Cerca

Paolo Becchi

Mese

luglio 2020

Perché indebitarsi col Mes e non con le nostre banche?

Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, su Libero 27 Luglio 2020

Non capita quasi mai, al di fuori forse dell’Argentina nei suoi momenti più drammatici, quando era a corto di dollari, che un Ministro delle Finanze dica che rimane senza soldi in cassa, come se lo Stato fosse una famiglia o una azienda a cui nessuno fa più credito e non sa come pagare le bollette. Ma Gualtieri lo ha detto (ai capidelegazione della maggioranza riuniti mercoledì sera per dare via libera alla terza richiesta di scostamento del deficit): ”con altri 25 miliardi di deficit il Mes diventa cruciale per evitare problemi alle casse dello Stato …”

Lo Stato italiano incassa circa 750 miliardi l’anno di tasse, ma grazie al ”lockdown” possono essere 100 miliardi in meno, per cui per coprire il deficit deve emettere quest’anno almeno 100 miliardi circa di titoli in più. Gualtieri dice che 100 miliardi sono anche troppi e non vuole emetterne altri per cui rimaniamo senza soldi in cassa a settembre (se non attingiamo a 34 mld e rotti garantiti dal MES).

Se Gualtieri questo mese emette altri 34 mld di BTP cosa succederebbe di male? Al momento il governo paga di interessi solo 1,1% sui BTP a dieci anni e -0.1% sui Bot ad un anno e quando tiene un asta offre ad esempio 15 miliardi e le richieste sono per 50 miliardi (se guardi le ultime). Se vendi 100 mld titoli in un anno e ne hai già più di 2,000 mld in giro, ma paghi quasi niente di interessi, evidentemente ne puoi emettere anche 30 miliardi di più. Anche perché i titoli austriaci, olandesi e tedeschi fanno perdere più di un 0,6% all’anno e quelli belgi, francesi e spagnoli sono anche loro sottozero. Siamo nell’era dei famosi “tassi negativi” in cui lo Stato non paga, ma viene pagato lui se si indebita.

Si dirà è grazie al fatto che c’è la BCE che I BTP li compra lei quasi tutti quest’anno e dietro la BCE c’è la Germania e altri paesi poco indebitati che fanno da garanzia. E questo governo piace alla Merkel e quindi Gualtieri può dormire sonni tranquilli. “Ah già vedete ora l’Europa vi viene bene. Se fossimo da soli con la liretta ed emettessimo 200 mld di titoli la valuta sprofonderebbe e saremmo l’Argentina…” dice l’imbecille di turno.

La Gran Bretagna ha appena annunciato che prenderanno a prestito 320 miliardi di sterline nel 2020, cioè l’equivalente di 360 miliardi di euro, due volte e mezzo i 140 miliardi di Gualtieri. Quanto pagheranno di interessi su questa cifra enorme ? Zero. Perché la Banca di Inghilterra stampa sterline e li compra lei. La sterlina sprofonda vedendo 360 miliardi di titoli che vengono emessi ? No.

Qualche economista forse dovrebbe spiegare queste banalità a Gualtieri, che va per la verità scusato perché non ha mai lavorato in una istituzione finanziaria, non ha mai dato un esame di economia o scritto un articolo di analisi economica in tutta la sua vita ed è un prof. associato di Storia contemporanea , laureato in lettere moderne, che ha solo fatto politica nel PCI, PDS e poi PD. In Francia, Gran Bretagna e Spagna i suoi colleghi ministri delle finanze hanno frequentato scuole di alta amministrazione come l’ENA, hanno un curriculum in economia con master esteri e lavorato in istituzioni finanziarie.

Prima di sparare cazzate il Ministro delle Finanze avrebbe potuto dare almeno una occhiata al bilancio delle due maggiori banche italiane, Unicredit e Intesa, e notare che hanno accumulato 130 miliardi di cash. L’obbligo per le banche di tenere cash per le esigenze di cassa è l’1% del bilancio e potrebbero operare con 30 miliardi diciamo. Se hanno 100 miliardi in più del necessario che non utilizzano e non guadagnano niente è perché gli italiani hanno portato in banca altre decine di miliardi e la BCE ha dato loro altri 200 miliardi e rotti a tasso di -0,5% perché li prestino. Dato che di prestiti alle aziende ne hanno dati (garantiti dallo Stato e finanziati dalla BCE) solo per 50 miliardi e dato che i mutui li hanno ridotti nell’ultimo anno, il risultato è che le banche italiane sono piene di cash. Parliamo di 200 miliardi circa di euro.

Se quindi il Ministro delle Finanze ha bisogno ora di una trentina di miliardi, invece di rivolgersi ad un fondo “salvastati” come il MES, che alla fine è peggio di un virus cinese, può chiamare gli amministratori delegati delle banche e farsi dare 30 o 40 miliardi senza neanche passare per il mercato e vendere BTP. Enel, ENI, Telecom o Mediaset ottengono prestiti intorno all’1% e visto che le nostro banche sono piene di soldi che non usano lo Stato, se proprio vuole evitare di emettere nuovi BTP per paura dello spread, può farsi dare un normale prestito. Che dite, è un ragionamento troppo difficile per un prof. di storia?

Cosa nasconde il governo?

