di Vittorio Feltri su Libero, 15/11/2018


Nei giorni scorsi ho scritto, suscitando lo scandalo di pensatori che si abbassano a leggermi, di considerare il governo giallo-verde l’unico plausibile oggi in Italia. Io faccio fatica a pensare, la ritengo un’attività esagerata per i miei mezzi, ciononostante ho il vizio di guardare la realtà. E costei è testarda e dice che il consenso dei cittadini è superiore al 60 per cento; e che la sola alternativa sarebbe un esecutivo tecnico, il peggio del peggio, anche perché riporterebbe il nostro Paese a cuccia di Bruxelles, impoverendoci. Il bel libro di Paolo Becchi, Italia sovrana (Sperling & Kupfer, pagg. 171, euro 16), viene in soccorso al mio trascurabile giudizio. Anzi esagera e proietta l’alleanza di M5S e Lega oltre le contingenze di risultati elettorali sbilenchi: quello che pareva un matrimonio di convenienza unicamente per i contraenti, Becchi assicura sia invece un affare di lusso non soltanto per gli italiani, bensì per tutti i popoli europei. Ritiene cosa naturale che duri, si consolidi, e contagi il vecchio continente. Da fidanzati per forza a sposini innamorati. Infine coniugi indivisibili: è il “sovranismo popolare”. Salvini nella sua visione rappresenta il campione di un sovranismo identitario e federalista, Luigino Di Maio (oddio, in che mani siamo) esprime il sovranismo sociale. Non sono il verde di destra e il giallo di sinistra, categorie antiquate, preistoriche. Oggi non si devono scegliere le idee tra quelle nere e quelle rosse, ma tra quelle giuste e quelle sbagliate, optando preferibilmente per le prime.

Prudenza, caro Becchi. Finora il personale dirigente pentastellato ha rovesciato sull’Italia secchiate di ignoranza presuntuosa, per cui non ho l’entusiasmo esibito dal Professore, né mi lascio incantare come lui dal fatto che il M5S abbia scelto il ministero del Lavoro quale postazione per il proprio leader, cioè Giggino. Gli uomini, esimio Paolo, sono perfettamente in grado di distruggere un progetto meraviglioso, specie se sono grillini.

I lettori di Libero hanno imparato ad apprezzare l’autore, io sono il primo dei suoi ammiratori: la sua prosa non è dotata di spocchia, nonostante sia distillata dalla cattedra dell’università di Genova. In questo tomo offre il meglio di sé. Egli spezza il pane duro della metafisica e della scienza politica per chi non vi è avvezzo, e che in queste pagine assisterà, meravigliandosi di capire tutto, a duelli di filosofi e intellettuali. Ad esempio (e tra parentesi scrivo il segno + per quelli cui costui dà ragione) ecco le disfide tra Hobbes e Althusius (+), Hegel (+) e Kant, Cattaneo (+) e Mazzini, fino a un più modesto scontro tra Lucio Caracciolo (+) ed Enrico Letti.

La constatazione di Becchi è che gli Stati abbiano resistito inaspettatamente alla globalizzazione. Per fortuna, i popoli hanno una inesorabile tendenza a ostacolare la tirannide. Ora però non basta che lo Stato e i suoi confini siano sopravvissuti. Non bisogna fermarsi. Occorre capovolgere il motto “più Europa”. Balle. È vitale contrastare la cessione di sovranità all’Ue, la quale ci ha destinato ad essere prede di potenze finanziarie. Non è sufficiente tuttavia corazzarsi contro Bruxelles e i suoi apparati. Se vuole resistere ed attaccare efficacemente le casematte dittatoriali, la Res Publica deve riformarsi: cominciando con le autonomie di Veneto e Lombardia; guai se essa tornasse ad essere sinonimo di potere assoluto che sottomette l’individuo e la società, bensì uno Stato comunitario e federato, dove dal basso si radunano famiglie, le libere associazioni, i vari ceti, le comunità cittadine, provinciali. Un «sovranismo debole», lo definisce. Non nel senso della pasta frolla, ma perché non è nerboruto all’interno, verso le componenti regionali e locali.

E ciò accade e accadrà grazie a questo durevole intreccio di verde e giallo. Becchi sostiene che non importa che la Lega sia più forte al Nord e il MSS al Sud: in realtà il patto tra loro unisce l’Italia. E l’Italia finora emarginata soffierà come un geyser il suo vento nuovo in faccia all’Europa, rifacendola da capo, su basi confederali. Un’Europa delle nazioni e delle differenze. Detta così, è facile. Non sarà però uno zeffiro sereno, come quello di Foscolo. Ci sono ostacoli madornali. Diciamone uno: il problema dei problemi è l’euro, sostiene Becchi. Un omicidio premeditato. Il libro ne illustra la storia in maniera elementare ed efficace. Tutto prende avvio dalla caduta del muro di Berlino. Mitterrand prese paura, poiché l’unità teutonica ne avrebbe raddoppiato la potenza, trasformando la Comunità europea (allora si chiamava così) nel regno incontrastato dei tedeschi, i quali con il marco avrebbero divorato i soci continentali. La Francia per frenare l’imperialismo germanico propone a Kohl, attraverso il trattato di Maastricht, l’euro, la cui gestione sarebbe affi-data a un’entità indipendente da Berlino. KohI accetta, ma temendo la forza manifatturiera italiana, ostacolo all’egemonia del gigante tognino chiede e ottiene la “deindustrializzazione” del Belpaese. Cui viene imposto il processo di privatizzazioni che spompano la nostra economia. Arriva poi il regolamento del 1997 che di fatto è illegale e uccide alcune cose buone contenute nel trattato di Maastricht. Nel 1999 ecco l’euro, che ci trova fiacchissimi, pronti a essere fagocitati. Si resiste un pochino. Infine la capitolazione nel 2011 con il golpe ordito da Germania e Francia con la complicità di Napolitano (lo afferma Becchi, non Berlusconi) per piazzare Mario Monti.

Ora però il 4 marzo ha suonato la tromba della riscossa, rullano i tamburi della quarta guerra d’indipendenza: stavolta per liberare le genti italiche dai tentacoli dell’Unione europea. Sarà uno scontro epico, dice Becchi: da una parte i sovranisti identitari, dall’altra i globalisti cosmopoliti. Becchi è convinto vincerà «la democrazia degli Stati, non l’eurocrazia dei mercati». E nessuno dovrà più «morire per Maastricht». Verrà un nuovo risorgimento.

Insomma. Il sovranismo-populismo ha la sua Magna Charta. Un po’ se lo dice da solo, il professor Becchi, quando cita di “Manifesto” di Marx ed Engels, e scrive: «Uno spettro si aggira per l’Europa, ed è lo spettro non del comunismo, ma del populismo». A cui egli fornisce le fondamenta teoriche, e lo fa in modo efficace.

Ne ha fatta di strada questo intellettuale anomalo. Uscito o cacciato dalla gabbia dei grillini, di cui era considerato l’ideologo, ha dato ali al suo pensiero. Ci hanno rimesso i Cinque Stelle, che scomunicandolo hanno adottato il criterio del merito: più sei ignorante e più comandi. Ecco il punto di debolezza della profezia del Professore. E se su Salvini, Giorgetti, Fontana, Zaia e Fedriga sono tranquillo, quanto a Di Maio, Di Battista, Toninelli, Fico e Casalino, ho la certezza che faranno di tutto per rovinarci i sogni. Infatti le idee camminano sulle gambe degli uomini e di solito sono depositate nelle teste dei suddetti. Ma avercela, la testa.