Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo alcuni brani tratti dall’ultimo libro di Paolo Becchi, nei prossimi giorni in libreria, Manifesto sovranista. Per la liberazione dei popoli europei, Roma, Giubilei Regnani editore, 2019.
Estratto pubblicato su Libero in data 26/06/2019.


Si dice che dopo Donald Trump il mondo sia destinato a cambiare. Ma il mondo, in realtà, è già cambiato. Se lui, infatti, è diventato il Presidente degli Stati Uniti d’America non è per puro caso. Significa soltanto che, contrariamente a quanto pensava Fukuyama, non c’è nessuna fine della storia. Per capire quello che sta avvenendo, per capire quindi anche Trump, bisognerebbe piuttosto ricordarsi che la storia non segue un progresso lineare, un processo di «magnifiche sorti e progressive», una direzione verso un fine, uno scopo prestabilito.

La storia procede piuttosto, come aveva genialmente intuito Giambattista Vico, per «corsi e ricorsi» e dunque conosce interruzioni, inversioni, ripetizioni e sembra talvolta sviare da quella che pensavamo fosse la sua destinazione. Per quanto possiamo proiettare sulla storia le nostre illusioni e speranze (…), la storia finirà, presto o tardi, con lo smentirci. Ed ecco Trump, certo con tutte le sue contraddizioni, quando la globalizzazione sembrava essere proprio la fine della storia. (…)

LO STATO GLOBALE

Abbiamo vissuto, dal 1945 in poi, l’affermarsi delle democrazie e di un ideale cosmopolitico che si è progressivamente realizzato in quella che è stata chiamata “globalizzazione”: la fine degli Stati nazionali, dei confini, la libera circolazione delle persone, dei capitali, delle merci, il mondo come un unico spazio aperto e l’individuo come cittadino del mondo. Ora abbiamo però scoperto che quest’epoca, nel suo stesso realizzarsi e compiersi, è giunta alla fine ed è tramontata e con essa anche le vecchie categorie politiche.

Il confronto politico futuro non sarà più tra destra e sinistra, ma tra coloro che accettano la globalizzazione e coloro che invece intendono contestarla. Globalisti contro sovranisti, sì, perché essere contrari alla globalizzazione oggi significa recuperare l’idea di nazione attribuendo però a questo concetto un nuovo significato. Diciamo pure che si sta riproponendo, in termini filosofici, un nuovo confronto tra Hegel, che per primo nella storia del pensiero occidentale pose il problema della questione “nazionale”, e Kant, come erede di un certo illuminismo giuridico. Una nuova idea di nazione, direi, e una nuova idea di Stato nazionale. Demondializzare significa rinazionalizzare.

Il compito per i sovranisti è allora quello di recuperare margini di sovranità, di recuperarli in favore dei popoli. Porre al centro l’interesse nazionale in Europa, esattamente come Trump sta cercando tra mille impedimenti di fare negli Stati Uniti. Per noi il primo punto riguarda il recupero della sovranità monetaria. L’euro è il classico esempio di mondializzazione (sia pure riferito a una particolare area geografica) e il risultato lo abbiamo sotto gli occhi.

Povertà e miseria dilagante per intere popolazioni. La stessa cosa si può dire per l’Unione europea. Beninteso, non si tratta di essere contro l’Europa, ma contro questa costruzione europea: pensare di “riformarla dall’interno” sarebbe stato come pensare di “riformare dall’interno” l’Unione Sovietica. No, bisogna farla crollare per poter poi iniziare un nuovo cammino. Questo è un punto importante che non deve essere frainteso. Chi è contro questa Unione e non vuole niente da questa costruzione europea, non è affatto antieuropeista. Al contrario, è uno che ritiene che proprio questa costruzione stia disintegrando i popoli europei e finirà per disintegrare anche i valori su cui l’Europa stessa si fonda. Una Unione senza confini, senza nazioni, non ha più niente di specificamente europeo. Se vogliamo ripensare l’idea di Europa, dobbiamo ripartire dai popoli che la compongono. Ecco perché oltre al recupero della sovranità monetaria è necessario recuperare quella nazionale.

POPOLI, NON STATI

Recuperare tutto questo passa attraverso un recupero dell’idea di nazione. L’errore però da evitare – e che fino a oggi non è stato evitato – è quello di confondere questa idea con quella del vecchio Stato nazione. Appartenenza nazionale non significa, necessariamente, Stato centralistico e può coesistere con un riconoscimento molto ampio delle autonomie locali. (…)

Non si cada dunque nell’equivoco: già Nietzsche denunciava il nazionalismo, la névrose nationale, come la malattia dell’Europa, la «prolungazione all’infinito della divisione dell’Europa, in piccoli Stati della piccola politica» che privava «l’Europa persino del suo proprio significato, della sua ragione». Non è semplicemente con i vecchi Stati nazionali che oggi si può rifare l’Europa. È, piuttosto, riportando al centro i popoli europei, perché è ad essi che deve appartenere la sovranità, ed è dal basso che un’Unione di popoli europei può e deve essere costruita. Ciò che fa di un popolo un popolo è la cultura che esso esprime, i valori in cui esso si riconosce, le forme di convivenza che esso ritiene di dover instaurare. Per questo la formula coniata da Gianfranco Miglio mi è sempre parsa quella più adatta ad esprimere questa nuova difesa dell’identità dei popoli: «stare con chi ci vuole, stare con chi si vuole». È questo il principio di una sovranità debole, non leviatanica. E solo essa potrà conciliare ciò che sino a oggi appariva difficilmente conciliabile: sovranità nazionale e federalismo. (…)

E smettiamola comunque di sparlare del sovranismo. Senza il virus sovranista in Europa regnerebbe un impero uniforme diretto dalle burocrazie di Bruxelles e dalla BCE. Un impero senza anima fondato sui vincoli di bilancio. Dobbiamo al sovranismo l’idea che i popoli europei, nel rispetto delle loro diversità storiche ma accomunati dagli stessi valori, siano di nuovo posti al centro della costruzione europea. Una nuova Europa – un’Europa in cui la restituzione agli Stati esistenti della loro sovranità vada di pari passo con l’apertura sia alle rivendicazioni identitarie dei popoli sia alla possibilità di una libera Confederazione – è possibile.

La sfida del prossimo futuro è questa: ripensare gli Stati e ripensare l’Europa degli Stati a partire dai popoli.