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Paolo Becchi

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Conte e i verbali della paura

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, Lunedì 3 Agosto 2020


“Trasparenza”. Questa una delle tante parole pronunciate dal premier Conte durante le ormai famose conferenze-stampa della Fase1. Eppure qui di trasparenza non ne vediamo proprio.
Il primo atto l’abbiamo ricostruito qualche giorno fa su questo giornale. La Fondazione Einaudi ha presentato istanza di accesso civico generalizzato alla Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento della Protezione Civile, per conoscere il contenuto di cinque verbali del Comitato tecnico scientifico sui quali si fondavano quattro Dpcm del premier, emanati tra marzo e aprile: si tratta – ricordiamolo – dei Dpcm maggiormente limitativi delle libertà personali. La Presidenza del Consiglio si è opposta perché si tratterebbe di meri atti di lavoro interni e non di “atti amministrativi”. Ma il Tar del Lazio, ha accolto il ricorso nel merito ritenendo i verbali del Comitato tecnico scientifico atti prodromici ai Dpcm, cioè necessari e propedeutici alla formazione dell’atto amministrativo medesimo, quindi rientranti tra quelli per cui è possibile l’accesso civico generalizzato. La sentenza del Tar non lascia dubbi: la Presidenza del Consiglio deve rilasciare alla richiedente copia di quei verbali.
Ma, come del resto avevamo previsto, l’Avvocatura generale dello Stato – che rappresenta in giudizio la Presidenza del Consiglio – ha impugnato la sentenza davanti al Consiglio di Stato chiedendo – in via cautelare – l’emanazione del decreto che sospende l’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado. Il Consiglio di Stato ha accolto la richiesta di sospensiva e rinviato la discussione, sia per l’approfondimento dell’istanza cautelare che per il merito della causa, all’udienza del 10 settembre. Questo lo stato delle cose.
Tra i motivi addotti dal Governo nel ricorso in appello c’è il “danno concreto all’ordine pubblico e la sicurezza che la conoscenza dei verbali del Comitato tecnico scientifico, nella presente fase dell’emergenza, comporterebbe sia in relazione alle valutazioni tecniche che agli indirizzi generali dell’organo tecnico”. Parole forti. Il Governo teme che, se il contenuto di questi verbali fosse conosciuto dalla collettività, si potrebbero verificare danni concreti all’ordine pubblico e alla sicurezza. Questo fa pensare che in quei verbali c’è scritto qualcosa di veramente grosso che il governo intende nascondere. Ma cosa? Non lo sappiamo appunto, e come cittadini abbiamo il diritto di saperlo, abbiamo il diritto di sapere sulla base di quali dati epidemiologici il Governo ha deciso di chiudere in casa per mesi sessanta milioni di abitanti con danni che sono noti a tutti.
Il Consiglio di Stato, ha accolto la richiesta di sospensiva del Governo, ma nel suo decreto scrive chiaramente che “non persuade, seppure in questa sede di delibazione sommaria, la tesi dell’appellante”, cioè del governo che ha impugnato la sentenza, e che la questione merita un “approfondimento collegiale”. Anzi, nel decreto è scritto che l’eventuale non accoglimento della richiesta di sospensiva avrebbe reso inutile “persino la discussione collegiale sulla istanza cautelare medesima e la stessa definizione nel merito della lite”. In pratica il Consiglio di Stato, accogliendo la richiesta cautelare sospensiva, non ha dato ragione al governo, tutt’altro. Lo ha fatto solo per non rendere inutile il successivo approfondimento collegiale, tanto in via cautelare quanto nel merito. Vedremo cosa accadrà a settembre.
La querelle, più che giuridica, è evidentemente politica. Se davvero tutto è stato fatto in trasparenza e nell’interesse della collettività, come Conte ha più volte ribadito, perché il governo ha insistito facendo addirittura ricorso al Consiglio di Stato per cercare di tenere secretati quei cinque verbali del Comitato tecnico scientifico?

La deriva autoritaria di Conte dopo l’intervento in Puglia

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su Libero 2 Agosto 2020

Ormai fa tutto Conte. Un Consiglio dei ministri straordinario, tenutosi il 31 luglio, ha emanato un decreto-legge che introduce la parità di genere nel sistema elettorale di Regione Puglia. Pochi giorni prima, il 28 luglio, il Consiglio regionale a maggioranza di centrosinistra non era riuscito ad approvare la riforma sulla parità di genere. Il presidente Emiliano si era detto dispiaciuto, ma alla fine stava bene a tutti perché – parliamoci chiaro – la parità di genere mette fuori gioco parecchi candidati che scalpitano da anni per entrare nelle liste elettorali.
La sera di venerdì il colpo di scena: il governo emana un decreto-legge col quale si sostituisce al legislatore regionale e introduce l’obbligo per l’elettore, nel caso esprimesse due preferenze, di riservare la seconda ad un candidato di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda preferenza.
Una intrusione del genere da parte del governo, in materia di legislazione elettorale delle regioni, non si era mai verificata. L’esecutivo, in punto di diritto, può farlo. Se la legislazione elettorale per l’elezione del Parlamento nazionale, europeo e dei comuni spetta allo Stato, quella per l’elezione dei consigli regionali è di competenza delle Regioni. Ma l’art. 120 della Costituzione, secondo comma, prevede che “il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni […] quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali”. Nel caso di specie il governo ha espressamente richiamato, nel suo comunicato stampa, la necessità di garantire la tutela dell’”unità giuridica” stante il mancato adeguamento, da parte del Consiglio regionale pugliese, alla legge n. 20 del 15 febbraio 2016 per la rappresentanza di donne e uomini nei consigli regionali.
Vi sono due aspetti che meritano una riflessione, quello giuridico e quello politico.
Giuridico. L’adozione del decreto-legge presenta problemi di non poco conto. Il governo ha nominato il prefetto di Bari Antonia Bellomo con la funzione di commissario straordinario per dare attuazione al decreto, ma potrebbe accadere qualcosa che non è stato messo ha messo in conto. Il Parlamento, ai sensi dell’art. 77 della Costituzione, ha sessanta giorni di tempo per convertire in legge il decreto-legge, pena la sua decadenza. I sessanta giorni decorrono dalla data di pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale e quindi scadono abbondantemente dopo le elezioni regionali del 20-21 settembre. Cosa accade se dovesse decorrere questo termine senza che sia intervenuta la conversione? Cosa succede se le Camere lo convertono – con modifiche – dopo la tornata elettorale? Si ripetono le elezioni nel caso perdesse Emiliano, finché non vince il centrosinistra? Inoltre, dove sono i “casi straordinari di necessità e d’urgenza” che giustificano, ai sensi dell’art. 77 della Costituzione, l’adozione di un decreto-legge in materia elettorale regionale, per giunta su una materia – la parità di genere – introdotta solo nel 2016?
Politico. Il premier Conte parla ed opera ormai per conto non solo del governo, ma anche del Parlamento, sostituendosi di fatto alle Camere. La forma è stata salvata, ma il Parlamento non è più sede di esercizio della sovranità popolare, bensì organo di mera ratifica dei decreti-legge del governo. Quando ancora gli va bene, perché nel caso dei Dpcm degli ultimi mesi le Camere sono state completamente ignorate. Ora interviene pure in materia di legislazione elettorale regionale e con un decreto-legge, strappo mai verificatosi nella storia del nostro Paese, ma subito legittimato dalla firma sul decreto del Presidente della Repubblica, che ora, nel momento più critico per le libertà costituzionali, si richiama al suo ruolo di mero garante, e dunque firma qualsiasi cosa.

