di Paolo Becchi su Libero, 16/01/2019. Versione rielaborata.


Del caso Assange, in Italia, si parla poco, e male. Eppure la sua vicenda mette in gioco una delle questioni politiche più importanti di questi anni: quella della libertà di informazione, e dei suoi limiti. Assange, come noto, è stato tra i promotori di WikiLeaks, ha reso di pubblico dominio documenti di interesse pubblico, ma etichettati dai governi come confidenziali e segreti (è il caso, del 2010, dei documenti diplomatici statunitensi).

Arrestato in Inghilterra nel 2012 è stato costretto a chiedere asilo politico presso l’ambasciata ecuadoriana a Londra, per evitare il rischio di estradizione negli Stati Uniti. Assange è stato illegalmente trattenuto dal governo britannico senza una specifica accusa, gli sono state negati l’accesso alle cure mediche, all’aria aperta, alla luce del sole. Nel dicembre 2015, il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria ha riferito che Assange era stato «arbitrariamente privato della sua libertà», chiedendo il suo rilascio – cosa che l’Inghilterra si è ben guardata dal fare. La qualità della sua permanenza in ambasciata, del resto, è notevolmente peggiorata con l’entrata in carica del nuovo presidente ecuadoriano Lenín Moreno, il quale ha privato Assange dell’accesso a Internet, impedendogli di avere visitatori e di comunicare con la stampa. Julian Assange è costretto a vivere senza poter comunicare con il mondo esterno. Non vede i suoi figli da 8 anni. Questo è ciò che un uomo sta scontando in nome della libertà di informazione. Ma nessun giornalista italiano sembra averlo capito.

Solo Paolo Barnard si è recato davanti all’ambasciata dell’Ecuador a Londra dal 27 dicembre al 6 gennaio a manifestare per la libertà del giornalismo di usufruire dei whistleblowers senza rischiare la pena di morte o la galera a vita. Inutile dire che nessun giornale italiano ha sinora riportato la notizia. Con lui, il giornalista americano Angel Fox ha rivolto un appello al Movimento 5 Stelle affinché dia asilo in Italia ad Assange.

Come è noto Gianroberto Casaleggio aveva in diverse occasioni preso le difese di Assange e Grillo si era collegato con lui in occasione dell’incontro di Palermo di “Italia 5 stelle”. Nel novembre 2013 una delegazione del MoVimento guidata da Alessandro Di Battista lo aveva persino incontrato a Londra, nella sede dell’ambasciata dell’Ecuador, esprimendogli tutta la solidarietà per la sua battaglia. “Nessuno tocchi il soldato Julian Assange” si leggeva ancora nel blog di Grillo il 5 marzo del 2016.

Ora però che le sue condizioni si sono aggravate e che il M5s potrebbe fare qualcosa di concreto nei suoi confronti nessuno più ne parla. Ma al di là della incoerenza del M5s è uno scandalo che tutti i media italiani – televisioni e giornali – mantengano un assoluto silenzio su un caso che coinvolge direttamente la libertà di informazione: forse che a quest’ultima, in fondo, non tengano affatto, a dispetto dei tanti proclami contro il governo?

Forse è proprio dal governo italiano, che, speriamo, potrà essere fatta la prima mossa. Il Movimento 5 Stelle è nato proprio rivendicando quella trasparenza nell’informazione, quella libertà che l’esempio di Assange rappresenta nella sua più alta espressione. Lui sta pagando di persona, sta dimostrando cosa significhi opporsi davvero a quei “poteri” che il M5S voleva mandare definitivamente a casa. Che cosa aspetta, allora, a cominciare la battaglia in difesa di Assange? Julian Assange è un perseguitato politico. Se c’è un caso in cui dovrebbe essere valida la richiesta di asilo è proprio questo.