubblica, con tutto il rispetto, la vogliamo fare. Che senso ha avuto bloccare Paolo Savona per il ministero dell’Economia, per via delle sue posizioni critiche sull’Unione europea, per accettare al suo posto un professore che ha idee simili, e al contempo nominare Savona al ministero delle Politiche comunitarie? È veramente un pasticciaccio brutto…