Sempre garante?

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su Libero Sabato 1 Agosto

“Su alcuni punti non mi è consentito esprimermi per rispettare la doverosa imparzialità istituzionale e per non entrare nel dibattito politico, come è dovere di chi riveste ruoli di garanzia”. Queste le parole di saluto pronunciate dal Presidente della Repubblica nel corso della cerimonia del Ventaglio, che ogni anno apre la tradizionale fase agostana. Un concetto condivisibile, peccato però che non sempre sia stato applicato allo stesso modo. O, meglio, è stato applicato a corrente alternata.
Tacere sulla proroga dello stato di emergenza, in assenza di emergenza, equivale ad essere un imparziale garante delle istituzioni? Crediamo di no. Il Capo dello Stato è l’arbitro supremo, colui che fa da garante degli equilibri costituzionali, quindi dei diritti fondamentali tra cui libertà e democrazia. Se lo stato di emergenza consente al governo, nella pratica, di sospendere le garanzie costituzionali, come di fatto è avvenuto dai primi di marzo a metà maggio, appare quantomeno curioso che Mattarella non dica nemmeno mezza parola sulla proroga dello stato emergenziale in assenza di un pericolo imminente e concreto. Al momento abbiamo 41 persone ricoverate in terapia intensiva in tutta Italia, i mori si contano sul palmo di una mano, mentre in Francia sono più di 300 in terapia intensiva. Perché siamo stati gli unici in Europa ad aver prorogato lo stato di emergenza? Tacere su questo è sinonimo di imparzialità?
Nel mentre la Costituzione è sospesa da circa cinque mesi e il Parlamento è relegato a mero organo di ratifica, il capo dell’opposizione viene mandato a processo per aver un anno fa – nell’esercizio delle sue funzioni di ministro dell’interno – bloccato lo sbarco di immigrati irregolari sul territorio italiano. In pratica ciò che fa un qualsiasi ministro dell’interno in un qualsiasi Paese che si rispetti. Eppure non in Venezuela o a Cuba il leader dell’opposizione è mandato alla sbarra, ma in Italia. Tale aspetto ci sorprende particolarmente. E’ stato proprio l’attuale Capo dello Stato, fino a poche settimane fa, a richiamare continuamente centrodestra e governo ad essere responsabili e collaborativi. Cosa che è avvenuta, tant’è che il centrodestra si è fatto prendere ogni volta in giro da Conte. Ora, dopo che la maggioranza giallo-rossa ha mandato a processo il leader dell’opposizione, il Presidente Mattarella come può pretendere da Salvini “responsabilità e collaborazione”? Come ha potuto tacere il Colle su quanto accaduto due giorni fa in Senato? Si pretende da Salvini collaborazione, ma poi lo si manda a processo e in assenza di reati.
Una cosa però sta davvero a cuore al Presidente, e su questa la sua funzione di garanzia non conta: la scuola. Giusto, condividiamo le sue preoccupazioni sulla necessità che le scuole riaprano a settembre. Ma l’Università? Scuole aperte e Università chiuse, in modalità telematica? Ma sì, tanto il decadimento culturale ha ormai raggiunto livelli irreversibili. E poi, diciamocela tutta, dell’Università non interessa più nulla a nessuno. Neppure al Presidente, evidentemente.
L’inquilino del Colle ha dunque sottolineato la terzietà del suo ruolo di garanzia che gli impedisce di intromettersi nel dibattito e nelle scelte politiche. Ma un paio di domande sorgono, come si suol dire in questi casi, spontanee. Anche quando impedì la nomina di Savona al ministero dell’economia, travalicando ampiamente i suoi compiti di garanzia, riteneva di essere imparziale? O quando ignorò la scorsa estate la volontà di Salvini e Di Maio di dar vita ad una riedizione del governo giallo-verde, durante la crisi di governo agostana, favorendo invece la nascita dell’attuale governo giallo-rosso? Anche in quel caso fu imparziale? Su questo punto è tutto documentato in un libro (Ladri di democrazia) che abbiamo scritto, documentato giorno per giorno, e nel caso decisivo ora per ora. Nessuno ha finora smentito la nostra ricostruzione, anche se è passata sotto silenzio. Ma il ruolo di Mattarella in quella vicenda è stato determinante. Vuole il Quirinale smentire la nostra ricostruzione?
Non dimentichiamo inoltre la tirata di orecchi alla maggioranza giallo-verde nel dicembre 2018 per aver contingentato i tempi parlamentari per l’approvazione della legge di bilancio nonostante fossero stati rispettati tre passaggi, e il silenzio totale l’anno successivo – con la maggioranza attuale – che sullo stesso argomento garantì alle Camere solo due passaggi.
Facile ora richiamarsi al ruolo del garante…

Perché indebitarsi col Mes e non con le nostre banche?

Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, su Libero 27 Luglio 2020

Non capita quasi mai, al di fuori forse dell’Argentina nei suoi momenti più drammatici, quando era a corto di dollari, che un Ministro delle Finanze dica che rimane senza soldi in cassa, come se lo Stato fosse una famiglia o una azienda a cui nessuno fa più credito e non sa come pagare le bollette. Ma Gualtieri lo ha detto (ai capidelegazione della maggioranza riuniti mercoledì sera per dare via libera alla terza richiesta di scostamento del deficit): ”con altri 25 miliardi di deficit il Mes diventa cruciale per evitare problemi alle casse dello Stato …”

Lo Stato italiano incassa circa 750 miliardi l’anno di tasse, ma grazie al ”lockdown” possono essere 100 miliardi in meno, per cui per coprire il deficit deve emettere quest’anno almeno 100 miliardi circa di titoli in più. Gualtieri dice che 100 miliardi sono anche troppi e non vuole emetterne altri per cui rimaniamo senza soldi in cassa a settembre (se non attingiamo a 34 mld e rotti garantiti dal MES).

Se Gualtieri questo mese emette altri 34 mld di BTP cosa succederebbe di male? Al momento il governo paga di interessi solo 1,1% sui BTP a dieci anni e -0.1% sui Bot ad un anno e quando tiene un asta offre ad esempio 15 miliardi e le richieste sono per 50 miliardi (se guardi le ultime). Se vendi 100 mld titoli in un anno e ne hai già più di 2,000 mld in giro, ma paghi quasi niente di interessi, evidentemente ne puoi emettere anche 30 miliardi di più. Anche perché i titoli austriaci, olandesi e tedeschi fanno perdere più di un 0,6% all’anno e quelli belgi, francesi e spagnoli sono anche loro sottozero. Siamo nell’era dei famosi “tassi negativi” in cui lo Stato non paga, ma viene pagato lui se si indebita.

Si dirà è grazie al fatto che c’è la BCE che I BTP li compra lei quasi tutti quest’anno e dietro la BCE c’è la Germania e altri paesi poco indebitati che fanno da garanzia. E questo governo piace alla Merkel e quindi Gualtieri può dormire sonni tranquilli. “Ah già vedete ora l’Europa vi viene bene. Se fossimo da soli con la liretta ed emettessimo 200 mld di titoli la valuta sprofonderebbe e saremmo l’Argentina…” dice l’imbecille di turno.

La Gran Bretagna ha appena annunciato che prenderanno a prestito 320 miliardi di sterline nel 2020, cioè l’equivalente di 360 miliardi di euro, due volte e mezzo i 140 miliardi di Gualtieri. Quanto pagheranno di interessi su questa cifra enorme ? Zero. Perché la Banca di Inghilterra stampa sterline e li compra lei. La sterlina sprofonda vedendo 360 miliardi di titoli che vengono emessi ? No.

Qualche economista forse dovrebbe spiegare queste banalità a Gualtieri, che va per la verità scusato perché non ha mai lavorato in una istituzione finanziaria, non ha mai dato un esame di economia o scritto un articolo di analisi economica in tutta la sua vita ed è un prof. associato di Storia contemporanea , laureato in lettere moderne, che ha solo fatto politica nel PCI, PDS e poi PD. In Francia, Gran Bretagna e Spagna i suoi colleghi ministri delle finanze hanno frequentato scuole di alta amministrazione come l’ENA, hanno un curriculum in economia con master esteri e lavorato in istituzioni finanziarie.

Prima di sparare cazzate il Ministro delle Finanze avrebbe potuto dare almeno una occhiata al bilancio delle due maggiori banche italiane, Unicredit e Intesa, e notare che hanno accumulato 130 miliardi di cash. L’obbligo per le banche di tenere cash per le esigenze di cassa è l’1% del bilancio e potrebbero operare con 30 miliardi diciamo. Se hanno 100 miliardi in più del necessario che non utilizzano e non guadagnano niente è perché gli italiani hanno portato in banca altre decine di miliardi e la BCE ha dato loro altri 200 miliardi e rotti a tasso di -0,5% perché li prestino. Dato che di prestiti alle aziende ne hanno dati (garantiti dallo Stato e finanziati dalla BCE) solo per 50 miliardi e dato che i mutui li hanno ridotti nell’ultimo anno, il risultato è che le banche italiane sono piene di cash. Parliamo di 200 miliardi circa di euro.

Se quindi il Ministro delle Finanze ha bisogno ora di una trentina di miliardi, invece di rivolgersi ad un fondo “salvastati” come il MES, che alla fine è peggio di un virus cinese, può chiamare gli amministratori delegati delle banche e farsi dare 30 o 40 miliardi senza neanche passare per il mercato e vendere BTP. Enel, ENI, Telecom o Mediaset ottengono prestiti intorno all’1% e visto che le nostro banche sono piene di soldi che non usano lo Stato, se proprio vuole evitare di emettere nuovi BTP per paura dello spread, può farsi dare un normale prestito. Che dite, è un ragionamento troppo difficile per un prof. di storia?

Cosa nasconde il governo?

