Estratto del libro “Italia Sovrana” di Paolo Becchi su DAGOSPIA, 07/11/2018


Per tornare grandi bisogna ricominciare a pensare in grande. E pensare in grande oggi vuol dire iniziare un nuovo Risorgimento, dopo anni di «dominazione straniera». Un nuovo Risorgimento non oppressivo, non calato dall’alto, ma che anzi parta dal basso, dalle comunita locali, e sappia trarre ispirazione da quel modello federale che nel primo Risorgimento risulto sconfitto.

Ma per fare questo ci vorrebbe una nuova elite, simile a quella che Berlusconi e Bossi cercarono di costruire nel loro tempo. Perche senza una visione politica, senza una cultura politica, non si va da nessuna parte.

Nelle discussioni politiche attuali e ricorrente la contrapposizione tra elite e popolo, che pare avere persino sostituito quella tradizionale fra destra e sinistra. Si parla spesso di elite al potere, i cosiddetti poteri forti che di fatto governano sul popolo: pochi dominanti rispetto alla massa, al popolo subordinato. Ma le elite, in realta, sono da intendere al singolare, come una minoranza unica, omogenea e coesiva. Nonostante le molte differenze, Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto andavano in questa direzione. A governare e una ristretta elite che perpetua se stessa, unita e impermeabile.

Questo ragionamento presuppone un alto grado di coesione tra chi detiene il potere. Ma cio che emerge nelle nostre societa e nelle nostre democrazie pluralistiche e qualcosa di diverso, che supera la dicotomia, forse troppo semplicistica, elite-popolo. Cerco di spiegarmi.

Non c’e dubbio che oggi esista un’elite transnazionale, deterritorializzata e mondiale che controlla i mercati e la finanza globale. Questa elite e mossa da una logica «marittima», fluida, liquida. Nulla pero vieta che vi si possa opporre la logica «tellurica» di un’altra elite. La prima cosmopolita, la seconda, per cosi dire, di frontiera. La prima globalista, la seconda sovranista.

Non esiste un’unica elite. O almeno, accanto a un’elite dominante se ne puo costruire un’altra in opposizione. Insomma, il conflitto non e solo tra elite e popolo, ma tra elite diverse, fra loro contrapposte.

A ben vedere, forse la politica di oggi e proprio que- sto: da una parte, un’elite che deriva il suo potere da coloro che nella societa globalizzata hanno ricchezza e successo; dall’altra, una possibile controelite sovranista che da voce a chi e stato socialmente marginalizzato dalla globalizzazione. Forse dobbiamo essere realisti e affermare che la democrazia diretta e un sogno che si puo realizzare solo in piccole comunita, ma il popolo deve avere almeno la possibilita di scegliere gli uomini che dovranno governarlo.

In Italia questo non accadeva da tempo, e in fondo e vero il significato del voto recente: la parola e stata restituita al popolo dopo le elezioni del 2013, che non ebbero alcun reale vincitore e la cui legislatura si e trascinata illegittimamente il piu a lungo possibile senza di fatto realizzare niente di utile per il Paese. Solo ora le cose sono cambiate, con la vittoria di due schieramenti politici antisistema e la formazione del nuovo governo.

Le forze politiche, nella loro pluralita, dovrebbero insomma esprimere elite diverse, che concorrono tra loro. E su questa base che si costruisce la democrazia rappresentativa. Pensare che il popolo, da solo, possa battere l’elite e illusorio. Il popolo ha bisogno di formare una controelite che sia in grado di contrastare quella dominante.

Solo il conflitto tra diverse elite conferisce all’elettore il vero potere potestativo, e con il nuovo governo in carica si sta creando lo spazio per la formazione di tale controelite.

Cerchero di chiarirlo meglio in seguito, ma l’idea di un sovranismo debole, di un populismo responsabile, basato cioe sul recupero della propria identita e su un’attenzione particolare alla «questione sociale» del lavoro, potrebbe diventare il leitmotiv di questa controelite, che e tutta da costruire, nonche indispensabile per lanciare un secondo Risorgimento.

Insomma, l’Italia ci riprova.