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su Libero 25 Luglio 2020

A giorni il governo deciderà se prorogare o meno lo stato di emergenza. Nel frattempo però cerca di nascondere i documenti che lo avrebbero indotto a sospendere la democrazia a causa della emergenza epidemiologica.
Al fine di sapere cosa è successo per davvero durante la Fase 1, tre giuristi della Fondazione Luigi Einaudi hanno presentato alla Presidenza del Consiglio – Dipartimento per la Protezione Civile – istanza di accesso civico generalizzato ai verbali del Comitato tecnico scientifico, per consentire agli italiani di conoscere le motivazioni con le quali sono stati costretti per mesi a non uscire quasi dalle loro abitazioni.
Nello specifico i verbali del 28 febbraio, 1° marzo, 7 marzo, n. 39 del 30 marzo e n. 49 del 9 aprile sui quali il premier Conte ha fondato i suoi Dpcm del 1° marzo, 8 marzo, 1° aprile e 10 aprile. La Fondazione Einaudi non ha fatto altro che chiedere quali fossero le ragioni che giustificavano la sospensione dei diritti costituzionali e della legislazione ordinaria. La Presidenza del Consiglio – Dipartimento per la Protezione Civile – ha respinto la richiesta opponendo diversi motivi, tra i quali spicca il divieto di accesso a documenti che sono stati utilizzati per l’adozione di atti amministrativi generali, secondo quanto previsto dall’art. 5 bis, comma 3, del D. Lgs. n. 33/2013 (che a sua volta richiama il primo comma dell’art. 24 della Legge n. 241/1990).
La Fondazione Einaudi ha proposto ricorso al Tar – Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio. Il 22 luglio il Tar ha depositato propria sentenza con la quale – sorprendetemente – ha accolto il ricorso, ordinando che la sentenza medesima sia eseguita dall’autorità amministrativa, obbligata a rilasciare ai richiedenti copia dei 5 verbali del Comitato tecnico scientifico. Tra le motivazioni in punto di diritto, il Tar evidenzia l’illegittimità del diniego della Protezione Civile accogliendo il primo motivo del ricorso, per “violazione degli articoli 1 e 2 della Costituzione, violazione degli articoli 22, 24 e seguenti della legge n. 241/1990, violazione degli articoli 5 e 5 bis del decreto legislativo n. 33/2013. In sostanza: eccesso di potere per sviamento. Nello specifico, il Tar ha ritenuto che “i verbali in oggetto costituiscono, effettivamente, atti endoprocedimentali prodromici all’emanazione dei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, emanati in attuazione del D.L. 23 febbraio 2020, n.6, al fine di indicare le misure necessarie ad evitare la diffusione del virus Covid – 19 sull’intero territorio nazionale”. Il che in buona sostanza significa che in quei verbali non vi sono semplici suggerimenti o consigli che il Comitato tecnico scientifico avrebbe dato al premier Conte, bensì si tratta – secondo il Tar – di veri e propri atti prodromici, senza i quali il Presidente del Consiglio non avrebbe potuto adottare i successivi atti amministrativi (DPCM) con cui mettere sessanta milioni di italiani agli arresti domiciliari. Per questa ragione non è possibile – per la Presidenza del Consiglio/Dipartimento per la Protezione Civile – opporre un diniego di accesso agli atti.
Tra pochi giorni sapremo cosa c’è scritto in quei verbali, salvo che la Presidenza del Consiglio non presenti ricorso al Consiglio di Stato chiedendo la sospensiva sull’esecutività della sentenza, inaudita altera parte. La partita si gioca sul filo di lana, staremo a vedere. Ma il problema, al di là del profilo giuridico, è soprattutto politico. Per quale motivo Conte e la Protezione Civile si sono opposti alla divulgazione del contenuto dei verbali del Comitato tecnico scientifico? Cosa c’è scritto dentro? Cosa intendeva coprire Conte? Si sono rivelate attendibili le previsioni degli “esperti” del Comitato?
Una cosa comunque è fuori dubbio: finora Conte ha tentato di nascondere le prove sulle quali ha costruito la sopravvivenza politica del suo governo e ora tenta di fare altrettanto con il prolungamento dello stato di emergenza. Su quali documenti si è basato la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale e su quali si basa il prolungamento dello stato di emergenza? La democrazia, come scriveva Norberto Bobbio è il “governo del potere pubblico in pubblico”, Conte invece ormai governa ”in privato” con l’aiuto di “esperti”, non eletti da nessuno e che dovrebbero rimanere invisibili.

Stato di emergenza senza emergenza

di Paolo Becchi, su Libero 28 Luglio 2020

Ho già scritto, in questi mesi, che l’incubo di uno stato di emergenza senza emergenza avrebbe terrorizzato anche i più smaliziati e lucidi pensatori della nostre società contemporanee. Più “distopico” di quanto un Philip Dick avrebbe osato immaginare; più “biopolitico” di quanto Foucault si sarebbe immaginato, quando denunciava i dispositivi di governo propri delle società ormai post-disciplinari. Ebbene oggi questo incubo sta rischiando di divenire realtà, nell’indifferenza generale.
Partiamo, però, da un dato reale. Nessuno può onestamente, oggi, sostenere che esista una emergenza da Covid. I morti si contano sulle dita delle mani, le terapie intensive sono semivuote non da giorni, ma ormai da settimane. Dal punti di vista sanitario, di fatto non esiste alcuna emergenza. Certamente, il rischio esiste, nella misura in cui – come alcuni sostengono – l’epidemia potrebbe ritornare, magari con l’autunno. Potrebbe, appunto: una mera probabilità (e non si sa neppure, perché gli scienziati non sono in grado di dirlo, di che probabilità si tratti, di quale sia il rischio concreto). Ma lo “stato di emergenza” è, come la parola stessa indica, uno stato. A giustificarlo, cioè, è l’esistenza, al momento in cui lo si dichiara, di una emergenza, diciamo anche pure un pericolo: ma di un pericolo, appunto, attuale, che è cosa ben diversa dalla possibilità che, in futuro, esso potrebbe presentarsi.
La strategia del governo è chiara, e risponde ad una tendenza in atto da decenni: quella di governare attraverso uno stato di emergenza permanente, facendo valere una logica “securitaria” tale per cui l’azione governativa sarebbe legittimata, più che a risolvere le emergenze, a impedire che esse si verifichino. L’emergenza diventa permanente, allora: non perché essa ci sia realmente, ma proprio perché non c’è (perché si potrà sempre dire che senza i provvedimenti di emergenza essa si verificherebbe – prova, ovviamente, impossibile da dare)! Ma in questo modo, ovviamente si finisce per rendere privo di significato lo stesso istituto giuridico della dichiarazione di uno stato di emergenza, il quale ha senso solo in quanto questo rimanga l’eccezione, e non divenga la regola.
Dal momento che la cosa sembrava ormai troppo sporca, si è deciso di coinvolgere il Parlamento – bypassato, invece, la prima volta. Il che è contradditorio, nuovamente: perché se davvero fossimo in una situazione di emergenza, che per definizione richiede un intervento immediato, non ci sarebbe certo il tempo per calendarizzare e discutere la questione, mentre i morti aumentano. Se il Governo si può oggi permettere il siparietto parlamentare, la democratica discussione in aula, è proprio perché lo stato di emergenza, di cui chiede la proroga, non c’è più.