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, su Libero 25 Luglio 2020

A giorni il governo deciderà se prorogare o meno lo stato di emergenza. Nel frattempo però cerca di nascondere i documenti che lo avrebbero indotto a sospendere la democrazia a causa della emergenza epidemiologica.
Al fine di sapere cosa è successo per davvero durante la Fase 1, tre giuristi della Fondazione Luigi Einaudi hanno presentato alla Presidenza del Consiglio – Dipartimento per la Protezione Civile – istanza di accesso civico generalizzato ai verbali del Comitato tecnico scientifico, per consentire agli italiani di conoscere le motivazioni con le quali sono stati costretti per mesi a non uscire quasi dalle loro abitazioni.
Nello specifico i verbali del 28 febbraio, 1° marzo, 7 marzo, n. 39 del 30 marzo e n. 49 del 9 aprile sui quali il premier Conte ha fondato i suoi Dpcm del 1° marzo, 8 marzo, 1° aprile e 10 aprile. La Fondazione Einaudi non ha fatto altro che chiedere quali fossero le ragioni che giustificavano la sospensione dei diritti costituzionali e della legislazione ordinaria. La Presidenza del Consiglio – Dipartimento per la Protezione Civile – ha respinto la richiesta opponendo diversi motivi, tra i quali spicca il divieto di accesso a documenti che sono stati utilizzati per l’adozione di atti amministrativi generali, secondo quanto previsto dall’art. 5 bis, comma 3, del D. Lgs. n. 33/2013 (che a sua volta richiama il primo comma dell’art. 24 della Legge n. 241/1990).
La Fondazione Einaudi ha proposto ricorso al Tar – Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio. Il 22 luglio il Tar ha depositato propria sentenza con la quale – sorprendetemente – ha accolto il ricorso, ordinando che la sentenza medesima sia eseguita dall’autorità amministrativa, obbligata a rilasciare ai richiedenti copia dei 5 verbali del Comitato tecnico scientifico. Tra le motivazioni in punto di diritto, il Tar evidenzia l’illegittimità del diniego della Protezione Civile accogliendo il primo motivo del ricorso, per “violazione degli articoli 1 e 2 della Costituzione, violazione degli articoli 22, 24 e seguenti della legge n. 241/1990, violazione degli articoli 5 e 5 bis del decreto legislativo n. 33/2013. In sostanza: eccesso di potere per sviamento. Nello specifico, il Tar ha ritenuto che “i verbali in oggetto costituiscono, effettivamente, atti endoprocedimentali prodromici all’emanazione dei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, emanati in attuazione del D.L. 23 febbraio 2020, n.6, al fine di indicare le misure necessarie ad evitare la diffusione del virus Covid – 19 sull’intero territorio nazionale”. Il che in buona sostanza significa che in quei verbali non vi sono semplici suggerimenti o consigli che il Comitato tecnico scientifico avrebbe dato al premier Conte, bensì si tratta – secondo il Tar – di veri e propri atti prodromici, senza i quali il Presidente del Consiglio non avrebbe potuto adottare i successivi atti amministrativi (DPCM) con cui mettere sessanta milioni di italiani agli arresti domiciliari. Per questa ragione non è possibile – per la Presidenza del Consiglio/Dipartimento per la Protezione Civile – opporre un diniego di accesso agli atti.
Tra pochi giorni sapremo cosa c’è scritto in quei verbali, salvo che la Presidenza del Consiglio non presenti ricorso al Consiglio di Stato chiedendo la sospensiva sull’esecutività della sentenza, inaudita altera parte. La partita si gioca sul filo di lana, staremo a vedere. Ma il problema, al di là del profilo giuridico, è soprattutto politico. Per quale motivo Conte e la Protezione Civile si sono opposti alla divulgazione del contenuto dei verbali del Comitato tecnico scientifico? Cosa c’è scritto dentro? Cosa intendeva coprire Conte? Si sono rivelate attendibili le previsioni degli “esperti” del Comitato?
Una cosa comunque è fuori dubbio: finora Conte ha tentato di nascondere le prove sulle quali ha costruito la sopravvivenza politica del suo governo e ora tenta di fare altrettanto con il prolungamento dello stato di emergenza. Su quali documenti si è basato la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale e su quali si basa il prolungamento dello stato di emergenza? La democrazia, come scriveva Norberto Bobbio è il “governo del potere pubblico in pubblico”, Conte invece ormai governa ”in privato” con l’aiuto di “esperti”, non eletti da nessuno e che dovrebbero rimanere invisibili.

Stato di emergenza senza emergenza

di Paolo Becchi, su Libero 28 Luglio 2020

Ho già scritto, in questi mesi, che l’incubo di uno stato di emergenza senza emergenza avrebbe terrorizzato anche i più smaliziati e lucidi pensatori della nostre società contemporanee. Più “distopico” di quanto un Philip Dick avrebbe osato immaginare; più “biopolitico” di quanto Foucault si sarebbe immaginato, quando denunciava i dispositivi di governo propri delle società ormai post-disciplinari. Ebbene oggi questo incubo sta rischiando di divenire realtà, nell’indifferenza generale.
Partiamo, però, da un dato reale. Nessuno può onestamente, oggi, sostenere che esista una emergenza da Covid. I morti si contano sulle dita delle mani, le terapie intensive sono semivuote non da giorni, ma ormai da settimane. Dal punti di vista sanitario, di fatto non esiste alcuna emergenza. Certamente, il rischio esiste, nella misura in cui – come alcuni sostengono – l’epidemia potrebbe ritornare, magari con l’autunno. Potrebbe, appunto: una mera probabilità (e non si sa neppure, perché gli scienziati non sono in grado di dirlo, di che probabilità si tratti, di quale sia il rischio concreto). Ma lo “stato di emergenza” è, come la parola stessa indica, uno stato. A giustificarlo, cioè, è l’esistenza, al momento in cui lo si dichiara, di una emergenza, diciamo anche pure un pericolo: ma di un pericolo, appunto, attuale, che è cosa ben diversa dalla possibilità che, in futuro, esso potrebbe presentarsi.
La strategia del governo è chiara, e risponde ad una tendenza in atto da decenni: quella di governare attraverso uno stato di emergenza permanente, facendo valere una logica “securitaria” tale per cui l’azione governativa sarebbe legittimata, più che a risolvere le emergenze, a impedire che esse si verifichino. L’emergenza diventa permanente, allora: non perché essa ci sia realmente, ma proprio perché non c’è (perché si potrà sempre dire che senza i provvedimenti di emergenza essa si verificherebbe – prova, ovviamente, impossibile da dare)! Ma in questo modo, ovviamente si finisce per rendere privo di significato lo stesso istituto giuridico della dichiarazione di uno stato di emergenza, il quale ha senso solo in quanto questo rimanga l’eccezione, e non divenga la regola.
Dal momento che la cosa sembrava ormai troppo sporca, si è deciso di coinvolgere il Parlamento – bypassato, invece, la prima volta. Il che è contradditorio, nuovamente: perché se davvero fossimo in una situazione di emergenza, che per definizione richiede un intervento immediato, non ci sarebbe certo il tempo per calendarizzare e discutere la questione, mentre i morti aumentano. Se il Governo si può oggi permettere il siparietto parlamentare, la democratica discussione in aula, è proprio perché lo stato di emergenza, di cui chiede la proroga, non c’è più.

