di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero, 13/07/2019


Il Senato ha approvato giovedì il ddl di revisione costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari. La riforma riguarda la modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione, e riduce da 630 a 400 il numero dei deputati e da 315 a 200 quello dei senatori. Amen. Era scritto nel contratto di governo. Ma c’era solo questo tra le riforme da fare?

Nel capitolo riguardante le riforme istituzionali è, sì, prevista la riduzione del numero dei parlamentari, ma vi sono anche altri due interventi molto più importanti: uno è il ripristino della “prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario”, l’altro è l’“adeguamento della regola dell’equilibrio di bilancio”, cioè il superamento del vincolo del pareggio di bilancio introdotto nel 2012. Nulla di tutto ciò è inserito nella riforma approvata da Palazzo Madama.

Ormai il dado è tratto e non si può tornare indietro, infatti siamo nella fase della seconda deliberazione prevista dall’art. 138 della Costituzione, quindi la Camera potrà ora solo approvare o respingere il testo licenziato dal Senato, senza possibilità di apportare modifiche. Per fortuna a Palazzo Madama non si è raggiunta la maggioranza dei due terzi dei componenti. Infatti, come previsto dal terzo comma dell’art. 138, se entrambi i rami del Parlamento approvano un ddl di revisione costituzionale con tale maggioranza qualificata, non si procede a referendum popolare confermativo.

Al Senato il testo è passato con 180 voti favorevoli, quindi sotto la soglia dei due terzi (214 su 321). Se il testo fosse approvato anche dalla Camera si procederà a referendum confermativo qualora ne facciano richiesta 1/5 dei componenti di una camera, 5 consigli regionali o 500mila elettori. Sarà sufficiente che i deputati o i senatori del Pd – più qualcuno del gruppo misto – richiedano il referendum perché il popolo sia chiamato ad approvare o respingere la riforma.

Intanto una riflessione. Il combinato disposto riforma costituzionale/legge elettorale è dirompente per l’ordinamento democratico. Il Rosatellum prevede che solo il 37% di deputati e senatori siano eletti direttamente dagli elettori (col sistema dei collegi uninominali), il restante 61% è eletto col sistema proporzionale senza preferenze, cioè con listini bloccati, vale a dire coi nomi dei candidati già posizionati sulla scheda elettorale senza che l’elettore possa scegliere quello desiderato. La riduzione del numero dei parlamentari comporterà inevitabilmente – a legge elettorale invariata – una riduzione del numero di rappresentanti del popolo eletti direttamente. Una contrazione dello spazio democratico inaccettabile. Da un lato si riduce il numero di deputati e senatori e dall’altro si riduce quello dei parlamentari eletti direttamente: il Parlamento diventa una vera e propria campana di vetro ad appannaggio delle segreterie di partito. Il Rosatellum prevede inoltre per le singole liste una soglia di sbarramento del 3% a livello nazionale, con la particolarità che per Palazzo Madama l’attribuzione dei seggi avviene su base regionale, partendo dalle liste più votate. Giocoforza, vista la considerevole riduzione del numero dei senatori, l’attribuzione dei seggi avverrà per le sole liste in grado di ottenere su base regionale non meno del 10-15%. Insomma, avremo un parlamento di nominati e con senatori di partiti che superino almeno il 10%. Alla faccia della democrazia!

Il referendum confermativo potrebbe tenersi già agli inizi del prossimo anno. Una cosa è certa: senza una modifica della legge elettorale è molto probabile che Di Maio e Salvini facciano la stessa fine di Renzi.