Salvini a processo mentre Conte e Speranza la fanno franca

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma

Si apra il sipario e si dia inizio al terzo atto. Oggi il Senato della Repubblica deve decidere in via definitiva se mandare o meno a processo il leader della Lega per il caso Open Arms, il terzo in due anni contro l’ex Ministro dell’Interno dell’allora governo Conte. La procura di Agrigento, e nello specifico il procuratore Luigi Patronaggio – quello a cui Palamara scriveva «siamo tutti con te» – , aveva aperto un fascicolo per “sequestro plurimo di persona aggravato” e “abuso di atti d’ufficio”. Nell’agosto 2019 l’allora Ministro dell’Interno aveva impedito lo sbarco dei 107 migranti bloccati al largo di Lampedusa sulla nave della Ong Open Arms, battente bandiera spagnola. I fatti furono commessi nell’esercizio delle funzioni di ministro, quindi la competenza era del Tribunale dei Ministri di Palermo, cioè la sezione per i reati ministeriali competente per territorio.
Caso identico ai due precedenti, Diciotti e Gregoretti: nel primo caso Salvini ha evitato il processo perché all’epoca la maggioranza era quella giallo-verde, nel secondo è stato invece mandato alla sbarra perché la maggioranza era mutata in giallo-rossa.
Cosa accadrà adesso con Open Arms? La giunta per le immunità del Senato, riunitasi il 26 maggio dopo due rinvii, ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere. Decisiva l’astensione di tre renziani e dell’ex senatrice pentastellata Riccardi, passata alla Lega. Ma l’ultima parola ce l’ha l’aula di Palazzo Madama, che può concedere l’autorizzazione a maggioranza dei componenti, quindi occorrono almeno 161 voti.
Li ha questi numeri la maggioranza giallo-rossa? Al pelo. Il governo Conte bis si regge infatti su 160 voti, forse 161 per via del senatore Carbone che da Forza Italia è di recente passato a Italia Viva. Per poter mandare Salvini a processo occorre dunque che i senatori della maggioranza si presentino tutti e tutti votino per il processo. A nostro avviso non accadrà.
Italia Viva è stata determinante in giunta, crediamo difficile che Renzi mandi tutti i suoi venti senatori in aula per fare uno sgarbo all’ex Ministro dell’Interno. Non avrebbe senso. Anche perché non è detto che Carbone, ex forzista e quindi garantista, voti per il processo. Certo, potrebbe correre in soccorso la senatrice Bonino, ma allo stesso tempo il senatore Casini ha sempre detto che non voterà per il processo. Insomma, i numeri non ci sono e quota 161 non verrà raggiunta, anche perché i senatori a vita Monti e Napolitano – conteggiati tra i sostenitori del governo – è difficile che si presentino in aula.
Dal punto di vista giuridico il Senato non compie una valutazione nel merito, ma si limita – ai sensi dell’art. 9 della Legge costituzionale n. 1/1989 – a verificare se il ministro, nell’esercizio delle sue funzioni, ha agito o meno nell’interesse nazionale. Dunque Palazzo Madama dovrebbe negare l’autorizzazione quando «l’inquisito abbia agito a tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo». In realtà per i primi due casi, Diciotti e Gregoretti, la valutazione fu squisitamente politica, e l’esito fu diverso solo perché nel frattempo era mutata la maggioranza.
Stavolta il discorso però è più complesso: sono mesi che Mattarella invita le forze politiche a unità e collaborazione a causa dell’epidemia; va da sé che consentire un processo del genere al leader dell’opposizione manderebbe definitivamente in soffitta ogni ipotesi di dialogo tra maggioranza e opposizione nella difficile gestione della fase post-Covid. Tanto più ora con un prolungamento dello stato di emergenza non voluto dal Presidente della Repubblica.
Una ultima considerazione. Su Salvini si è scatenata un’offensiva per aver negato tre sbarchi a tutela dell’interesse pubblico, mentre Conte e Speranza – per le responsabilità connesse all’epidemia, dove è configurabile l’ipotesi di reato dei “delitti colposi contro la salute pubblica” (art. 452 c.p.) – non risultano al momento indagati. Neppure Speranza, che con una sua ordinanza, andando contro una legge dello Stato, ha in pratica consentito l’immediata cremazione dei cadaveri, impedendo in tal modo le autopsie.

Recovery Fund una mezza fregatura. Ma anche i BTP lo sono. E allora che fare? Lo scoprirete solo leggendo …

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, su Libero 23 Luglio 2020

Siamo onesti. L’accordo raggiunto da Conte sui 750 miliardi di Recovery Fund, parte prestiti e parte a fondo perduto (che verranno ripagati più tardi tramite il bilancio comune della UE), dal punto di vista puramente finanziario non è per l’Italia una totale fregatura, perché prima l’Italia doveva contribuire ogni anno alla UE più di quello che riceveva e ora riceverebbe indietro in pratica i soldi che contribuisce rimanendo quindi in pari. Inoltre se si finanzia col BTP a 10 anni ad esempio paga un 1.3%, mentre con questo fondo ci sono circa 127 miliardi con un tasso vicino a zero. Facendo i conti della serva il governo risparmia qualche miliardo ogni anno rispetto a prima, con l’emissione di titoli sui mercati. Non sono molti soldi e chissà quando cominceranno ad arrivare e a quali condizioni, ma da un punto di vista finanziario, in linea di principio, non si può dire che ci si rimetta. Si tratta in larga parte di debito da restituire, questo è vero, ma essendo garantito da tutta la UE non è soggetto a spread e quindi il suo tasso di interesse – ripetiamolo – probabilmente sarà zero o vicino a zero (a meno che nei prossimi anni succeda qualche grosso guaio a livello globale).

La UE non aveva altra scelta e questa volta doveva un poco cedere: se non iniziava ora ad emettere debito in comune di questo genere – in pratica gli eurobonds di Tremonti sotto falso nome – , la BCE per evitare un crac dei BTP e quindi dell’euro avrebbe dovuto comprare altri 750 miliardi o forse 1,000 miliardi di titoli di stato per cui alla fine sarebbe arrivata a detenere la metà dei BTP in circolazione (ce sono 1,500 miliardi di cui BCE e Bankitalia ne hanno già 600 miliardi). Alla fine la BCE non avrebbe avuto più via d’uscita, perché se smetteva di comprare i titoli di stato avrebbe provocato una crisi finanziaria e se continuava monetizzava di fatto gran parte del debito pubblico. La UE quindi dovevano trovare un altro meccanismo di finanziamento e ha scelto di conseguenza il male minore, creando dopo anni di resistenze per la prima volta un debito comune all’interno dell’eurozona. Questa è la realtà. Chi non lo ammette bara.