Salvini a processo mentre Conte e Speranza la fanno franca

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma

Si apra il sipario e si dia inizio al terzo atto. Oggi il Senato della Repubblica deve decidere in via definitiva se mandare o meno a processo il leader della Lega per il caso Open Arms, il terzo in due anni contro l’ex Ministro dell’Interno dell’allora governo Conte. La procura di Agrigento, e nello specifico il procuratore Luigi Patronaggio – quello a cui Palamara scriveva «siamo tutti con te» – , aveva aperto un fascicolo per “sequestro plurimo di persona aggravato” e “abuso di atti d’ufficio”. Nell’agosto 2019 l’allora Ministro dell’Interno aveva impedito lo sbarco dei 107 migranti bloccati al largo di Lampedusa sulla nave della Ong Open Arms, battente bandiera spagnola. I fatti furono commessi nell’esercizio delle funzioni di ministro, quindi la competenza era del Tribunale dei Ministri di Palermo, cioè la sezione per i reati ministeriali competente per territorio.
Caso identico ai due precedenti, Diciotti e Gregoretti: nel primo caso Salvini ha evitato il processo perché all’epoca la maggioranza era quella giallo-verde, nel secondo è stato invece mandato alla sbarra perché la maggioranza era mutata in giallo-rossa.
Cosa accadrà adesso con Open Arms? La giunta per le immunità del Senato, riunitasi il 26 maggio dopo due rinvii, ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere. Decisiva l’astensione di tre renziani e dell’ex senatrice pentastellata Riccardi, passata alla Lega. Ma l’ultima parola ce l’ha l’aula di Palazzo Madama, che può concedere l’autorizzazione a maggioranza dei componenti, quindi occorrono almeno 161 voti.
Li ha questi numeri la maggioranza giallo-rossa? Al pelo. Il governo Conte bis si regge infatti su 160 voti, forse 161 per via del senatore Carbone che da Forza Italia è di recente passato a Italia Viva. Per poter mandare Salvini a processo occorre dunque che i senatori della maggioranza si presentino tutti e tutti votino per il processo. A nostro avviso non accadrà.
Italia Viva è stata determinante in giunta, crediamo difficile che Renzi mandi tutti i suoi venti senatori in aula per fare uno sgarbo all’ex Ministro dell’Interno. Non avrebbe senso. Anche perché non è detto che Carbone, ex forzista e quindi garantista, voti per il processo. Certo, potrebbe correre in soccorso la senatrice Bonino, ma allo stesso tempo il senatore Casini ha sempre detto che non voterà per il processo. Insomma, i numeri non ci sono e quota 161 non verrà raggiunta, anche perché i senatori a vita Monti e Napolitano – conteggiati tra i sostenitori del governo – è difficile che si presentino in aula.
Dal punto di vista giuridico il Senato non compie una valutazione nel merito, ma si limita – ai sensi dell’art. 9 della Legge costituzionale n. 1/1989 – a verificare se il ministro, nell’esercizio delle sue funzioni, ha agito o meno nell’interesse nazionale. Dunque Palazzo Madama dovrebbe negare l’autorizzazione quando «l’inquisito abbia agito a tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo». In realtà per i primi due casi, Diciotti e Gregoretti, la valutazione fu squisitamente politica, e l’esito fu diverso solo perché nel frattempo era mutata la maggioranza.
Stavolta il discorso però è più complesso: sono mesi che Mattarella invita le forze politiche a unità e collaborazione a causa dell’epidemia; va da sé che consentire un processo del genere al leader dell’opposizione manderebbe definitivamente in soffitta ogni ipotesi di dialogo tra maggioranza e opposizione nella difficile gestione della fase post-Covid. Tanto più ora con un prolungamento dello stato di emergenza non voluto dal Presidente della Repubblica.
Una ultima considerazione. Su Salvini si è scatenata un’offensiva per aver negato tre sbarchi a tutela dell’interesse pubblico, mentre Conte e Speranza – per le responsabilità connesse all’epidemia, dove è configurabile l’ipotesi di reato dei “delitti colposi contro la salute pubblica” (art. 452 c.p.) – non risultano al momento indagati. Neppure Speranza, che con una sua ordinanza, andando contro una legge dello Stato, ha in pratica consentito l’immediata cremazione dei cadaveri, impedendo in tal modo le autopsie.

