di Paolo Becchi, su Libero

Il Presidente della Repubblica parlando di fronte ad un gruppo di bambini ha fatto intendere di essere vecchio e che presto godrà di un meritato riposo. Non sono così convinto del “meritato riposo” che lo attende tra pochi mesi e cercheremo di dimostrare per quale ragione. Ma procediamo con ordine.

Già si stanno definendo le due posizioni fondamentali sulla sua successione. Entrambe, a mio modo di vedere, sbagliate. La prima è quella di Salvini: Draghi al Quirinale, dimissioni – conseguentemente – del governo, e nuove elezioni, con quella che il “Capitano” spera sia, finalmente, l’affermazione definitiva della Lega. Dall’altra parte, la linea di Letta: portare una donna per la prima volta al Quirinale – ed il nome è, come prevedibile, quello di Marta Cartabia, già primo presidente donna della Corte Costituzionale. Su di lei è già da un anno che si dice che abbia l’appoggio del Partito Democratico e la sua entrata a far parte del governo ha questa spiegazione. L’elezione di Cartabia consentirebbe a Draghi di rimanere al Governo fino alla fine della legislatura, e di rinviare ancora di un anno la partita elettorale, che al momento vede pochissime possibilità per una vittoria dei Democratici.

Si tratta – dobbiamo chiederci a questo punto – di strade realmente percorribili? Salvini non ha ancora capito, ma i fatti lo costringeranno a farlo, un punto fondamentale: soltanto con Draghi al governo l’Italia avrà l’appoggio dell’Europa, che è la cosa, al momento, che conta di più per ripartire. Bisogna prenderne atto. L’Europa è disposta a negoziare con noi, a consentirci di mantenere una certa sostenibilità nel nostro debito pubblico, a lasciarci margini di manovra nell’utilizzo del Recovery Fund, ma ad una condizione politica fondamentale: che a trattare sia Draghi, e non un governo targato Salvini. Ci si può indignare quanto si vuole, ma è un fatto di cui sarebbe sbagliato non tenere realisticamente conto. Salvini non avrebbe certo la forza di poter andare avanti e governare senza l’Europa.

Dall’altra parte, la soluzione di Letta è farraginosa e rischiosa: Cartabia è un candidato che non è mai piaciuto al Movimento 5 Stelle – il quale è ancora, in Parlamento, la principale forza politica. Ed è al contempo, credo, pericolosa: ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica sarebbe, infatti, un Parlamento completamente delegittimato, che non ha più alcun rapporto con la reale distribuzione delle forze politiche nel Paese. Un Parlamento che non “rispecchia” più la realtà, in cui a contare sono ancora gli eletti di un M5S che non esiste più, ed i renziani.

Un Capo dello Stato eletto in queste condizioni sarebbe un Presidente debole, eletto da un Parlamento che nel giro di un anno si troverebbe ad avere una composizione radicalmente diversa. Ancora una volta, la classe politica italiana dimostrerebbe, eleggendo Cartabia in queste circostanze, di aver perso completamente quel ruolo di “cerniera” fondamentale tra le istituzioni e i cittadini che è la ragione di esistere di ogni “sistema dei partiti”.

Esiste però una vita d’uscita, credo, percorribile col consenso, se non di tutti, di molti. E’ una lezione che abbiamo imparato non molti anni fa, quando io sostenni – preso allora in giro da tutti – che in quelle condizioni politiche solo la rielezione di Napolitano avrebbe potuto “salvare il sistema” e oggi si potrebbe dire che pur in condizioni mutate, la mossa migliore da fare resta la rielezione di Mattarella. Il quale – con Draghi confermato a capo del governo – potrebbe restare in carica fino alla naturale scadenza della legislatura, nel 2023, di modo, poi, da consentire al nuovo Parlamento, pienamente legittimato dal voto popolare, di eleggere il nuovo Capo dello Stato.

E allora il messaggio di ieri di Mattarella? Ma è evidente che ha lanciato un messaggio a tutte le forze politiche. Personalmente Matterella preferirebbe “andare in pensione” ma le cose cambierebbero, se ciò non dipendesse dalla sua personale iniziativa, ma dalla richiesta unanime delle forze politiche – esattamente come accadde per Napolitano, che si convinse dopo il «caldo appello a riconsiderare le ragioni da lui più volte indicate di indisponibilità a una ricandidatura», come si espresse lui stesso.

Mattarella è sincero nel non voler continuare in un secondo mandato – meno, probabilmente, lo era Napolitano all’epoca. Ma di fronte alle richieste di Draghi e dei partiti, difficilmente potrebbe rifiutarsi, salvo che per seri problemi di salute. E poi, si tratterebbe non di un ulteriore settennato, ma soltanto del tempo necessario a lasciar terminare la legislatura e consentire l’elezione di un nuovo Parlamento. Letta e Salvini possono ancora accordarsi, perché la cosa, in fondo, potrebbe convenire a entrambi: Mattarella ancora al Quirinale fino al 2023, e Draghi al governo. E poi, tra due anni, finalmente un nuovo Parlamento, un nuovo governo, un nuovo Capo dello Stato.