La Lega è l’unica forza di opposizione assolutamente contraria al nuovo fondo, ma cosa ha proposto in alternativa? Emettere più BTP o addirittura BOT, questo però funziona solo fino a quando la BCE continua ogni mese a creare decine di mliiardi di euro e li usa per comprare BTP (e altri titoli di stato europei). La BCE è già arrivata ad una cifra pari al 63% del PIL dell’eurozona, quando in USA la FED è sotto il 40% e così anche la Banca di Inghilterra. In questo modo la BCE ha già spinto i tassi di tutti i paesi del Nord Europa a livelli negativi da due anni, cosa che soffoca banche, assicurazioni e fondi pensione. Continuando ad emettere centinaia di miliardi di BTP sui mercati il governo italiano comunque è dipendente dalla BCE e quando smettesse dai mercati esteri. La BCE per ora assorbe tutte le emissioni, ma può smettere perché è dubbio che sulla base del suo statuto possa farlo e in effetti fino al 2014 non lo faceva, e – non dimentichiamolo – fece cadere il governo Berlusconi in pratica togliendogli ogni supporto. E ci metterebbe niente a far cadere Salvini se in un futuro (peraltro sempre meno probabile) si trovasse al suo posto. Insomma, questa idea – a nostro modesto avviso – non funziona.

E allora Recovery Fund? Con questo fondo non siamo dipendenti dalla BCE ma da regole che bisogna concordare con gli altri paesi europei, che hanno anche una specie di diritto di veto indiretto (possono sollevare obiezioni sulle riforme che fai o non fai in Italia o su come spendi e possono rallentare l’utilizzo dei fondi). Se finanzi i deficit accettando un accordo con gli organi competenti della UE, in cui si emette debito comune, dipendi inevitabilmente da negoziati con gli altri governi, che se ad esempio non vogliono quota 100 o il reddito di cittadinanza ti possono persino obbligare a cancellarli. Ed in ogni caso il fondo non potrà essere usato per ridurre le tasse. Insomma, il Recovery Fund non è una fregatura, ma … quasi.

Morale della favola. BTP a stecca o Recovery Fund nessuna delle due soluzioni risolve il problema. E allora? Chiediamoci: come mai altri paesi non si trovino in difficoltà finanziarie come noi? Non parliamo qui della Germania che ha una struttura finanziaria del tutto peculiare con poco debito e circa 1400 banche pubbliche locali , ma di Spagna, Portogallo, Francia, Belgio e persino della mitica Olanda. La risposta sintetica è in questo grafico di confronto proprio con la “frugale” (???) Olanda

A differenza dell’Italia, paesi come l’Olanda (e in realtà molti altri paesei europei), non usano il deficit pubblico come strumento principale di finanziamento dell’economia, usano invece il credito bancario interno, le proprie banche per finanziare le loro economie. Noi siamo l’unico paese OCDE in cui c’è poco credito. Il confronto con l’Olanda è clamoroso. L’Olanda non ha bisogno di deficit pubblici perché ha pompato un’enorme quantità di credito nell’economia. Per la precisione quasi il 260% del PIL contro il 110% del PIL dell’Italia. Una differenza macroscopica del 150%. I dati sono ripresi dal database della FED. Sono dati clamorosi: sarebbe come se in Italia ci fossero oltre 2000 miliardi di euro in più di denaro in circolazione.

Si tratta allora di indebitare famiglie e imprese e questo è male? Emettere BTP è debito, accedere al Recovery Fund vuol dire indebitarsi, nell’economia moderna il 95% del denaro che circola è creato come debito. Tutto è debito, sino a prova contraria, anche se gli economisti non se ne sono ancora accorti.
L’Olanda si indebita meno di noi in termini di titoli di stato ma ha una massa enorme di mutui, credito al consumo, fidi, prestiti ad aziende, bonds societari. Questo è finanziamento reale dell’economia interna, quasi tutto tramite banche olandesi e non è soggetto a spread sui mercati e non è soggetto ai parametri UE sul debito che riguardano solo il debito pubblico. Non è che gli olandesi si indebitano meno di noi, se si guarda la loro economia nel complesso in realtà sono meno “frugali” di noi, ma creano debito attraverso le loro banche. Lo stesso meccanismo lo si vede in molti altri paesi europei.

Se vogliamo uscire dall’austerità permanente che ci affligge da venti anni forse potremmo cominciare a seguire l’esempio dei paesi “virtuosi” o semplicemente più astuti di noi, che limitano sì il deficit pubblico, ma si finanziano internamente pompando in silenzio credito nell’economia tramite le loro banche.

Non c’è alcuna ragione sanitaria per prolungare lo stato di emergenza

Paolo Becchi in dialogo con Giulio Tarro, su Libero 20 Luglio 2020
B. “Libero” ha pubblicato il 6 luglio una sua lunga intervista che ha avuto molta diffusione. Vogliamo in questa nuova intervista sviluppare alcuni temi, considerato che ora si parla addirittura di un possibile prolungamento dello stato di emergenza, una cosa che se si verificasse costituirebbe un unicum in tutta Europa. Con la conseguenza tra l’altro di trasformare milioni di italiani in ipocondriaci che per scongiurare il pericolo sono disposti a subire le più umilianti vessazioni e a additare come “untore” chiunque non indossi anche ad agosto la mascherina o beva un aperitivo con gli amici.

T. Duole dirlo ma è proprio così. Con tutte queste paure stanno tra l’altro indebolendo il sistema immunitario di una intera popolazione. Ma mi lasci aggiungere una cosa. Sono loro che dovrebbero aver paura di una cosa, vale a dire che si scopra che i contagiati in Italia (molti asintomatici) sono decine di milioni e per questo oggi moltiplicano i tamponi che risultano quasi tutti negativi. Questo non significa che tante persone non siano mai state contagiate, ma che le persone sono nel frattempo guarite..

B. Decine di milioni di contagiati in Italia?

T. A fine marzo veniva pubblicato sul “Corriere della Sera” uno studio di Luca Foresti e Claudio Cancelli secondo il quale gli italiani contagiati dal virus sarebbero stati almeno 11 milioni e 200 mila. Uno studio di ricercatori dell’Università di Oxford stimava tra il 60% e il 64% di popolazione italiana contagiata dal Covid19 a fine marzo, mentre quello dell’Imperial College ipotizzava almeno 6 milioni di contagiati in Italia. Allora eravamo a metà della curva gaussiana dell’epidemia e pertanto alla fine della stessa possiamo considerare il numero dei contagiati addirittura raddoppiati.

