di Paolo Becchi su Libero, 28/01/2019


Come è noto il Collegio dei probiviri ha espulso dall’Associazione MoVimento 5 stelle – quella con a capo Luigi Di Maio, non quella fondata da Grillo – il senatore Gregorio De Falco perché avrebbe violato le norme del “Codice etico” redatto dallo staff legale coordinato dallo Studio genovese dell’avv. Luca Lanzalone. E già questo riferimento è tutto un programma.

Il provvedimento di espulsione è stato però di recente impugnato dal Comandante De Falco – assistito dall’avv. Lorenzo Borrè, ex grillino delle origini che da tempo difende i “perseguitati” del Movimento – perché quel codice “etico” altro non è che un capitolato di clausole che si pone in contrasto con le garanzie costituzionali scolpite negli articoli 67, 68 e 94 della nostra Carta fondamentale. È contro questo scudo che gli estensori e i propugnatori del Codice padronale hanno lanciato la sfida del conio di una clausola che vorrebbe imporre il vincolo di mandato nei confronti dei parlamentari. Beninteso, la Costituzione si può modificare nei modi previsti dalla medesima e nulla vieta di battersi per l’introduzione del vincolo di mandato, ma non è questo il punto: al momento quel vincolo in Italia non è valido.

Il vincolo di mandato oggi serve solo al M5S come come frusta per punire il dissenso interno, previa espulsione, con una penale applicata tre volte (la prima stabilita dal Codice etico in un importo pari al 50% dello stipendio di un anno, la seconda dallo Statuto in 100.000 euro e la terza in altri 100.000 euro, come previsto dal Regolamento del Gruppo parlamentare). L’espulsione a seguito della violazione del vincolo di mandato è dunque il medium attraverso il quale irrogare sanzioni economiche draconiane che nel caso del senatore De Falco riguardano l’accusa di non essere stato in aula quando si è votata la fiducia per il decreto Sicurezza.

Colpisce poi che uno dei membri del collegio dei probiviri, Fraccaro, sia anche membro del governo (ministro per i rapporti con il Parlamento) al quale l’assenza di De Falco non avrebbe garantito l’apporto di numero uno voti di fiducia al governo stesso; in sintesi: ti espello perché non hai votato in favore del governo di cui sono ministro.

Ma la questione più grave, insieme a quella delle garanzie costituzionali, è che a ben vedere De Falco non ha neanche posto in essere alcuna violazione del “Codice etico”: la clausola cardine di detto Codice infatti è che i voti espressi in Parlamento siano frutto di una concertazione espressa, previa discussione dei membri del gruppo parlamentare, con delibera da adottare a maggioranza. Il che non è avvenuto in alcuno dei tre episodi contestati a De Falco. Così alla fine ha deciso di non andarsene in silenzio. E lo ha fatto perché sa che altri parlamentari sono disposti a seguirlo. E questo potrà creare qualche problema non solo al M5S ma all’intero governo.

Intanto Grillo dovrà fare i conti con la recentissima sentenza del Tribunale di Roma che ha dato ragione a Mario Canino, ingiustamente espulso, e ha condannato le associazioni “presiedute” da Grillo a versargli 22.000 euro. Per un genovese un colpo al cuore. Il primo della serie.

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