di Paolo Becchi su Libero, 23/01/2019


Abruzzo, una partita piena di incognite. Il 10 febbraio si vota per le elezioni regionali in una Regione importante per i molti problemi irrisolti dopo il terremoto del 2009. La giunta uscente è di centrosinistra, il presidente Luciano D’Alfonso è stato eletto l’anno scorso senatore del Pd. Per paura di andare a votare subito dopo l’elezione al Senato e registrare una sonora sconfitta in Regione, il Presidente della giunta ha preferito tirare a campare per quasi un anno. Ma tra pochi giorni i cittadini abruzzesi si dovranno comunque esprimere.

Facciamo una analisi delle forze politiche in campo.

Il centrodestra parte favorito perché si presenta unito con cinque liste, di cui una “civica” che ha fatto discutere, cioè quella che fa capo a Gaetano Quagliarello e a resti dell’Udc che dal 2012 in avanti hanno sempre sostenuto a livello nazionale i governi targati Pd, salvo abbandonare la nave prima che questa affondasse. Ma a livello regionale si può anche chiudere un occhio. Il candidato unitario è Marco Marsilio di Fratelli d’Italia, abruzzese di origini e disposto a tornare nella sua regione. Un candidato leghista sarebbe stato più efficace e probabilmente avrebbe stravinto, ma gli equilibri regionali di centrodestra prevedevano che l’Abruzzo andasse ad un candidato della Meloni. Alle politiche dello scorso anno la Lega ottenne in regione circa il 14% dei voti, ma stavolta potrebbe arrivare addirittura al 20%, confermandosi primo partito della coalizione. Forza Italia otterrà qualcosa in più rispetto ai dati degli ultimi sondaggi su base nazionale, gli abruzzesi non hanno infatti dimenticato l’impegno personale di Silvio Berlusconi nella ricostruzione delle prime case post-terremoto. Un’apertura di credito che il Cavaliere conserva gelosamente.

I RISULTATI

Alla fine l’intera coalizione potrebbe attestarsi tra il 35 ed il 40% (alle politiche aveva ottenuto il 35,5%), un risultato in teoria sufficiente per vincere ed ottenere la maggioranza in Consiglio regionale, visto che non è previsto il ballottaggio. Vince chi al primo turno ottiene più voti, aggiudicandosi il premio di maggioranza.

Il M5S, che il 4 marzo in Abruzzo aveva fatto cappotto vincendo dappertutto con un memorabile 39,8%, si presenta come da consuetudine da solo con una candidata fedelissima di Luigi Di Maio, Sara Marcozzi, che oltre a presentarsi come presidente è anche candidata di lista per evitare di restare fuori dal Consiglio. Il risultato sarà sicuramente inferiore a quello ottenuto alle politiche, ma tutto sommato il MoVimento dovrebbe reggere con un risultato tra il 25 ed il 30%.

Ed eccoci al centrosinistra. L’incognita più grande di que-ste elezioni. Dato alla vigilia per sconfitto (alle politiche registrò un misero 17,6%), potrebbe invece creare qualche grattacapo al centrodestra. Ben otto liste a sostegno di un candidato al di sopra di ogni sospetto e che si presenta abilmente in discontinuità col passato, Giovanni Legnini, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

I PARADOSSI DEL PD

Un’operazione di maquillage per evitare di farsi riconoscere: la lista del Pd, che non gode di buona salute, è una tra le otto e racchiude in sé tutti i vecchi esponenti regionali del partito, ma sotto l’ombrello di Legnini potrebbe rifarsi una verginità. Se l’operazione riesce, il partito che tra poche settimane sarà di Zingaretti tenterà la medesima carta alle elezioni europee, cioè le stesse persone sotto la vestaglia di verginelle.

Matteo Salvini punta molto sull’Abruzzo per confermare la sua leadership nel centrodestra in una regione dove Silvio Berlusconi è ancora forte. Ma deve stare attento a Legnini, che il popolo non identifica col tradizionale apparato Dem. Se da un lato il leader leghista si rivolge alla gente, il candidato di centrosinistra parla coi corpi intermedi. Uno conquista le piazze, l’altro i gruppi di potere. Certo, parlare al popolo produce in teoria risultati elettorali più soddisfacenti, ma la rete di potere che il Pd ha radicato sul territorio negli ultimi cinque anni non è da sottovalutare. Le elezioni comunali a Teramo dell’anno scorso, avvenute poco dopo il voto del 4 marzo, ne sono la prova. Un territorio dove alle politiche aveva stravinto il M5S andò senza problemi al candidato sindaco di centrosinistra. La cosa dovrebbe far riflettere contro facili entusiasmi. C’è poi l’incognita delle cattive condizioni metereologiche che potrebbe far crescere l’astensione e favorire il centro sinistra.

Salvini chiuderà personalmente la campagna elettorale abruzzese in qualità di leader di tutto il centrodestra. E in quella occasione, che sarà una specie di chiamata alle urne, dovrà, sì, puntare su temi nazionali come immigrazione e “prima gli italiani” (che fanno presa sull’elettorato più di qualunque altra tattica), ma dovrà altresì farsi carico soprattutto dei problemi del territorio, irrisolti dopo cinque anni di gestione Pd.

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