B. Questo, se non sbaglio dovrebbe far pensare al fatto che ci stiamo avvicinando naturalmente alla cosiddetta “immunità di gregge”. Invece di puntare su un rapido ripristino della normalità, come si sta facendo negli altri paesi europei, qualcuno farnetica persino di un “catastrofico ritorno dell’epidemia” – e si stanno predisponendo nuove “misure profilattiche” come l’obbligo della vaccinazione antinfluenzale o della mascherina a scuola. Cosa ne pensa?

T. Sono cose insensate. Nel campo dalla salute dovrebbero prevalere i diritti e non gli obblighi. Un generico vaccino influenzale in questo caso non solo è inutile, ma potrebbe rivelarsi dannoso. Me lo lasci dire con chiarezza: non dobbiamo temere una “seconda ondata” perché non ci sarà. Come al solito, non vediamo oltre la punta del nostro naso e non ci accorgiamo di quello che accade al di fuori dei confini. Altri paesi già sono in fase inoltrata con riaperture significative. Noi, invece, proibiamo ancora tante, troppe cose. Pare che si debba ad ogni costo metterci con le spalle al muro al punto dal non essere più in grado di alcuna ripresa economica. Mi consenta una critica non da uomo di scienza ma da semplice cittadino. Stanno davvero esagerando al governo e continuando così porteranno in autunno il paese alla rovina. Beninteso, non una rovina dettata da una emergenza sanitaria che non esiste più, ma da una emergenza economica e sociale che mi pare venga ampiamente sottovalutata.

B. A settembre dunque si potrà tornare a scuola? Poco si parla dell’ università. Sarà possibile ritornare a lezioni in presenza e con quali precauzioni?

T. A settembre certamente si potrà tornare a scuola. Hanno già riaperto tutti non capisco perché noi non dovremmo farlo in Italia. Da maggio sono già ritornati a scuola in Austria e in Danimarca e anche in altri Paesi, il virus si può controllare con le normali misure igieniche. Il sole della stagione estiva ha abbattuto la dimensione del contagio, come avevo ampiamente previsto. Con intelligenza e buon senso bisogna riaprire le scuole senza necessità di utilizzare le mascherine la cui funzione era prevista per la loro utilizzazione dai soggetti infetti per evitare ulteriore spargimento del virus, ed ovviamente dagli operatori sanitari, che possono avere contatto professionale anche con potenziali contagiati. Non è ammissibile che i bambini indossino le mascherine a scuola. Anche all’università si può tornare alle lezioni in presenza. Questo vale soprattutto per le matricole che cominciando un percorso universitario debbono avere un rapporto diretto con i docenti. Spero che le autorità competenti riflettano su questo aspetto. A rischio è l’intera istituzione universitaria. Le precauzioni vanno fatte a monte e si basano sulla naturale battaglia, sempre effettuata per le malattie infettive, che prevede l’ isolamento dei soggetti infetti.

B. E sull’uso della mascherina in questi mesi estivi?

T. Le mascherine in estate non vanno utilizzate, diventano nocive perché inducono ipercapnia, cioè aumento pericoloso dell’anidrite carbonica. Vorrei dare da medico un consiglio generale. Dobbiamo staccare la spina ad una informazione ansiogena e ipocritamente intrisa di appelli a “non farsi prendere dal panico”. E questo, soprattutto, per permettere alle strutture sanitarie interventi mirati. Oggi l’ansia di una intera popolazione si sta concentrando su come tenersi alla larga da questo maledetto virus. Nessuno o quasi riflette che noi, in ogni momento, siamo immersi in un ambiente saturo di innumerevoli virus, germi e altri agenti potenzialmente patogeni. E in questi giorni, quasi nessuno ci dice che se non ci ammaliamo è grazie al nostro sistema immunitario il quale può essere compromesso, – oltre che da una inadeguata alimentazione e da uno sbagliato stile di vita – dallo stress, che può nascere anche dall’attenzione verso notizie allarmanti.

B. Il disgraziato campionato di calcio finisce il 2 agosto. Si potrebbero aprire gli stadi almeno quel giorno e in quali condizioni?
T. Dopo i festeggiamenti dei tifosi napoletani per la vittoria della coppa Italia, a cui non è seguito un solo caso di contagio, nonostante gli epiteti “sciagurati” di Ranieri Guerra dell’OMS, si è dimostrato ancora una volta che il virus non è più in circolazione in Italia. Sappiamo che ultimi casi italiani derivano da soggetti che vengono dall’estero oppure da italiani infetti rimpatriati. Ritengo che si possa ritornare allo stadio da subito magari rispettando il metro di distanza, per essere se si vuole estremamente prudenti, anche se allo stato attuale, ad essere sincero, lo ritengo del tutto inutile.

B. Farà felice milioni di italiani per queste affermazioni, ma Intanto si discute addirittura il prolungamento dello stato d’emergenza. Anche se gli organi di informazione poco ne parlano l’immigrazione clandestina ha ripreso col caldo alla grande. Non è che il virus ormai internamente sotto controllo possa riprendere forza perché importato?

T. Ecco, qui un problema in effetti sussiste. Nonostante le profonde lacune nella gestione della pandemia, con l’entrata dell’estate la curva epidemica italiana si è naturalmente conclusa. In Italia l’era Covid, a meno che non si importino nuovi ceppi dall’Estero, è finita. I nuovi casi sono chiaramente legati ad una provenienza estera come i bulgari di Mondragone, i viaggiatori dal Bangladesh ed i nostri commercianti che rientrano dalla Croazia e dalla Slovenia già contagiati. Adesso si pone anche il problema della immigrazione clandestina. Il virus non prende forza perché importato, ma per la sua presenza sul territorio, una presenza capace di essere causa di ulteriore fonte di contagio. Questa situazione va certo tenuta sotto controllo. Ma diciamola tutta: qui il problema va affrontato anzitutto politicamente.

B. Torniamo al possibile prolungamento dello stato di emergenza per altri sei mesi al massimo. Su quali fondamenti scientifici si basa questa idea di prolungare l’emergenza? Qualche giorno fa Lei ha fatto un tweet diventato “virale” in cui contestava questa idea.

T. Per la verità me lo chiedo anche io su quali fondamenti gli esperti abbiano suggerito questa idea al governo. È notizia risaputa che in Germania, immediatamente dopo l’inizio della fase 2, il famoso fattore RO era salito a 1. Si tratta di un valore comunque basso. Teniamo presente che quanto ci hanno comunicato dalla Cina, relativamente al Sars CoV2, il fattore RO è compreso fra 2 e 3, mentre per la prima SARS era compreso, fra 3 e 4. II fatto che RO sia 1, vuol dire che una persona ne contagia un’altra. Ma questo è un discorso che vale nel momento di massima diffusività del virus.

