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Paolo Becchi

Data

3 agosto 2020

Conte e i verbali della paura

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, Lunedì 3 Agosto 2020


“Trasparenza”. Questa una delle tante parole pronunciate dal premier Conte durante le ormai famose conferenze-stampa della Fase1. Eppure qui di trasparenza non ne vediamo proprio.
Il primo atto l’abbiamo ricostruito qualche giorno fa su questo giornale. La Fondazione Einaudi ha presentato istanza di accesso civico generalizzato alla Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento della Protezione Civile, per conoscere il contenuto di cinque verbali del Comitato tecnico scientifico sui quali si fondavano quattro Dpcm del premier, emanati tra marzo e aprile: si tratta – ricordiamolo – dei Dpcm maggiormente limitativi delle libertà personali. La Presidenza del Consiglio si è opposta perché si tratterebbe di meri atti di lavoro interni e non di “atti amministrativi”. Ma il Tar del Lazio, ha accolto il ricorso nel merito ritenendo i verbali del Comitato tecnico scientifico atti prodromici ai Dpcm, cioè necessari e propedeutici alla formazione dell’atto amministrativo medesimo, quindi rientranti tra quelli per cui è possibile l’accesso civico generalizzato. La sentenza del Tar non lascia dubbi: la Presidenza del Consiglio deve rilasciare alla richiedente copia di quei verbali.
Ma, come del resto avevamo previsto, l’Avvocatura generale dello Stato – che rappresenta in giudizio la Presidenza del Consiglio – ha impugnato la sentenza davanti al Consiglio di Stato chiedendo – in via cautelare – l’emanazione del decreto che sospende l’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado. Il Consiglio di Stato ha accolto la richiesta di sospensiva e rinviato la discussione, sia per l’approfondimento dell’istanza cautelare che per il merito della causa, all’udienza del 10 settembre. Questo lo stato delle cose.
Tra i motivi addotti dal Governo nel ricorso in appello c’è il “danno concreto all’ordine pubblico e la sicurezza che la conoscenza dei verbali del Comitato tecnico scientifico, nella presente fase dell’emergenza, comporterebbe sia in relazione alle valutazioni tecniche che agli indirizzi generali dell’organo tecnico”. Parole forti. Il Governo teme che, se il contenuto di questi verbali fosse conosciuto dalla collettività, si potrebbero verificare danni concreti all’ordine pubblico e alla sicurezza. Questo fa pensare che in quei verbali c’è scritto qualcosa di veramente grosso che il governo intende nascondere. Ma cosa? Non lo sappiamo appunto, e come cittadini abbiamo il diritto di saperlo, abbiamo il diritto di sapere sulla base di quali dati epidemiologici il Governo ha deciso di chiudere in casa per mesi sessanta milioni di abitanti con danni che sono noti a tutti.
Il Consiglio di Stato, ha accolto la richiesta di sospensiva del Governo, ma nel suo decreto scrive chiaramente che “non persuade, seppure in questa sede di delibazione sommaria, la tesi dell’appellante”, cioè del governo che ha impugnato la sentenza, e che la questione merita un “approfondimento collegiale”. Anzi, nel decreto è scritto che l’eventuale non accoglimento della richiesta di sospensiva avrebbe reso inutile “persino la discussione collegiale sulla istanza cautelare medesima e la stessa definizione nel merito della lite”. In pratica il Consiglio di Stato, accogliendo la richiesta cautelare sospensiva, non ha dato ragione al governo, tutt’altro. Lo ha fatto solo per non rendere inutile il successivo approfondimento collegiale, tanto in via cautelare quanto nel merito. Vedremo cosa accadrà a settembre.
La querelle, più che giuridica, è evidentemente politica. Se davvero tutto è stato fatto in trasparenza e nell’interesse della collettività, come Conte ha più volte ribadito, perché il governo ha insistito facendo addirittura ricorso al Consiglio di Stato per cercare di tenere secretati quei cinque verbali del Comitato tecnico scientifico?

La deriva autoritaria di Conte dopo l’intervento in Puglia

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su Libero 2 Agosto 2020

Ormai fa tutto Conte. Un Consiglio dei ministri straordinario, tenutosi il 31 luglio, ha emanato un decreto-legge che introduce la parità di genere nel sistema elettorale di Regione Puglia. Pochi giorni prima, il 28 luglio, il Consiglio regionale a maggioranza di centrosinistra non era riuscito ad approvare la riforma sulla parità di genere. Il presidente Emiliano si era detto dispiaciuto, ma alla fine stava bene a tutti perché – parliamoci chiaro – la parità di genere mette fuori gioco parecchi candidati che scalpitano da anni per entrare nelle liste elettorali.
La sera di venerdì il colpo di scena: il governo emana un decreto-legge col quale si sostituisce al legislatore regionale e introduce l’obbligo per l’elettore, nel caso esprimesse due preferenze, di riservare la seconda ad un candidato di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda preferenza.
Una intrusione del genere da parte del governo, in materia di legislazione elettorale delle regioni, non si era mai verificata. L’esecutivo, in punto di diritto, può farlo. Se la legislazione elettorale per l’elezione del Parlamento nazionale, europeo e dei comuni spetta allo Stato, quella per l’elezione dei consigli regionali è di competenza delle Regioni. Ma l’art. 120 della Costituzione, secondo comma, prevede che “il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni […] quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali”. Nel caso di specie il governo ha espressamente richiamato, nel suo comunicato stampa, la necessità di garantire la tutela dell’”unità giuridica” stante il mancato adeguamento, da parte del Consiglio regionale pugliese, alla legge n. 20 del 15 febbraio 2016 per la rappresentanza di donne e uomini nei consigli regionali.
Vi sono due aspetti che meritano una riflessione, quello giuridico e quello politico.
Giuridico. L’adozione del decreto-legge presenta problemi di non poco conto. Il governo ha nominato il prefetto di Bari Antonia Bellomo con la funzione di commissario straordinario per dare attuazione al decreto, ma potrebbe accadere qualcosa che non è stato messo ha messo in conto. Il Parlamento, ai sensi dell’art. 77 della Costituzione, ha sessanta giorni di tempo per convertire in legge il decreto-legge, pena la sua decadenza. I sessanta giorni decorrono dalla data di pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale e quindi scadono abbondantemente dopo le elezioni regionali del 20-21 settembre. Cosa accade se dovesse decorrere questo termine senza che sia intervenuta la conversione? Cosa succede se le Camere lo convertono – con modifiche – dopo la tornata elettorale? Si ripetono le elezioni nel caso perdesse Emiliano, finché non vince il centrosinistra? Inoltre, dove sono i “casi straordinari di necessità e d’urgenza” che giustificano, ai sensi dell’art. 77 della Costituzione, l’adozione di un decreto-legge in materia elettorale regionale, per giunta su una materia – la parità di genere – introdotta solo nel 2016?
Politico. Il premier Conte parla ed opera ormai per conto non solo del governo, ma anche del Parlamento, sostituendosi di fatto alle Camere. La forma è stata salvata, ma il Parlamento non è più sede di esercizio della sovranità popolare, bensì organo di mera ratifica dei decreti-legge del governo. Quando ancora gli va bene, perché nel caso dei Dpcm degli ultimi mesi le Camere sono state completamente ignorate. Ora interviene pure in materia di legislazione elettorale regionale e con un decreto-legge, strappo mai verificatosi nella storia del nostro Paese, ma subito legittimato dalla firma sul decreto del Presidente della Repubblica, che ora, nel momento più critico per le libertà costituzionali, si richiama al suo ruolo di mero garante, e dunque firma qualsiasi cosa.

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