di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su Libero, 19/12/2018


Diciamolo pure con chiarezza: il popolo italiano comincia ad essere nauseato da questa manovra che rischia di essere sempre meno popolare. Al momento l’unica cosa certa è che dai 42 o 43 miliardi di deficit per il 2019 si è ora scesi a 36 miliardi. Dato che questo è un deficit poco inferiore a quello attuale, non ci sono i soldi per le pensioni a 62 anni e per il reddito di cittadinanza, a meno di non prelevarli da altre parte del bilancio, cioè tagliare spese o aumentare tasse.

La CGIA di Mestre, che è l’ufficio studi indipendente più sensibile ai problemi delle imprese, stima che nel 2019 le imprese nel loro complesso pagheranno non di meno, ma di più per circa 4 miliardi (la riduzione al 15% per partite Iva sotto i 65mila euro non costa infatti molto ed è più che compensata dall’eliminazione di altre detrazioni per le imprese e banche).

Questi sono fatti di cui almeno Salvini dovrebbe tener conto. Se invece per sottili calcoli politici si vuole ora a tutti i costi l’assenso della Commissione Ue, allora si devono eseguire i compiti che Juncker e Moscovici hanno dettato. Dopo mesi in cui si dichiarava il contrario («prima gli italiani», «questa Europa non ci piace») ora non sembra neppure sufficiente aver tagliato 6,7 miliardi (passando dal 2,4% al 2,04% di deficit). A Bruxelles ci chiedono di rivedere anche le stime di crescita per il 2019, perché troppo ottimistiche. Sembra si sia accolta anche questa richiesta, per cui con Pil 2019 che cresce dell’1% e non dell’1,5% si mettono a budget meno tasse e quindi bisogna ancora tagliare.

Questo esito è un’abile “ritirata tattica” o una resa come molti ora dicono nel campo “sovranista”? Stiamo ai fatti: il Presidente della Commissione Bilancio del Senato ha spiegato che «i lavori sono stati rinviati in attesa del verdetto della Commissione europea e delle sue ultime richieste». Abbastanza chiaro, no? Il parlamento italiano può legiferare solo dopo l’assenso della Commissione. Più precisamente dell’ex ministro delle Finanze francese Moscovici, dell’ex presidente del Lussemburgo e di un oscuro politico estone che alle elezioni nel suo paese è stato preso a calci. Questo trio, non certo di violino, violoncello e pianoforte, non è ancora contento perché i nostri non hanno ancora specificato i termini del reddito di cittadinanza e le modifiche alla “Fornero”. E allora ha deciso di tenere aperta la “procedura di infrazione” per l’Italia, forse fino quando ci saranno finalmente i dettagli. Campa cavallo…

Un governo che ha più del 60% del consenso, stando ai sondaggi, e che gode di questo consenso perché ha promesso di fare diversamente da quelli che si sono succeduti da Mario Monti in poi avrebbe dovuto spiegare al trio che dato il mandato ricevuto dagli elettori, data la situazione cronica dell’economia e data anche ora una recessione probabile, il 2,4% di deficit era “il minimo sindacale” che un governo in Italia potesse fare. Anche perché ad esempio in Spagna e Francia nessuno ha mai fatto un deficit così basso negli ultimi dieci anni. E lo può fare perché lo spread è un bluff. La prova è che i mutui italiani costano esattamente come quelli francesi e tedeschi nonostante un 2% o 3% di differenza sui titoli a dieci anni. Un’altra prova è che BTP fino a cinque anni rendono meno dell’inflazione, il che vuole dire che lo Stato italiano paga un tasso di interesse reale negativo.

Se il governo credeva nella bozza della manovra che prevedeva il 2,4% di deficit (43 miliardi circa), poteva comunicarla a Bruxelles, e dire prendere o lasciare, forti del sostegno popolare e della attuale debolezza della Commissione. E invece abbiamo calato le braghe e ora ci chiedono di calare anche le mutande. Tattica o non tattica a noi di prenderlo un’altra volta nel culo non piace.

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