B. Lei parla del fattore RO, ma da noi l’Istituto Superiore di Sanità parla del fattore RT. E sulla base di questo fattore superiore in alcune regioni a 1 si sostiene la necessità di prolungare l’emergenza. O almeno questo credo che sarà l’argomentazione che verrà utilizzata. Ci può spiegare le differenze tra RO e RT? Cosa pensa dell’ultimo Report dell’Istituto Superiore di Sanità?

T. RO rappresenta il cosiddetto numero di riproduzione di base, numero medio di infezioni secondarie causate da ogni contagiato in una popolazione mai venuta in contatto con un determinato patogeno, nel nostro caso il COVID-19. Nel caso in cui R0 sia pari ad 1 significa che un singolo malato potrà infettare una persona, se invece è uguale a 2 ne contagerà 2 e così via. Maggiore è il valore di R0, tanto più elevato è il rischio di diffusione dell’agente infettivo. Le misure di contenimento hanno trasformato il parametro in RT. L’Istituto Superiore di Sanità ha comunicato che l’indice RT si attesta mediamente su un valore compreso tra 0,2 e 0,7 già a partire dagli inizi di aprile. Dopo l’adozione delle misure di contenimento dell’infezione da COVID-19, il tasso di contagiosità è diminuito in maniera significativa in tutta Italia. Un punto cruciale è la difficoltà di calcolare l’indice senza avere la data di insorgenza dei sintomi della malattia. Quando manca la data di inizio dei sintomi, viene usata la data dell’accertamento virologico dell’infezione. R è una stima di intensità di trasmissione nella popolazione generale in cui si assume che tutti abbiamo le stesse probabilità di contrarre l’infezione. RT indica il numero medio di infezioni causate da una persona infetta: meno di 1 significa che le nuove infezioni tendono a scendere, maggiore di 1 indica l’aumento del numero dei contagi.

B. Una conclusione secca?

T. Non vedo niente di allarmante sotto il profilo sanitario se l’indice RT è al momento di pochissimo superiore a 1. Glustificare l’eventuale prolungamento dello stato di emergenza oltre il 31 luglio solo sulla base questo criterio sarebbe, a mio avviso, del tutto sbagliato. Da virologo, con una certa esperienza, mi sento di poter affermare che in realtà oggi non c’è alcuna ragione sanitaria per prolungare lo stato di emergenza.

La legge elettorale e il “lodo Sisto”

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su Libero 19 Luglio 2020

Il Paese è allo stremo ma la maggioranza giallo-rossa pensa alla legge elettorale. Prima il tentativo di prorogare lo stato di emergenza sino a dicembre, parrebbe senza successo, adesso quello di riformare le regole del gioco. Insomma, tutto è utile pur di tirare a campare e per cercare di assicurarsi la poltrona nel caso vi fossero elezioni politiche anticipate.
La discussione in aula sulla legge elettorale è stata fissata per il 27 luglio, ma tre giorni fa ItaliaViva ha fatto saltare il banco dichiarando che Pd e 5Stelle “vogliono la palude”. Domani pomeriggio si ritorna in commissione alla Camera per trovare una quadra, soprattutto nella maggioranza, visto che anche LeU torce il naso.
A bocce ferme giace in commissione da gennaio il cosiddetto germanicum o brescellum, un progetto di legge che prende il nome del deputato pentastellato che ne ha redatto il testo, Giuseppe Brescia. Si tratta di una riforma che abroga i collegi uninominali dell’attuale rosatellum, quindi restano soltanto quelli plurinominali senza preferenze. In altre parole un proporzionale secco, con soglia di sbarramento innalzata dal 3 al 5% su base nazionale. Ulteriore novità introdotta dal testo è il diritto di tribuna, cioè avranno diritto all’attribuzione dei seggi – oltre alle liste che a livello nazionale avranno raggiunto la soglia del 5% – anche quelle che raggiungessero la predetta soglia in almeno due regioni alla Camera e almeno una al Senato. Il testo è redatto sia se si votasse a composizione parlamentare vigente (945), sia nel caso passasse il taglio dei parlamentari, il cui referendum confermativo è previsto per il 20-21 settembre, insieme alle elezioni regionali.
Una sorpresa è però arrivata negli ultimi giorni da Berlusconi, che in un primo momento si era detto favorevole al proporzionale mentre adesso, giocando d’astuzia, ha sparigliato con intelligenza le carte. Forza Italia ha infatti depositato un proprio testo denominato “lodo Sisto” o Sistum, una sorta di rosatellum rovesciato col 60% dei seggi da attribuirsi col sistema maggioritario dei collegi uninominali e il 40% col proporzionale senza preferenze. Salvini propone invece il ripristino del Mattarellum (3/4 maggioritario e ¼ proporzionale) e la Meloni è da sempre contraria al proporzionale. Entrambi però non hanno presentato disegni di legge. Eppure nel caso del Mattarellum sarebbe stato semplicissimo farlo. Il centrodestra si è comunque ricompattato sul sistema maggioritario e potrebbe ora agevolmente trovare un accordo sul Sistum, che accontenta tutti e di fatto assomiglia anche al vecchio Mattarellum.
O la maggioranza giallo-rossa ha l’autosufficienza per approvare il proporzionale, oppure non se ne farà niente. A gennaio Renzi chiedeva anche lui il proporzionale, oggi parla invece di un sistema elettorale come quello per eleggere i sindaci, quindi marcatamente maggioritario. Lo si capisce, è molto sotto la soglia di sbarramento. Fatto sta che questo cambio repentino di ItaliaViva ha complicato la vita a 5Stelle e Pd. Cosa accadrà? Non è escluso che il senatore di Rignano sull’Arno, per non spaccare la maggioranza prima delle elezioni regionali, spedisca la palla in tribuna fino a settembre, facendo saltare il voto in aula di luglio, che slitterebbe quindi a dopo regionali e referendum. Ma cosa accadrà domani in commissione? Non si può escludere che ItaliaViva voti il brescellum, per poi farlo saltare in aula col voto segreto su qualche emendamento, probabilmente sulle preferenze, e addio proporzionale.
C’è però una variabile da non trascurare: se Salvini e alleati convergessero compatti sul Sistum proposto da Forza Italia, potrebbero anticipare tutto e tutti. ItaliaViva, infatti, potrebbe trovare conveniente votare sia in commissione domani che in aula successivamente il “lodo Sisto”, senza per questo causare necessariamente una crisi di governo. Qualche voto arriverebbe anche da alcuni renziani rimasti nel Pd (da sempre favorevoli al maggioritario) e da alcuni pentastellati pronti a passare col centrodestra. A quel punto 5Stelle, Conte e Zingaretti resterebbero per certo ancor di più attaccati alla poltrona per paura di elezioni anticipate, ma con una spada di Damocle sulla testa: esattamente ciò che vogliono ItaliaViva e centrodestra, seppur con obiettivi differenti.