Recovery Fund una mezza fregatura. Ma anche i BTP lo sono. E allora che fare? Lo scoprirete solo leggendo …

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, su Libero 23 Luglio 2020

Siamo onesti. L’accordo raggiunto da Conte sui 750 miliardi di Recovery Fund, parte prestiti e parte a fondo perduto (che verranno ripagati più tardi tramite il bilancio comune della UE), dal punto di vista puramente finanziario non è per l’Italia una totale fregatura, perché prima l’Italia doveva contribuire ogni anno alla UE più di quello che riceveva e ora riceverebbe indietro in pratica i soldi che contribuisce rimanendo quindi in pari. Inoltre se si finanzia col BTP a 10 anni ad esempio paga un 1.3%, mentre con questo fondo ci sono circa 127 miliardi con un tasso vicino a zero. Facendo i conti della serva il governo risparmia qualche miliardo ogni anno rispetto a prima, con l’emissione di titoli sui mercati. Non sono molti soldi e chissà quando cominceranno ad arrivare e a quali condizioni, ma da un punto di vista finanziario, in linea di principio, non si può dire che ci si rimetta. Si tratta in larga parte di debito da restituire, questo è vero, ma essendo garantito da tutta la UE non è soggetto a spread e quindi il suo tasso di interesse – ripetiamolo – probabilmente sarà zero o vicino a zero (a meno che nei prossimi anni succeda qualche grosso guaio a livello globale).

La UE non aveva altra scelta e questa volta doveva un poco cedere: se non iniziava ora ad emettere debito in comune di questo genere – in pratica gli eurobonds di Tremonti sotto falso nome – , la BCE per evitare un crac dei BTP e quindi dell’euro avrebbe dovuto comprare altri 750 miliardi o forse 1,000 miliardi di titoli di stato per cui alla fine sarebbe arrivata a detenere la metà dei BTP in circolazione (ce sono 1,500 miliardi di cui BCE e Bankitalia ne hanno già 600 miliardi). Alla fine la BCE non avrebbe avuto più via d’uscita, perché se smetteva di comprare i titoli di stato avrebbe provocato una crisi finanziaria e se continuava monetizzava di fatto gran parte del debito pubblico. La UE quindi dovevano trovare un altro meccanismo di finanziamento e ha scelto di conseguenza il male minore, creando dopo anni di resistenze per la prima volta un debito comune all’interno dell’eurozona. Questa è la realtà. Chi non lo ammette bara.

La Lega è l’unica forza di opposizione assolutamente contraria al nuovo fondo, ma cosa ha proposto in alternativa? Emettere più BTP o addirittura BOT, questo però funziona solo fino a quando la BCE continua ogni mese a creare decine di mliiardi di euro e li usa per comprare BTP (e altri titoli di stato europei). La BCE è già arrivata ad una cifra pari al 63% del PIL dell’eurozona, quando in USA la FED è sotto il 40% e così anche la Banca di Inghilterra. In questo modo la BCE ha già spinto i tassi di tutti i paesi del Nord Europa a livelli negativi da due anni, cosa che soffoca banche, assicurazioni e fondi pensione. Continuando ad emettere centinaia di miliardi di BTP sui mercati il governo italiano comunque è dipendente dalla BCE e quando smettesse dai mercati esteri. La BCE per ora assorbe tutte le emissioni, ma può smettere perché è dubbio che sulla base del suo statuto possa farlo e in effetti fino al 2014 non lo faceva, e – non dimentichiamolo – fece cadere il governo Berlusconi in pratica togliendogli ogni supporto. E ci metterebbe niente a far cadere Salvini se in un futuro (peraltro sempre meno probabile) si trovasse al suo posto. Insomma, questa idea – a nostro modesto avviso – non funziona.

E allora Recovery Fund? Con questo fondo non siamo dipendenti dalla BCE ma da regole che bisogna concordare con gli altri paesi europei, che hanno anche una specie di diritto di veto indiretto (possono sollevare obiezioni sulle riforme che fai o non fai in Italia o su come spendi e possono rallentare l’utilizzo dei fondi). Se finanzi i deficit accettando un accordo con gli organi competenti della UE, in cui si emette debito comune, dipendi inevitabilmente da negoziati con gli altri governi, che se ad esempio non vogliono quota 100 o il reddito di cittadinanza ti possono persino obbligare a cancellarli. Ed in ogni caso il fondo non potrà essere usato per ridurre le tasse. Insomma, il Recovery Fund non è una fregatura, ma … quasi.

Morale della favola. BTP a stecca o Recovery Fund nessuna delle due soluzioni risolve il problema. E allora? Chiediamoci: come mai altri paesi non si trovino in difficoltà finanziarie come noi? Non parliamo qui della Germania che ha una struttura finanziaria del tutto peculiare con poco debito e circa 1400 banche pubbliche locali , ma di Spagna, Portogallo, Francia, Belgio e persino della mitica Olanda. La risposta sintetica è in questo grafico di confronto proprio con la “frugale” (???) Olanda

A differenza dell’Italia, paesi come l’Olanda (e in realtà molti altri paesei europei), non usano il deficit pubblico come strumento principale di finanziamento dell’economia, usano invece il credito bancario interno, le proprie banche per finanziare le loro economie. Noi siamo l’unico paese OCDE in cui c’è poco credito. Il confronto con l’Olanda è clamoroso. L’Olanda non ha bisogno di deficit pubblici perché ha pompato un’enorme quantità di credito nell’economia. Per la precisione quasi il 260% del PIL contro il 110% del PIL dell’Italia. Una differenza macroscopica del 150%. I dati sono ripresi dal database della FED. Sono dati clamorosi: sarebbe come se in Italia ci fossero oltre 2000 miliardi di euro in più di denaro in circolazione.

Si tratta allora di indebitare famiglie e imprese e questo è male? Emettere BTP è debito, accedere al Recovery Fund vuol dire indebitarsi, nell’economia moderna il 95% del denaro che circola è creato come debito. Tutto è debito, sino a prova contraria, anche se gli economisti non se ne sono ancora accorti.
L’Olanda si indebita meno di noi in termini di titoli di stato ma ha una massa enorme di mutui, credito al consumo, fidi, prestiti ad aziende, bonds societari. Questo è finanziamento reale dell’economia interna, quasi tutto tramite banche olandesi e non è soggetto a spread sui mercati e non è soggetto ai parametri UE sul debito che riguardano solo il debito pubblico. Non è che gli olandesi si indebitano meno di noi, se si guarda la loro economia nel complesso in realtà sono meno “frugali” di noi, ma creano debito attraverso le loro banche. Lo stesso meccanismo lo si vede in molti altri paesi europei.

