di Paolo Becchi su Libero, 21/01/2019


Sono passati esattamente cento anni – era il gennaio 1919 – da quando Max Weber pronunciò quella che resta forse la sua lezione più nota, quella dedicata alla “politica come professione”, o vocazione (Beruf). La prima guerra mondiale è finita, con la disfatta tedesca, ed in Europa infuriano le rivolte proletarie, dopo che la rivoluzione bolscevica si sta lentamente consolidando. In questa Europa, che è messa a ferro e fuoco, il grande sociologo, l’autore dell’opera L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, divenuto uno dei classici del pensiero del Novecento, cerca di fare un po’ di chiarezza, e di pensare il senso del fare politica.

Sarà in quella conferenza che egli proporrà la fondamentale distinzione tra quella che definirà “etica della responsabilità”, ossia l’etica propria di chi agisce sulla base delle conseguenze possibili, volute o meno, della sua azione, ed “etica della convinzione”, l’etica di chi agisce considerando unicamente la bontà dei propri principi e convinzioni, ritenendo che essi vadano attuati anche laddove diano luogo a conseguenze ingiuste e svantaggiose. Mentre la prima sarebbe, allora, l’etica propria della politica, la seconda riguarderebbe, perlopiù, l’agire morale.

LA DISTINZIONE

Ma questa distinzione, se valida in linea di principio, rischia, nella realtà concreta, di sfumare. Davvero, infatti, la responsabilità può essere separata dalla convinzione, e viceversa? La ragione strumentale dai valori? Può la politica fare a meno delle convinzioni? E le convinzioni non hanno bisogno, necessariamente, della politica? La politica, se non tiene conto delle convinzioni, che si esprimono anche in modo irrazionale, si allontana dal popolo e diventa elitaria. A ben vedere è quello che è accaduto in Europa. Per questa politica le convinzioni contano zero e le élite si sentono responsabili solo di fronte a se stesse.

Ma, anche dall’altro lato, dal lato cioè delle convinzioni, esistono problemi: stiamo attraversando un momento storico in cui i cosiddetti “valori” tendono a scomparire, e quelle che chiamavamo “convinzioni” sono diventate emozioni, espressione delle paure. E, laddove la politica non faccia che inseguire queste ultime, finisce in un vicolo cieco. È pur vero che le emozioni, e in particolare la paura, hanno sempre giocato un ruolo determinante nella modernità. È sulla paura della morte violenta che si costituisce il moderno Leviatano, come osservava già Hobbes.

LA GOGNA

Se dunque anche i sentimenti sono importanti in politica, essi però non bastano. Ci vuole la ragione, non necessariamente la “Ragion di Stato”, ma la ragione politica fondata sulla responsabilità. Ecco, sottoporre, ad esempio, alla gogna un terrorista solo per soddisfare gli istinti popolari significa aver perso il senso dell’agire responsabile.

Nell’immediato l’operazione paga. Ma, alla lunga, tutto questo non basta. Si ottiene soltanto un consenso effimero, rispetto al quale, ancora oggi, vale l’insegnamento di Max Weber: il vero politico non può permettersi di agire senza tener conto, senza prevedere e studiare le conseguenze delle sue azioni. È di esse, ancor prima che delle convinzioni e emozioni, che egli porta la responsabilità.