Il problema è il mix tra Mes e Patto di stabilità

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su Libero 15 Luglio 2020

Il 17 e 18 luglio si terrà un Consiglio europeo straordinario, dall’esito molto incerto. Oggi le Camere, ai sensi dell’art. 5 della Legge 24 dicembre 2012 n. 234, voteranno l’indirizzo politico a cui il governo dovrà attenersi. L’oggetto della riunione dei capi di stato e di governo riguarda il Recovery Fund e il bilancio Ue, di cui hanno già discusso Merkel e Conte a Meseberg. Tanta “fuffa” per non affrontare il nodo reale: il Mes. Ed è questo che in fondo interessava a Conte: non affrontare in sede europea il problema del Mes onde evitare di dover votare oggi su questo nel parlamento italiano. Prima o poi però il nodo verrà al pettine.

Il nuovo Mes è “light”? Di Mes ne esiste uno soltanto. Si tratta di un trattato intergovernativo sottoscritto dal governo Monti nel febbraio 2012 e ratificato dal Parlamento italiano nel luglio di quello stesso anno. Cosa prevede? L’organismo internazionale istituito col trattato, presta il denaro agli Stati della zona-euro che ne fanno richiesta quando si trovano in difficoltà finanziaria. E lo fa in due modi: attingendo dai versamenti pro-quota di ciascuno Stato oppure collocando propri titoli sul mercato. La procedura è quella del prestito attraverso la sottoscrizione di un memorandum, cioè di un protocollo d’intesa che preveda la ristrutturazione del debito e le garanzie su tale impegno, in altre parole tagli alla spesa pubblica e pegno sugli asset pubblici, cioè sui gioielli di famiglia della nazione richiedente. Insomma, le condizionalità ci sono, eccome che ci sono. Una procedura del resto completamente in linea con il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che all’art. 136.3 (Tfue) parla esplicitamente di assistenza finanziaria soggetta “a rigorosa condizionalità”. Perché allora si dice che adesso esiste un Mes diverso, “senza condizionalità”, “light” appunto? La questione è complessa e merita di essere approfondita, al di là dei pregiudizi ideologici. Questo ci consentirà anche di avanzare due interrogativi. Uno di questi decisivo.

Primo. Ai primi di maggio l’Eurogruppo, una riunione tra i ministri delle finanze dell’eurozona (che è una istituzione per la verità neppure prevista dai trattati europei), ha raggiunto l’accordo su un documento che apre una linea di credito pari al 2% del Pil per ciascuno Stato che ne faccia richiesta (per noi circa 36 miliardi), limitata alle spese sanitarie dirette e indirette, priva delle condizionalità del Mes originario. Può un semplice documento dell’Eurogruppo, dal punto di vista giuridico, derogare ad un trattato? Evidentemente no, ma allora come hanno fatto a raggiungere quell’obiettivo? Il 15 maggio il Consiglio dei Governatori del Mes (BoG, l’organo decisionale del Mes) ha approvato linee di credito del Mes Anticovid che prevedono per i richiedenti la possibilità di avere dei prestiti senza essere vincolati alle usuali condizioni previste dai trattati. È così che è nato il Mes “light”. La possibilità di un accordo bilaterale tra Mes e Stato richiedente stipulato con contratto apposito. Insomma, se ci sono le condizionalità le si dovrebbero vedere nero su bianco prima di firmare il contratto. E già ma il Mes poteva addirittura bypassare un Regolamento Ue, il 472/2013, che indicava chiaramente le condizionalità per i prestiti? Basta una letterina di Gentiloni-Dombrovskis per risolvere il problema? Evidentemente no. Siamo di fronte ad un abile tentativo politico di giustificare qualcosa per cui non ci sono basi giuridiche.

Secondo. Il punto 7) del documento dell’Eurogruppo prevede espressamente che “gli Stati membri continuano a impegnarsi a rafforzare i fondamenti economici e finanziari, coerentemente con i quadri di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale dell’UE, compresa l’eventuale flessibilità applicata dalle competenti istituzioni dell’UE”. Non c’è il memorandum sulla ristrutturazione del debito, resta però la sorveglianza economica e fiscale della Commissione europea. Una sorveglianza che, con la sospensione del Patto di stabilità, non dovrebbe creare problemi, ma quando questo verrà riattivato (si parla già della primavera 2021), ci strozzerà perché ci chiederà di rispettare gli equilibri di bilancio. E allora sì che saranno dolori. Perché non chiedere la sospensione per dieci anni del Patto di stabilità?

Terzo. Il punto 5) del documento dell’Eurogruppo prevede la clausola denominata early warning system: “il MES implementerà inoltre il suo sistema di allarme rapido per garantire il rimborso tempestivo del sostegno alla crisi pandemica”, in pratica la garanzia di cui godono i creditori privilegiati, che possono richiedere al debitore il rientro tempestivo dal debito. Un brutto affare, ma perché il governo non chiede di eliminare tale clausola da quel documento?

Quarto. Il Mes ha un interesse molto basso, dello 0,11%, mentre il finanziamento normale, quello sui mercati (cioè le aste mensili battute dal Tesoro), ha un tasso di interesse più alto, al momento sopra l’1%. Dunque il Mes è più conveniente dei Btp ? Attenzione. Col finanziamento sul mercato primario il capitale di fatto lo Stato non lo restituisce mai. Se dopo dieci anni l’investitore intende riottenere i suoi soldi, lo Stato rivende quel titolo ad un altro investitore, quindi l’esborso in conto capitale è pari a zero. Se invece l’investitore intende rinnovare il titolo, anche in quel caso lo Stato non paga il capitale. Paga, in entrambi i casi, solo gli interessi. Col Mes, invece, lo Stato deve restituire, in dieci anni, il capitale e gli interessi, cioè circa 3,7 miliardi l’anno (quasi un punto percentuale di Iva).