Se vogliamo uscire dall’austerità permanente che ci affligge da venti anni forse potremmo cominciare a seguire l’esempio dei paesi “virtuosi” o semplicemente più astuti di noi, che limitano sì il deficit pubblico, ma si finanziano internamente pompando in silenzio credito nell’economia tramite le loro banche.

Non c’è alcuna ragione sanitaria per prolungare lo stato di emergenza

Paolo Becchi in dialogo con Giulio Tarro, su Libero 20 Luglio 2020
B. “Libero” ha pubblicato il 6 luglio una sua lunga intervista che ha avuto molta diffusione. Vogliamo in questa nuova intervista sviluppare alcuni temi, considerato che ora si parla addirittura di un possibile prolungamento dello stato di emergenza, una cosa che se si verificasse costituirebbe un unicum in tutta Europa. Con la conseguenza tra l’altro di trasformare milioni di italiani in ipocondriaci che per scongiurare il pericolo sono disposti a subire le più umilianti vessazioni e a additare come “untore” chiunque non indossi anche ad agosto la mascherina o beva un aperitivo con gli amici.

T. Duole dirlo ma è proprio così. Con tutte queste paure stanno tra l’altro indebolendo il sistema immunitario di una intera popolazione. Ma mi lasci aggiungere una cosa. Sono loro che dovrebbero aver paura di una cosa, vale a dire che si scopra che i contagiati in Italia (molti asintomatici) sono decine di milioni e per questo oggi moltiplicano i tamponi che risultano quasi tutti negativi. Questo non significa che tante persone non siano mai state contagiate, ma che le persone sono nel frattempo guarite..

B. Decine di milioni di contagiati in Italia?

T. A fine marzo veniva pubblicato sul “Corriere della Sera” uno studio di Luca Foresti e Claudio Cancelli secondo il quale gli italiani contagiati dal virus sarebbero stati almeno 11 milioni e 200 mila. Uno studio di ricercatori dell’Università di Oxford stimava tra il 60% e il 64% di popolazione italiana contagiata dal Covid19 a fine marzo, mentre quello dell’Imperial College ipotizzava almeno 6 milioni di contagiati in Italia. Allora eravamo a metà della curva gaussiana dell’epidemia e pertanto alla fine della stessa possiamo considerare il numero dei contagiati addirittura raddoppiati.

B. Questo, se non sbaglio dovrebbe far pensare al fatto che ci stiamo avvicinando naturalmente alla cosiddetta “immunità di gregge”. Invece di puntare su un rapido ripristino della normalità, come si sta facendo negli altri paesi europei, qualcuno farnetica persino di un “catastrofico ritorno dell’epidemia” – e si stanno predisponendo nuove “misure profilattiche” come l’obbligo della vaccinazione antinfluenzale o della mascherina a scuola. Cosa ne pensa?

T. Sono cose insensate. Nel campo dalla salute dovrebbero prevalere i diritti e non gli obblighi. Un generico vaccino influenzale in questo caso non solo è inutile, ma potrebbe rivelarsi dannoso. Me lo lasci dire con chiarezza: non dobbiamo temere una “seconda ondata” perché non ci sarà. Come al solito, non vediamo oltre la punta del nostro naso e non ci accorgiamo di quello che accade al di fuori dei confini. Altri paesi già sono in fase inoltrata con riaperture significative. Noi, invece, proibiamo ancora tante, troppe cose. Pare che si debba ad ogni costo metterci con le spalle al muro al punto dal non essere più in grado di alcuna ripresa economica. Mi consenta una critica non da uomo di scienza ma da semplice cittadino. Stanno davvero esagerando al governo e continuando così porteranno in autunno il paese alla rovina. Beninteso, non una rovina dettata da una emergenza sanitaria che non esiste più, ma da una emergenza economica e sociale che mi pare venga ampiamente sottovalutata.

B. A settembre dunque si potrà tornare a scuola? Poco si parla dell’ università. Sarà possibile ritornare a lezioni in presenza e con quali precauzioni?

T. A settembre certamente si potrà tornare a scuola. Hanno già riaperto tutti non capisco perché noi non dovremmo farlo in Italia. Da maggio sono già ritornati a scuola in Austria e in Danimarca e anche in altri Paesi, il virus si può controllare con le normali misure igieniche. Il sole della stagione estiva ha abbattuto la dimensione del contagio, come avevo ampiamente previsto. Con intelligenza e buon senso bisogna riaprire le scuole senza necessità di utilizzare le mascherine la cui funzione era prevista per la loro utilizzazione dai soggetti infetti per evitare ulteriore spargimento del virus, ed ovviamente dagli operatori sanitari, che possono avere contatto professionale anche con potenziali contagiati. Non è ammissibile che i bambini indossino le mascherine a scuola. Anche all’università si può tornare alle lezioni in presenza. Questo vale soprattutto per le matricole che cominciando un percorso universitario debbono avere un rapporto diretto con i docenti. Spero che le autorità competenti riflettano su questo aspetto. A rischio è l’intera istituzione universitaria. Le precauzioni vanno fatte a monte e si basano sulla naturale battaglia, sempre effettuata per le malattie infettive, che prevede l’ isolamento dei soggetti infetti.

