di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su Libero, 22/12/2018


Nel 2011 ci fu la famosa “crisi dello spread”: lo strumento utilizzato per far cadere il governo Berlusconi. Lo spread era salito a 500 punti, cioè il rendimento dei Btp era salito fino al 7% (contro un rendimento dei Bund tedeschi intorno al 2%). Dopo l’arrivo di Monti la Bce prestò 400 miliardi alle banche a tasso zero perché comprassero Btp (operazione “Ltro”) e poi la Bce comprò altri 360 miliardi di Btp (operazione “Qe”). Ovviamente con questa massa enorme di 800 miliardi di acquisti i prezzi dei Btp schizzarono in su del 30% e oltre. Le banche italiane che avevano comprato 400 miliardi e rotti di acquisti guadagnarono decine di miliardi. La cifra esatta dei guadagni non è stata calcolata e non è indicata nei bilanci bancari e non è facile farlo dall’esterno perché si comprarono titoli di scadenze diverse in momenti diversi e dal 2017 le banche ridussero di quasi 100 miliardi gli acquisti. Si può ipotizzare su una media di acquisti di 400 miliardi un guadagno del 10% medio: 40 miliardi che spalmati su quattro anni sono 10 miliardi di euro di profitti all’anno per l’insieme delle banche. A questo poi va aggiunto che le banche comprarono titoli nel momento in cui pagavano interessi più alti, dal 3 al 7% (“lo spread” appunto significa tassi più alti) a seconda delle scadenze. Non è dunque esagerato dire che i bilanci bancari dal 2013 sono stati fatti grazie allo spread.

Bene, quest’anno la seconda crisi dello spread si sta risolvendo di nuovo felicemente per le banche italiane.

Siamo stati sottoposti da questa estate ad un bombardamento di titoli sui giornali, articoli e dichiarazioni e commenti in Tv su come lo spread facesse soffrire i bilanci delle banche. E questo grido di dolore alla fine ha intenerito anche il cuore di Di Maio e Salvini che alla fine hanno ridimensionato le promesse elettorali. I Btp che erano franati in maggio (prendendo per semplicità come riferimento il future del BTP) da 130 a 115, dopo mesi di oscillazioni tra 115 e 125 sono tornati ora a 128.

Come si è letto però le banche estere hanno venduto una cifra tra 70 e 80 miliardi di Btp e qualcuno deve averli comprati perché per ogni venditore c’è un compratore. Bankitalia da giugno ne ha comprati non più di 20 miliardi (per semplicità e maggiore chiarezza arrotondiamo qui tutte le cifre, non ce ne voglia chi è più preciso).

Si può ipotizzare quindi che le banche (e anche assicurazioni) italiane abbiano comprato almeno 50 miliardi di Btp a prezzi più bassi in media di quelli attuali. E anche a cedole più alte. L’entità esatta dei guadagni non è facile da calcolare senza la collaborazione delle banche stesse, ma un conto a spanne è che anche solo un 5% in più delle quotazioni su 50 miliardi siano 2,5 miliardi di utile ottenuti in meno di sei mesi.

Morale della favola. Lo Stato si ritrova ogni tanto a causa di queste “crisi dello spread” ad emettere titoli di stato sul mercato a rendimenti più alti. Il can can che si genera sui media lo costringe a spendere di meno e ad aumentare le tasse. La correzione della manovra consiste proprio in questo.

Il momento di crisi dello spread passa. E nessuno più ne parla. Vedrete da domani nessuno più ne parlerà. Chi lavora continua a vedersi la busta paga netta falcidiata dalle tasse e così le imprese, mentre le accise salgono. E le istituzioni finanziarie, che sanno come gestire la situazione, ci hanno guadagnato un’altra volta. Altro che miliardi bruciati, per le banche lo spread è un vero toccasana.

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