Quinto. La Bce ha già avviato un massiccio acquisto dei titoli di stato sul mercato secondario, che in soldoni significa sollevare gli Stati dell’eurozona dal peso dei titoli collocati sul mercato primario, tant’è che oggi i tassi di interesse sono sotto controllo. Se la Bce dovesse continuare così non ci sarebbero problemi, e il Mes sarebbe superfluo, ma il fatto è che non è detto continui così all’infinito. Ecco perché puntare solo sulla Bce, sul lungo periodo, non è la soluzione. Così come non può essere il Mes la soluzione. C’è qualcosa di meglio di Btp e Mes, come ieri su questo giornale hanno cercato di documentare Becchi e Zibordi.

Tiriamo le somme: dicono che il Mes sia privo di condizionalità, ebbene allora perché non togliere di mezzo la “condizionalità” generale data dal Patto di stabilità?

BASTA CON I BTP E I BOT

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, su Libero 14 Luglio 2020

Come avevamo previsto nell’articolo precedente del 9 luglio, la vendita agli italiani, a cui era riservato, del “BTP futura” è stato un flop. In tre giorni i “BTP Italia” in giugno avevano raccolto 14 mld dalle famiglie, in 5 giorni il “BTP futura” è arrivato solo a 6 mld. Questo flop indica che l’idea di finanziare 100 o 200 miliardi di deficit pubblico emettendo BTP riservati alle famiglie italiane è un’ idea che non funziona.

I BTP sono stati inventati a inizio anni ‘90 per gli investitori istituzionali esteri. Poi, per diversi anni tra il 1992 e il 1996 hanno offerto rendimenti eccezionali, oltre il 12% lordo quando l’inflazione era il 6%, e quindi anche le famiglie li hanno comprati in massa. In questo modo però lo Stato era arrivato a pagare di interessi cifre pari a 120 o 150 miliardi attuali e pari al 20% della spesa pubblica. Con l’euro i rendimenti dei BTP sono scesi e le quotazioni salite, con alcune grosse scivolate del -20% che facevano notizia sui giornali (“lo spread”!). I BTP sono diventati uno strumento speculativo, per cui anche negli ultimi anni hanno reso bene, ma più che altro come capital gain, per chi li vende quando sono sui massimi e li ricompra quando scendono del 5% o 10%.

Come abbiamo già spiegato, non ha senso che le famiglie italiane vogliano giocare questo gioco ora, con dei rendimenti di poco sopra all’1%, perché basta che questi tornino, per ragioni geopolitiche varie a al 2,5% e i tuoi BTP comprati quando rendevano l’1,3% perdono in due mesi un 15% sui mercati. I BTP restano ancora interessanti solo per la speculazione “mordi e fuggi”, non per le famiglie.

Non ha quindi senso basare una proposta di politica economica espansiva su maxi emissioni di BTP. C’è chi dice che si potrebbe puntare sui BOT. Sono stati venduti questa settimana BOT per 7,5 miliardi a rendimenti negativi (-0,12%). Per cui può venire la tentazione di dire che “con cinque aste così, faremmo meglio del MES!” (che sono 36 miliardi). Innanzitutto chi compra i BOT a -0,12% cioè che tu paghi lo Stato e non viceversa per avere un BOT non sono certamente le famiglie, ma grandi investitori istituzionali che hanno miliardi da gestire e che non possono tenerli nel conto corrente. Dato che i titoli con scadenza di meno di un anno in Nord Europa e persino in Spagna costano un 0,6% ad esempio, tanto vale, visto che ti rimborsano dopo pochi mesi, prendere BOT che ti costano anche loro, ma 0,12%. Questo è un gioco che da un paio di anni fanno gli investitori istituzionali che hanno enorme liquidità da parcheggiare per qualche mese. E’ un fenomeno mai visto prima nella storia (tassi negativi) e dipende solo dalle banche centrali che ora con il Covid hanno spinto i tassi a breve a zero o sottozero. Ma anche in questo caso è speculazione. E usare strumenti di speculazione per finanziare lo Stato non conviene. Ci sono in alternativa due possibilità.

La prima. Ricapitalizzare una banca ora sotto controllo pubblico, cioè MontePaschi, con 3 miliardi e fargli prestare 100 miliardi allo Stato come semplice prestito diretto a cinque anni. Sui prestiti bancari non c’è spread e speculazione, se paghi le rate il valore resta a bilancio costante. Senza contare che se lo fa MPS poi induci anche altre banche a farlo e dato che hanno appena preso 200 miliardi e rotti di TLTRO al – 0,5% dalla BCE anche solo prestare allo Stato allo 0,5% rappresenta un guadagno. Questo è il sistema che usano in Cina in pratica, ma in realtà lo si è usato anche qui perché le banche italiane hanno ancora quasi 300 miliardi di prestiti alla P.A.

La seconda è quella di offrire alle famiglie da parte del Tesoro conti correnti che pagano un interesse pari a un BTP a 5 anni, cioè un 1%. Lo si configura come emissione di debito irredibimibile, cioè senza scadenza, ma lo Stato si impegna in ogni momento a farli usare per effettuare bonifici o pagare con il bancomat. In pratica una alternativa al tenere i soldi nei conti correnti. La si chiami “Moneta Elettronica del Tesoro” (MET) perché la si può usare per tutti i pagamenti come appunto la moneta, ma solo quelli elettronici (per quelli in banconote, in cash, invece rimane la banca per evitare complicazioni e problemi legali).

Ovviamente, se si emettono 100 miliardi di questa “MET”, lo Stato ne userà per i pagamenti solo 90, e terrà 10 miliardi di riserva. È quello che fanno le banche, le quali raccolgono nei conti correnti 100 miliardi e poi tengono solo 2 o 3 miliardi in cassa per i pagamenti dei clienti. Dato che lo Stato spende 800 miliardi e rotti l’anno e ne incassa 750 miliardi può fare come le banche e compensare i flussi di pagamenti, in modo da avere sempre una cifra in cassa per chi abbia bisogno di fare pagamenti dal suo conto presso il Tesoro. La tecnologia attuale consente di addebitare istantaneamente e con costi irrisori un “conto titoli” (che pagano interesse).

Oggi bisogna avere idee innovative e questa lo sarebbe. Anche il BTP quando è stato inventato negli anni Novanta era una innovazione, lo scopo era attirare gli investitori esteri e finanziare lo Stato sui mercati esteri. Questo sistema ha però fatto il suo tempo, riproporlo ora in una condizione molto diversa non ha senso. Gli italiani lo hanno capito, i politici non ancora.

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