B. E sull’uso della mascherina in questi mesi estivi?

T. Le mascherine in estate non vanno utilizzate, diventano nocive perché inducono ipercapnia, cioè aumento pericoloso dell’anidrite carbonica. Vorrei dare da medico un consiglio generale. Dobbiamo staccare la spina ad una informazione ansiogena e ipocritamente intrisa di appelli a “non farsi prendere dal panico”. E questo, soprattutto, per permettere alle strutture sanitarie interventi mirati. Oggi l’ansia di una intera popolazione si sta concentrando su come tenersi alla larga da questo maledetto virus. Nessuno o quasi riflette che noi, in ogni momento, siamo immersi in un ambiente saturo di innumerevoli virus, germi e altri agenti potenzialmente patogeni. E in questi giorni, quasi nessuno ci dice che se non ci ammaliamo è grazie al nostro sistema immunitario il quale può essere compromesso, – oltre che da una inadeguata alimentazione e da uno sbagliato stile di vita – dallo stress, che può nascere anche dall’attenzione verso notizie allarmanti.

B. Il disgraziato campionato di calcio finisce il 2 agosto. Si potrebbero aprire gli stadi almeno quel giorno e in quali condizioni?
T. Dopo i festeggiamenti dei tifosi napoletani per la vittoria della coppa Italia, a cui non è seguito un solo caso di contagio, nonostante gli epiteti “sciagurati” di Ranieri Guerra dell’OMS, si è dimostrato ancora una volta che il virus non è più in circolazione in Italia. Sappiamo che ultimi casi italiani derivano da soggetti che vengono dall’estero oppure da italiani infetti rimpatriati. Ritengo che si possa ritornare allo stadio da subito magari rispettando il metro di distanza, per essere se si vuole estremamente prudenti, anche se allo stato attuale, ad essere sincero, lo ritengo del tutto inutile.

B. Farà felice milioni di italiani per queste affermazioni, ma Intanto si discute addirittura il prolungamento dello stato d’emergenza. Anche se gli organi di informazione poco ne parlano l’immigrazione clandestina ha ripreso col caldo alla grande. Non è che il virus ormai internamente sotto controllo possa riprendere forza perché importato?

T. Ecco, qui un problema in effetti sussiste. Nonostante le profonde lacune nella gestione della pandemia, con l’entrata dell’estate la curva epidemica italiana si è naturalmente conclusa. In Italia l’era Covid, a meno che non si importino nuovi ceppi dall’Estero, è finita. I nuovi casi sono chiaramente legati ad una provenienza estera come i bulgari di Mondragone, i viaggiatori dal Bangladesh ed i nostri commercianti che rientrano dalla Croazia e dalla Slovenia già contagiati. Adesso si pone anche il problema della immigrazione clandestina. Il virus non prende forza perché importato, ma per la sua presenza sul territorio, una presenza capace di essere causa di ulteriore fonte di contagio. Questa situazione va certo tenuta sotto controllo. Ma diciamola tutta: qui il problema va affrontato anzitutto politicamente.

B. Torniamo al possibile prolungamento dello stato di emergenza per altri sei mesi al massimo. Su quali fondamenti scientifici si basa questa idea di prolungare l’emergenza? Qualche giorno fa Lei ha fatto un tweet diventato “virale” in cui contestava questa idea.

T. Per la verità me lo chiedo anche io su quali fondamenti gli esperti abbiano suggerito questa idea al governo. È notizia risaputa che in Germania, immediatamente dopo l’inizio della fase 2, il famoso fattore RO era salito a 1. Si tratta di un valore comunque basso. Teniamo presente che quanto ci hanno comunicato dalla Cina, relativamente al Sars CoV2, il fattore RO è compreso fra 2 e 3, mentre per la prima SARS era compreso, fra 3 e 4. II fatto che RO sia 1, vuol dire che una persona ne contagia un’altra. Ma questo è un discorso che vale nel momento di massima diffusività del virus.

B. Lei parla del fattore RO, ma da noi l’Istituto Superiore di Sanità parla del fattore RT. E sulla base di questo fattore superiore in alcune regioni a 1 si sostiene la necessità di prolungare l’emergenza. O almeno questo credo che sarà l’argomentazione che verrà utilizzata. Ci può spiegare le differenze tra RO e RT? Cosa pensa dell’ultimo Report dell’Istituto Superiore di Sanità?

T. RO rappresenta il cosiddetto numero di riproduzione di base, numero medio di infezioni secondarie causate da ogni contagiato in una popolazione mai venuta in contatto con un determinato patogeno, nel nostro caso il COVID-19. Nel caso in cui R0 sia pari ad 1 significa che un singolo malato potrà infettare una persona, se invece è uguale a 2 ne contagerà 2 e così via. Maggiore è il valore di R0, tanto più elevato è il rischio di diffusione dell’agente infettivo. Le misure di contenimento hanno trasformato il parametro in RT. L’Istituto Superiore di Sanità ha comunicato che l’indice RT si attesta mediamente su un valore compreso tra 0,2 e 0,7 già a partire dagli inizi di aprile. Dopo l’adozione delle misure di contenimento dell’infezione da COVID-19, il tasso di contagiosità è diminuito in maniera significativa in tutta Italia. Un punto cruciale è la difficoltà di calcolare l’indice senza avere la data di insorgenza dei sintomi della malattia. Quando manca la data di inizio dei sintomi, viene usata la data dell’accertamento virologico dell’infezione. R è una stima di intensità di trasmissione nella popolazione generale in cui si assume che tutti abbiamo le stesse probabilità di contrarre l’infezione. RT indica il numero medio di infezioni causate da una persona infetta: meno di 1 significa che le nuove infezioni tendono a scendere, maggiore di 1 indica l’aumento del numero dei contagi.

B. Una conclusione secca?

T. Non vedo niente di allarmante sotto il profilo sanitario se l’indice RT è al momento di pochissimo superiore a 1. Glustificare l’eventuale prolungamento dello stato di emergenza oltre il 31 luglio solo sulla base questo criterio sarebbe, a mio avviso, del tutto sbagliato. Da virologo, con una certa esperienza, mi sento di poter affermare che in realtà oggi non c’è alcuna ragione sanitaria per prolungare lo stato di emergenza.

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